- Categoria: Bambini
- Scritto da Eleonora Rampichini
Piccola antologia sul dono, codice naturale dell’infanzia
L’articolo esplora il linguaggio del dono, codice naturale dell’età infantile ed elemento costitutivo delle relazioni adulte, attraverso l’analisi di albi illustrati, fiabe e classici della letteratura per bambini, in dialogo con pratiche pedagogiche e prospettive antropologiche di rilievo. L’analisi si sviluppa attorno a tre forme di dono – cerimoniale, solidale, gratuito – e mette in luce un ethos infantile autentico e libero, che vive il dono al di fuori dei confini familiari come un’esperienza gratuita, inattesa, non meritocratica, sovrabbondante, sovvertendo spesso le regole adulte che vorrebbero addomesticarne la forza generativa. La riflessione si chiude includendo il lato oscuro del dono che la letteratura per l’infanzia, nel condannarlo, non può fare a meno di narrare.
The article explores the language of the gift - an innate code of childhood and a constitutive element of adult relationships - through the analysis of picture books, fairy tales, and classics of children’s literature, in dialogue with significant pedagogical practices and anthropological perspectives. The discussion revolves around three forms of gifting—ceremonial, solidaristic, and gratuitous—and highlights an authentic and free childlike ethos that experiences giving beyond the boundaries of family as a gratuitous, unexpected, non-meritocratic, and overflowing act, often subverting the adult rules that seek to domesticate its generative power. The reflection concludes by acknowledging the dark side of the gift, which children’s literature, even as it condemns it, cannot help but narrate.
Introduzione
Il dono è la lingua madre dell’infanzia. In ogni società, in ogni tempo, la sua casa natale è la famiglia, luogo intimo e raccolto in cui, da bambini, apprendiamo la legge che risponde al principio del bisogno e del desiderio. Chi riceve è nel bisogno: di una mano che si allunga a prendere qualcosa in alto, di un passaggio in auto, di un bacio su una ferita. Chi dà lo fa liberamente per la gioia di dare il più possibile, senza esigere restituzione o qualcosa in cambio. Chi riceve sente di ricevere più di quanto abbia dato all’altro, senza tuttavia sentirsi propriamente in debito. Questa mancanza di equilibrio tra le cose date e ricevute è uno sbilanciamento amabile, impregnato di gratitudine. In famiglia non si restituisce per pareggiare i debiti. Semplicemente, a propria volta, si dona. Tra le pareti della casa, sperimentiamo che il dono non ama la legge dell’equilibrio, ma la libertà di dare (Goudbout, 1998).
Benché il cuore del dono sia la famiglia, il suo spirito non è per nulla domestico. Fin da piccolissimi, infatti, siamo mossi dal desiderio di donare al di là dei confini familiari, aprendoci al mondo (Godbout, 2002). La partecipazione costante e contemporanea dei bambini a due culture – quella degli adulti significativi e quella dei pari, con cui sono in contatto grazie alla scuola (Corsaro, 2018; 2020) - fa sì che lo spirito del dono sconfini dalle relazioni famigliari, mosso dal desiderio rischioso e sovversivo di soddisfare i bisogni e i desideri di un mondo più grande, cui sentono di appartenere. Pensiamo al momento in cui i leggendari preziosissimi nonnulla iniziano a circolare per essere scambiati, prestati, condivisi e donati con generosità, per curiosità e spirito di affiliazione, con l’amico e l’amica dei giochi, i compagni di scuola, i non ancora amici (Rampichini, 2023; 2024; 2025).
Il dono rimane una dimensione costitutiva anche nella vita adulta, privata e sociale, sebbene vi siamo così immersi da non rendercene conto. Il nostro immaginario è infatti condizionato dall’idea predominante che ognuno, per natura e universalmente, persegue solo i propri interessi e tornaconti o dalla credenza che sia un gesto privato di buona educazione, o un dovere sociale (Mauss, 2002, per una rassegna pp.VII-XXX). Alcuni studiosi contemporanei, tra cui Alain Caillè (1998) e Jaques Godbout (1998; 2002; 2008), propongono - accanto a questi due modelli - una visione alternativa che non considera il dono una gentilezza accessoria, ma il pilastro su cui si regge la convivenza umana e da cui sorgono l’amicizia sociale, la solidarietà e il sentimento di unità di una società. In questo terzo paradigma, i legami sociali si nutrono di gesti disinteressati, liberi, gratuiti, generosi, che, pur non accrescendo la quantità delle nostre relazioni, ne trasmutano la qualità, rendendoli pienamente umane. La trasmutazione di un estraneo in un familiare è infatti il fenomeno basilare del dono (Godbout, 2002, p.42)
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Autrice: Eleonora Rampichini, architetta, dottore di ricerca in Scienze dell’Educazione e ricercatrice indipendente, con interessi in didattica laboratoriale, cultura e linguaggi dell’infanzia.
copyright © Educare.it - Anno XXV, N. 10, Ottobre 2025

