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  • Categoria: Dipendenze

Il programma dei dodici passi. Una proposta operativa con l'aiuto dei Peanuts

Il programma dei dodici passi fa parte di quelle strutture di self-help (auto-aiuto) che hanno avuto una grandissima diffusione nel mondo a partire dagli anni trenta del secolo scorso. Strutturati in piccoli gruppi volontari, solitamente formati da pari, i suoi componenti si riuniscono per assistersi reciprocamente al fine di risolvere un problema condiviso e inabilitante allo svolgimento dei più comuni adempimenti della vita.

Focalizzati non solo alla risoluzione dei problemi professionali, ma anche a quelli di carattere privato e familiare, hanno nel tempo ottenuto risultati sorprendenti e sono entrati a pieno titolo nella letteratura psicologica mondiale. A partire dalle prime esperienze degli alcolisti anonimi, i gruppi di self-help pongono l’accento sul senso di responsabilità degli individui per indurli ad un graduale cambiamento di quelle condotte che li pongono in una situazione di sofferenza.

Abraham j. Twerski, psichiatra e rabbino, considerato un’autorità internazionale nel trattamento delle dipendenze, spiega in una delle sue pubblicazioni il celebre programma di disintossicazione in dodici passi, un metodo che può essere applicato dal lettore a tutte le situazioni stressanti della vita. Un percorso che può aiutarci a vivere meglio, superando ossessioni, manie, dipendenze, ma anche renderci più consapevoli della nostra natura, così da poter scoprire le sfaccettature del carattere che non si accordano con il nostro ruolo professionale e trasmettere in maniera più efficace ad altri la nostra esperienza. I dodici passi non possono essere considerati una esperienza episodica, rappresentano un cammino talvolta lungo e difficile, che nei centri di riabilitazione viene intrapreso al fine di cambiare sé stessi e per progredire nello sviluppo della personalità, ma può essere concretamente di aiuto anche a chi ha la necessità di mantenere un equilibrio emotivo nelle relazioni educative, così da rendere l’individuo più sicuro e più forte per affrontare coraggiosamente la vita.

sveglia_charlie_brownNella maniera in cui viene esposto, tale percorso, rappresenta soprattutto una cornice teorica di lavoro capace di offrire un opportuno sostegno a chi improvvisamente, a causa degli eventi che sembrano travolgerlo, rischia di “perdersi” e di vedere scivolare la propria vita in un baratro.
L’autore, per mostrare alcuni degli atteggiamenti più comuni del comportamento umano, si serve di alcune strisce di fumetti: i Peanuts, del grande fumettista americano Charles M. Schulz, i cui personaggi sembrano avere una straordinaria capacità intuitiva sulla natura umana, capaci di spiegare in maniera diretta e semplicissima i più raffinati concetti psicologici. Da questa prospettiva divulgativa sulla psicopatologia delle dipendenze, viene fuori una lettura semplice e gradevole, a tratti divertente, ma ancorata a precise esperienze sperimentali e fondata scientificamente.


1. Primo passo: Ammettere la propria impotenza nei confronti della dipendenza che ci affligge (o del comportamento che ci allontana dai nostri doveri) e l’impossibilità del suo controllo nella nostra vita.
Talvolta le persone piuttosto che ammettere di avere un problema distolgono l’attenzione da esso e fingono che non esista. Scappare dalla realtà attraverso le consuete tecniche di fuga (negazione, razionalizzazione, ecc.) non risolve la situazione stressante che ci angosciava, anzi, cercando di dimenticare qualcosa di insopportabile attraverso l’uso di sostanze o distraendoci con altre preoccupazioni, si finisce per aggiungere ulteriori problemi al problema. Esistono, quindi, due approcci alla tensione: il primo è quello di fuggire, l’altro quello di affrontare la situazione che la provoca. Quest’ultimo è l’approccio consigliato, perche consente di ammettere l’esistenza di una condizione che non riusciamo a controllare, e ad accettare che il problema esiste.

2.  Nel secondo e terzo passo c’è un esplicito riferimento a Dio. Il secondo dice: Maturare la convinzione che un Potere Superiore può aiutarci.
Naturalmente per chi nella vita ha maturato un sincero sentimento religioso questo secondo passo consente di fare appello alla propria fede, ma affidarsi ad un Potere Superiore significa anche trovare la forza spirituale per affrontare le vicende della vita che ci appaiono al di là delle nostre possibilità, trovandola magari in un gruppo di auto-aiuto.

