- Categoria: Fabulazione e narrazione
Il fascino del sapere narrato
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L’atto del narrare è una caratteristica che l’uomo possiede e, vanta naturaliter, che permette di essere pienamente umani, di non rinunciare a quelli che sono i nostri segni distintivi e a quelli che sono il prodotto dell’educazione, del lavoro dell’uomo che ha fatto su di sé per migliorarsi.
L’uomo è per natura narratore, dal momento che porta in sé, nel suo intimo, il bisogno di raccontare, caratteristica innata e non acquisita attraverso l’esperienza o altre attività.
A sostegno di tale affermazione basta pensare, ad esempio, alle scene di caccia trovate dipinte o graffite nelle caverne, opera degli uomini cosiddetti primitivi, realizzate migliaia e migliaia di anni prima che sorgessero le varie civiltà: esse non vogliono essere soltanto comunicazioni circa qualche evento, ma per il linguaggio di segni di cui sono composte, racconti e narrazioni di come si svolsero quegli stessi eventi.
E’ importante, pertanto, ben distinguere l’atto del comunicare, operazione legata al trasferimento d’informazioni, da quello del narrare: si può infatti compiere un’operazione senza l’altra, e viceversa.
Il narrare, come vuole l’etimo (da gnarus: che è “informato”, “esperto”), presuppone il sapere, o meglio il ricordare; è come spiega C. Laneve, il piacere di riassaporare il vissuto raccontandolo, di ritornare indietro, riprendendo le fila di un’esperienza che si vuole fermare, che non si vuole perdere, per non affidarla all’oblio, che purtroppo cancella e consegna al nulla (1).
C’è nel narrare, dunque, l’illusione, chiara o implicita, che il racconto della propria esperienza possa configurarsi come lascito utile a qualcuno: un amico, un figlio, un fratello, un coniuge, un discente, ecc.
E’ per tal motivo che la narrazione si rivolge simultaneamente al corpo e all’anima, al mondo dei sentimenti, degli affetti e delle passioni: in una parola all’individuo preso nella sua complessità, globalità.
Un’attenta riflessione sulle modalità con cui comunichiamo, pensiamo, attribuiamo significato alla nostra vita e alla realtà che ci circonda, permette di individuare l’elemento narrativo in ogni fase della nostra esistenza, sia a livello individuale che sociale (2).
Così ben definiscono l’atto del narrare C. Cambi e M. Piscitelli:
“Narrare è dipianare e intrecciare eventi attorno a un centro e secondo un senso. […] La storia delle comunità umane e della cultura è intessuta di narrazione, di pensiero narrativo, di pratiche di narrazione, a cui ogni cultura affida l’elaborazione delle proprie radici, del proprio senso, delle proprie attese. La narrazione è il mezzo primario di identificazione. Così nelle stesse attività culturali, il narrare sta alla base di ogni fenomenologia, sia storicamente che cognitivamente, col mito. Allora è altrettanto evidente che anche nella struttura mentale, nella costruzione della conoscenza la narrazione sia posta alla base, come sua infrastruttura e paradigma originario” (3).
I sui caratteri sono quelli dell’universalità e della trasversalità e le finalità che porta in sé, molteplici:
- può essere un mezzo di evasione,
- può essere coltivata di per se stessa, per il puro piacere che da sempre genera il raccontare e l’ascoltare le storie,
- può essere mezzo per raggiungere altri fini, come la cultura, l’educazione e l’apprendimento.
Narratori ed educatori nella storia
Attraverso i secoli l’uomo ha fatto di questo suo bisogno una vera e propria arte: al pari di altre qualità anche la narrazione è stata curata, affinata, coltivata, è stata cioè oggetto di educazione che ha consentito, al genere umano, di salire ai vertici dell’espressione umana, di rappresentare attraverso storie, i contenuti universali, capaci di riguardare e interessare gli uomini di ogni tempo e paese e di raggiungere, attraverso la creazione artistica, la bellezza che eleva l’anima al mondo dello spirito.
Basti pensare ai miti, alle storie, alle leggende che, fin dall’antichità, venivano tramandate di generazione in generazione, garantendo la sopravvivenza degli elementi culturali delle comunità tradizionali; attraverso il racconto del passato e il suo sedimentarsi nella memoria storica, le civiltà umane hanno costruito un insieme di simboli, credenze, tradizioni, che plasmano tuttora l’identità di ciascun individuo e ne orientano la capacità d’azione (4).
Le figure dei più grandi educatori (5), dunque coloro che hanno ammaestrato, nella storia dell’umanità, attraverso il linguaggio orale, folle, popoli, nazioni e civiltà intere, hanno fatto ricorso, ciascuno con il proprio stile, alla narrazione, utilizzandola come un vero e proprio strumento per comunicare il proprio insegnamento: in tal guisa si sono espressi il mito orientale e la mitologia greca, Omero e il teatro greco, Socrate e Platone, San Francesco d’Assisi e il monachesimo, Dante e Manzoni, Freud e la psicanalisi (6).
Il narrare ha così nei secoli occupato spazi e tempi sempre più ampi nella pratica dell’educazione e dell’istruzione scolastica, e modalità educative hanno frequentato con insistenza il raccontare come viatico dell’educazione: esempi abbastanza recenti possono essere ricondotti ai lavori di Don Milani, Gianni Rodari, la scuola steineriana, Rousseau, Itard, Pestalozzi, Tolstoi, l’Abate Antonio Stoppani (7).
