Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 2 - Febbraio 2024

Modelli familiari e percorsi migratori differenti

Le migrazioni non avvengono tutte allo stesso modo. "La ristrutturazione politica ed economica globale ha generato diversi, mutevoli tipi di migrazione e di immigrati. Spesso le varie forme di migrazione possono trasformarsi come risultato delle politiche governative per fermare o ridurre la migrazione. Ad esempio: uno può entrare come turista, studente o visitatore e poi rimanere illegalmente, chiedere asilo o cercare una sistemazione permanente" (1).

Nonostante le diversità dei percorsi migratori, è possibile delinearne, per generalizzazione, le principali tipologie. Per ognuno dei differenti "modelli" che si cercherà di presentare, si ipotizza anche quali siano alcuni elementi di "vulnerabilità", che possono supportare od ostacolare l'inserimento e l'integrazione degli adulti e soprattutto dei minori.

Il percorso di tipo tradizionale

Il percorso migratorio tradizionale, in Italia come negli altri Paesi europei, è la modalità più comune di ricomposizione del nucleo familiare.

Per l'Italia riguarda in particolare gli immigrati arabi di religione musulmana, provenienti dal Marocco, dalla Tunisia, dall'Algeria e coloro che arrivano dal Senegal. In questo caso, l'uomo capofamiglia parte per primo e, dopo qualche anno dalla partenza, organizza l'arrivo della moglie e dei figli nati nel Paese d'origine.

Il ricongiungimento familiare avviene quindi dopo un periodo più o meno prolungato di separazione, a seguito dell'avverarsi di alcune condizioni e cambiamenti. In primo luogo, la normativa del Paese di immigrazione deve prevedere i ricongiungimenti familiari. A questo proposito, come abbiamo visto, le leggi italiane consentono l'arrivo del coniuge e dei figli minori, a patto che il capofamiglia sia in grado di dimostrare di avere un reddito e un alloggio adeguati.

Il miglioramento delle condizioni di lavoro e la disponibilità di una dimora meno precaria e provvisoria sono altri due fattori che spingono gli immigrati a stabilizzarsi e a mettere radici nella nuova terra. E ancora motivi personali e soggettivi possono intervenire nella decisione di ricomporre la famiglia nel Paese ospite ed hanno a che fare con l'equilibrio familiare, con la paura di un affievolimento dei legami di filiazione, con la necessità di ristabilire ruoli e relazioni.

Numerosi motivi avevano essenzialmente sostenuto la decisione dell'uomo di partire da solo, dichiarando così in maniera esplicita la provvisorietà dell'assenza. Tra questi: la volontà di mantenere intatti "il posto" e i legami nel luogo d'origine; la necessità, per la donna, di occuparsi dei genitori e dei suoceri anziani, di gestire e di accantonare i risparmi, di far crescere i figli in un contesto che potesse salvaguardare la lingua, la religione e l'identità.

La donna e i figli sono rimasti dunque "là" come garanti del ritorno, perpetuando una tradizione ben radicata, che vede l'uomo percorrere il mondo e occupare lo spazio esterno e la donna attendere, preparando il suo rientro, "custodendo" la casa.

Tutti questi motivi rendono difficile la ricomposizione della famiglia nel Paese ospite, dopo anni di separazione e di distanza; per ogni membro comporta, oltre alla gioia e all'euforia di ritrovarsi, un "riaggiustamento" della propria vita. Ricominciare a vivere insieme dopo la parentesi migratoria significa anche fare i conti con il senso di estraneità e di dipendenza che si è sedimentato durante il periodo del distacco, ricostruire un equilibrio familiare in un contesto profondamente mutato, adattarsi alle aspettative dell'altro, e al tempo stesso, inserirsi nel nuovo ambiente.

Ma che cosa succede durante il periodo del distacco? L'assenza dell'uomo può creare, nella famiglia rimasta al Paese d'origine, un certo squilibrio nella distribuzione dei ruoli e delle funzioni.

In molte culture il padre occupa il ruolo dell'autorità, la madre quello dell'affettività. Con l'assenza del figura paterna vengono a mancare quindi i ruoli di autorità e di potere familiari, ruoli che la donna non può occupare, a meno di non rimettere profondamente in discussione l'equilibrio familiare e la sua identità. La carenza di autorità familiare e la difficoltà della donna a gestire la sua solitudine portano spesso quest'ultima a dipendere dalla suocera, dal padre o dai fratelli, negando così il suo ruolo di adulta, di sposa e di madre.

I figli, da parte loro, possono costruirsi un’immagine mitica del padre emigrato. E' in qualche modo un estraneo incontrato in media una volta l'anno, ma uno "straniero" potente e prestigioso, poiché da lui dipendono economicamente numerosi familiari. L'emigrato, da parte sua, tende a rinforzare questa immagine nei momenti di visita alla famiglia. Come è avvenuto e avviene in ogni parte del mondo, egli dimostra infatti la riuscita del suo progetto e il suo "successo" nel Paese d'origine, attraverso gli oggetti, i regali e le "cose" che porta con sé, quando rientra in patria.

L'incontro in terra straniera comporta allora la necessità di fare i conti con la realtà, lo sforzo di ritrovare le affinità, di riappropriarsi dei ruoli e di riscoprire condivise modalità di comunicazione (2).

Occorre precisare che "la migrazione non è sempre del tutto disintegrante a livello familiare. Può essere in effetti una strategia consapevole, intenzionale e collettiva per la sopravvivenza, la sicurezza e il progresso. La decisione di migrare viene spesso presa come parte di una strategia per distribuire il rischio ed assicurare la sopravvivenza familiare. E’ una decisione dettata dalla necessità, ma può anche essere una vera e propria opzione positiva" (3).