Dal terzo al nono passo

3. Il terzo passo dice: Affidare la nostra vita a Dio e di sottometterci alla sua volontà.
Rimettersi alla volontà di Dio significa rinunciare in parte alla propria, quella volontà che nella maggior parte dei casi è la prima responsabile dei disordini nella nostra vita. Se il potere superiore al quale ci siamo affidati dovesse realizzare semplicemente i nostri desideri sarebbe un Dio personale la cui utilità sarebbe messa continuamente in dubbio, dobbiamo invece abbracciare i valori che declamiamo o che ci vengono proposti per rendere migliore la nostra vita, anche quando possono privarci di cose che desideriamo davvero.



4. Il quarto passo: Sottoponiamoci senza timori ad un approfondito inventario morale.
Fare un inventario personale significa capire alcuni aspetti della nostra condotta e verificare la percezione che abbiamo di essi. Bisogna sedersi, munirsi di carta e penna e scrivere tutte le azioni della nostra vita che ci causano problemi. Se davvero si vogliono conseguire buoni risultati nello sviluppo della personalità, l’inventario deve essere realizzato senza timore, cercando di toccare i temi più importanti della vita e del carattere, considerando anche le qualità peggiori che vogliamo nascondere a noi stessi e agli altri.

5. Il quinto passo: Ammettere davanti a Dio, noi stessi, e ad un’altra persona la natura dei nostri errori.
Mentre nel quarto passo bisognava fare l’inventario dei nostri errori, nel quinto dobbiamo condividerli con gli altri. Questo passaggio può risultare molto difficile, poiché condividere i propri pensieri più intimi significa correre il rischio di non essere accettato, di essere giudicato, persino deriso, ma queste resistenze sono da vincere, perché parlando con gli altri le idee e i sentimenti celati come terribili segreti spesso sono svestiti del loro valore eccessivo di cui si erano caricati nel tempo, scoprendo, in questo modo, che altre persone hanno provato gli stessi timori, ansie e preoccupazioni e che hanno potuto superarle con l’aiuto del prossimo.


6. Il sesto passo: Essere completamente pronti ad accettare che Dio ci liberi dai difetti del nostro carattere.
Nell’ambito degli alcolisti anonimi, nel quale Twerski ha lavorato per anni, molte persone hanno completamente distrutto la loro vita, hanno perso il lavoro, abbandonati dal partner, rifiutati da tutti, sono finiti a dormire per strada costantemente ubriachi. In questi casi si arriva ad un grado di disperazione tale per cui soltanto un miracolo può liberarli da quella maledizione. Questo “miracolo” può accadere se si è completamente pronti ad abbandonare il comportamento indesiderato. Desiderare disperatamente di cambiare significa essere completamente pronti ad accettare un aiuto esterno, abbandonarsi ad esso, accettare con fede di stabilire delle priorità e impegnare tutte le proprie risorse verso l’obiettivo stabilito.

7. Il settimo passo: Chiedere umilmente di liberarci dai nostri difetti.
Si tratta della richiesta di aiuto vera e propria. Se nei passi precedenti abbiamo cercato e condiviso i nostri errori, abbiamo raccolto le nostre forze per essere completamente pronti ad abbandonare i nostri difetti, ora bisogna avere il coraggio di chiedere aiuto. Ciò non significa umiliarsi, poiché chi vive bene con sé stesso non ha bisogno di ostentare superiorità nei confronti degli altri, per cui di fronte a qualche circostanza in cui abbia bisogno di aiuto, non ha difficoltà a chiederlo. Anche in questo caso bisogna ricordare che un aspetto importante della vita sta sfuggendo al nostro controllo e non possiamo uscirne da soli.

8. L’ottavo passo: Fare un elenco delle persone a cui si è fatto del male e fare ammendo verso di loro.
Ammettere di aver sbagliato nei confronti di qualcuno. Consente di instaurare o ripristinare una relazione amichevole abbandonando le tensioni belligeranti che l’hanno impedita fino ad allora. Facendo appello al senso di responsabilità e maturando la consapevolezza dei nostri errori, si potranno adottare provvedimenti idonei affinché tali comportamenti non si ripetano in futuro.

9. Il nono passo: Fare direttamente ammenda nei confronti delle persone cui si è fatto del male.
In questo passo dobbiamo rivolgerci direttamente alle persone offese e ammettere di aver sbagliato cercando di rimediare al danno commesso. Bisogna valutare se questa nostra iniziativa sia ancora possibile e se possa recare danno a noi stessi o ad altri. Il motore che spinge qualcuno a chiedere scusa è il senso di colpa, bisogna valutare se questo sia giustificato, cioè se deriva da una reale azione scorretta nei confronti degli altri o se sia un senso di colpa patologico (purtroppo frequente tra personalità fragili)  per cui ci si sente in colpa per una trasgressione inesistente.