Erano dunque, già ben conosciute le proprietà dell’azione narrativa così riassumibili:
1. si rivolge all’uomo nella sua globalità e complessità;
2. è un metodo naturale di insegnamento;
3. è efficace ai fini dell’apprendimento;
4. richiede da parte di chi apprende un ruolo attivo ai fini della costruzione della conoscenza;
5. permette un’ interiorizzazione e una più facile assimilazione dei concetti proposti;
6. riesce a catturare l’interesse e a mantenere viva l’attenzione di chi ascolta;
7. permette una rielaborazione del messaggio alla luce delle conoscenze possedute.
Recuperare il valore della narrazione a scuola
La lunga stagione dello stile narrativo, soprattutto nei contesti scolastici, spiega P. Crispiani, ha conosciuto una fase di depressione identitaria e di perdita di quotidianità, essendo reso precario da una serie di killer moderni che hanno contribuito a piegare l’insegnamento su valori quantitativi più che qualitativo/cognitivi (8).
Le provocazioni in questo senso più pericolose sono state ravvisate:
- nel mito e l’invadenza dello sperimentalismo e della ricerca dei documenti nella didattica, atteggiamento che dagli anni ’70 ha preteso di volgere l’insegnamento e l’apprendimento nei territori aridi del lavoro sui documenti e della misurazione dei fenomeni;
- nella fretta e la conseguente sommarietà dei processi di insegnamento-apprendimento, sacrificati alla quantità delle attività, dei progetti, alla frantumazione oraria della giornata scolastica, ecc.;
- nell’irruzione del programmatico e del quantitativo nell’organizzazione scolastica e nella didattica, nelle vesti della cultura della programmazione, dei pre-requisiti, delle tassonomie degli obiettivi, della verificabilità (9).
Fortunatamente, in tempi recenti, si assiste ad un revival di interesse per la narrazione in differenti settori: basti pensare, in ambito psicologico, ai preziosi contributi di Jerome Bruner (cui spetta il merito di una piena rivalutazione dell’azione narrativa anche in capo educativo e didattico, pur associandola costantemente ad una visione razionalistica e scientista del sapere); in ambito filosofico e sociologico, possono essere richiamati alla mente gli apporti teorici di Edgar Morin (che richiama la rilevanza della narrazione per la costruzione e la creazione di legami fra i Saperi) ed, infine, rammentare i contributi squisitamente italiani provenienti da D. Demetrio, R. Massa, A. Franza, P. Crispiani, C. Laneve, L. Fabbri, B. Grasselli, che spaziano dall’educativo al didattico, dal terapico alla ricerca professionale.
Alla luce di ciò, il mio invito è quello di non lasciare la pratica della narrazione (intesa sia in senso attivo, ossia comunicare mediante narrazioni, che in senso autoriflessivo ovvero il raccontarsi in prima persona, interiormente e in silenzio, innanzitutto a se stessi) al di fuori delle nostre scuole, da quell’ istituzione a cui l’uomo ha affidato l’arduo compito della formazione, riconoscendone, al contrario all’unanimità, una supremazia tale da ritenere che un’educazione efficace, non possa che essere l’esito di un a vera e propria strategia o consuetudine narrativa che coinvolga globalmente:
- il contesto in cui si opera, che dovrà essere impregnato di narrazioni e attento alla creazione di climi relazionali narrativisticamente orientati;
- i destinatari dell’azione, che dovranno essere valorizzati nel loro essere interlocutori o narratori, più che riceventi passivi;
- le conoscenze veicolabili, trattate didatticamente secondo specifici stili narrativi.
Note:
1. R. Ferrarini, Narrazione, in Didattica in azione (a cura di R. Cerri), Carocci, Roma 2008, p.107
2. F. Cambi- M. Piscitelli, Complessità e narrazione, paradigmi di trasversalità nell’insegnamento, Armando, Roma 2005, p. 36.
3. R. Ferrarini, Narrazione, cit, p. 108.
4. Si pensi ad esempio al Maestro per eccellenza, Gesù, che ammaestrava le folle raccontando sovente parabole affinché comprendessero il significato sotteso alla storia che si udiva, riflettendoci sopra e rielaborandola alla luce delle conoscenze già in possesso, spendendo in altre parole qualcosa in termini di lavoro mentale.
6. P. Crispiani, Didattica cognitivista, Armando, Roma 2004, p. 253.
7. Fu zio materno di Maria Montessori, fratello di Renilde, madre della grande pedagogista nata a Monte San Vito (AN).
L’Abate Stoppani ripeteva l’esperienza, da non pochi scrittori tentata, di porre in narrazione il sapere scientifico tradizionale( le scienze naturali) consegnandoci una singolare opera: Il Bel Paese, Milano, 1883.
Il volume molto diffuso anche in ambiente scolastico fino al primissimo dopoguerra, conteneva lezioni di scienze (soprattutto geologia, botanica, zoologia e geografia) collocate lungo la narrazione di un immaginario viaggio di un viandante dal nord-est dell’Italia alla Sicilia, incontrando, via via, montagne, laghi, fenomeni, ecc. ed alternando strutture descrittive ed argomentative all’interno di uno spazioso contenitore narrativo.
8. P. Crispiani, Didattica cognitivista, cit., pp. 253- 254.
9. Ibidem.
Autore: Lia Daniela Sasanelli, Dottore di ricerca in “Scienze dell’Educazione e analisi del territorio” c/o l’ Università degli Studi di Macerata, esperta nei processi di formazione e valutazione, insegnante di scuola primaria.
copyright © Educare.it - Anno XI, N. 6, Maggio 2011