Dal decimo al dodicesimo passo

10. Il decimo passo: Continuare l’inventario personale e se si ha torto ammetterlo prontamente.
Non è raro durante i percorsi personali dove viene chiesto di modificare le proprie abitudini, che una volta raggiunti dei traguardi positivi e ci si avvicini alla meta, si faccia qualcosa per rovinare tutto, che si ricada nell’errore, tirando fuori il fallimento dal possibile successo. Per non ripetere gli errori commessi in passato abbiamo bisogno di una costante vigilanza su noi stessi; ed è molto utile poter contare in un osservatore esterno. In questa fase è necessario continuare l’inventario personale aggiungendo anche gli aspetti positivi del proprio carattere, se si cade in errore ammetterlo prontamente.


11. Nell’undicesimo passo si fa nuovamente esplicito riferimento a Dio e alla fede. Dice: Cercare con la preghiera di migliorare il nostro contatto con Dio, chiedendogli di farci conoscere la sua volontà e darci la forza di portarla a termine.
Se nel terzo passo abbiamo deciso di affidare la nostra vita alla volontà di Dio, considerandola una forza spirituale al di sopra delle nostre apparenti possibilità, nell’undicesimo cerchiamo di conoscere quale sia tale volontà. Confidando nella vicinanza di Dio, attraverso la preghiera, bisogna cercare di formulare un progetto credibile su noi stessi, abbandonando facili utopismi come l’ambizione di fama, ricchezza, popolarità. Dare un senso alla propria vita significa dare spazio alle proprie vocazioni e alla ricerca del proprio destino.

12. Infine il dodicesimo passo: Avendo ottenuto un risveglio spirituale, cerchiamo di mettere in pratica questi principi in tutti i campi della vita e di trasmetterli agli altri.
Il risveglio spirituale di cui si parla riguarda la capacità di abbandonare una visione egocentrica nella ricerca del soddisfacimento personale e di spostare l’attenzione verso gli altri. Tenendo conto delle resistenze al cambiamento e delle difficoltà di entrare in comunicazione con soggetti in stato di fragilità, la condivisione delle nostre esperienze può aiutare altre persone a superare momenti difficili. Spesso nel dare aiuto si rimane piacevolmente sorpresi di chi sia realmente il vero beneficiario.

Malgrado una convinta religiosità infonda tutto il percorso riabilitativo proposto dall’autore, esso si svolge secondo precisi fondamenti scientifici. Il programma rappresenta un quadro teorico con implicazioni psicologiche che necessitano, a seconda dei casi, di approfondimenti specialistici e interventi qualificati. Ogni passo indica, però, anche un obiettivo da raggiungere, propedeutico al passo successivo, che consente di sperimentare il percorso anche a chi, in un momento non particolarmente felice della vita, decide di tentare di vivere meglio con sé stesso e con gli altri. L’uso delle strisce dei Peanuts, o di altri personaggi a fumetti, per spiegare concetti, ragionamenti, studi o ricerche soprattutto nel campo della comunicazione, non è una novità. Questo sistema consente di mostrare in maniera diretta e intuitiva le contraddizioni del comportamento umano, di imparare a riconoscerle, spiegarne la genesi e di adottare le contromisure necessarie per affrontarle; purché spiegate in maniera scientificamente ineccepibile.



Bibiliografia

LAVANCO G., NOVARA C., 2002, Elementi di psicologia di comunità, McGraw Hill, Milano.
RAGUSA A., 2009, Il metodo don Bosco tra pedagogia e storia. Il modello di una casa che accoglie per la società contemporanea, Lampi di Stampa, Milano.
TWERSKI A. J., 2006, Sveglia, Charlie Brown! Come affrontare gli alti e bassi della vita con i Peanuts, Mondadori, Milano.


Autore: Angelo Ragusa, a lungo animatore sociale presso centro di aggregazione giovanile della propria città, ha partecipato alla progettazione e realizzazione di numerosi interventi educativi. Laureato in Scienze dell’educazione presso l’Università degli Studi di Palermo con una tesi sul metodo educativo di don Bosco, abilitato al ruolo di educatore dei Convitti Nazionali, ha lavorato in istituto per minori affidati dalla autorità giudiziaria e in comunità casa-famiglia. Appassionato nella attività educativa privata e interessato alle questioni generali sull’educazione.
copyright © Educare.it - Anno XI, N. 6, Maggio 2011