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La fiaba popolare: che cos'è?

Nel linguaggio corrente fiaba, favola, storia, racconto sono usati come sinonimi; ma così non è, come vedremo diffusamente più avanti. La fiaba è uno stile letterario particolare, con caratteristiche proprie, ben distinto dalle altre forme letterarie.

Le fiabe popolari sono storie epico-magiche a lieto fine tramandate oralmente da un popolo. L'ambiente privilegiato è quello naturale (territori montani o agresti) in cui si osservano personaggi straordinari, boschi fittissimi, caverne profonde, montagne inaccessibili, animali parlanti, oggetti magici e figure fiabesche. Il meraviglioso e il reale sono in comunicazione ed il risultato è quiete e verosimiglianza.

Lo stile narrativo

Lo stile narrativo è centrato sui fattori dell'astrattezza e della linearità più assolute. Vi domina la tecnica dell'attributo singolo, dello appellativo puro e semplice (ad es. la montagna di vetro, la caverna buia, la strega cattiva) senza altra determinazione o modulazione diversa da quella qualità. La scarsa menzione di dettagli, attributi ed elementi, accresce la potenza narrativa, isola i caratteri delle figure, le circoscrive e ne delinea nettamente i profili. La fiaba non dà spazio al non detto, all'incompiuto, al bisogno di precisare meglio.

La fiaba concentra la propria attenzione sull'azione che ne è il vero protagonista. Tutto nella narrazione è funzionale alla felice conclusione della vicenda: ciò che interessa è solo il lieto fine, che molto spesso coincide con il matrimonio. Anche gli oggetti magici, i personaggi fantastici, i prodigi, non sono sottolineati per destare meraviglia (come nella leggenda o nel mito), essi compaiono in un determinato momento per risolvere un problema, sono funzionali alla linea dell'azione che tutta sorregge la fiaba. Dopo il loro uso o il loro aiuto, non sono più menzionati, decade il motivo del loro essere. Nella fiaba il fantastico occupa una posizione né preminente né secondaria, risolve senza prevaricare, è presente con linearità e quiete. Nessun personaggio si meraviglia del meraviglioso, nondimeno il bambino.

Nella fiaba non c'e' scopo moralista esplicito: l'essenza delle fiabe non è la morale, ma il piacere derivato dall'esito della vicenda, che dona al bambino la fiducia che lui stesso, come il protagonista potrà riuscire nella sua vita. A dare questa speranza è il fatto che il protagonista "conquista il suo regno" e che il cattivo viene punito. Il senso di giustizia del bambino viene così soddisfatto e gli dà sicurezza. Nella fiaba regna la polarità nei giudizi morali, il buono si contrappone al cattivo e in nessun personaggio vi è ambivalenza.

Il bambino quando si identifica con i personaggi non sceglie in base alla loro posizione rispetto al bene, ma in base a chi gli suscita maggior simpatia. Più il personaggio buono è semplice e schietto, più è facile per il bambino identificarsi con lui e respingere quello cattivo: a guidare la sua scelta non è la domanda "Voglio essere buono?", ma "Come chi voglio essere?", e se questo personaggio è una persona buona, allora il bambino decide che anche lui vuole essere buono.

A promuovere la moralità nelle fiabe non è il fatto che alla fine la virtù trionfa, ma il fatto che è l'eroe a risultare più attraente per il bambino. Grazie all'identificazione con l'eroe il bambino trionfa con lui quando la virtù coglie la vittoria. Il bambino compie questa identificazione da solo, e le lotte interiori e col mondo esterno dell'eroe istillano in lui il senso morale.

Come nella vita, nelle fiabe la punizione o la paura di essa è soltanto un deterrente limitato per il crimine. La convinzione che il delitto non paga è un deterrente più efficace della punizione; la punizione è solo per soddisfare il senso di giustizia del bambino.



I personaggi delle fiabe

Nelle fiabe i personaggio sono privi di spessore psicologico: si sorvola la descrizione dei sentimenti, delle emozioni, dei pensieri, delle paure dei suoi personaggi. Il risultato sono personaggi tipici più che unici.

Crispiani, ad esempio, li descrive come eroi senza virtù, che non pensano e non soffrono, agiscono e basta, fino a rasentare l'irresponsabilità. Non c'è attenzione per il mondo interiore degli uomini, gli individui sono privi di legami con gli altri, con la famiglia e con l'ambiente e tendono ad allontanarsi, a compiere altrove le loro imprese. L'eroe è un viandante, l'incontro con l'altro è fortuito, senza motivazione, funzionale solo al superamento del problema. Inoltre da perfetto isolato e solitario qual è, non ha ricordo, non trae insegnamento dai fatti precedenti, infatti non pensa. Fatalmente il secondo fratello cade negli stessi errori del primo, ed il terzo, che supera la prova, non lo fa sulla scorta delle esperienze dei predecessori, ma per l'intervento di oggetti magici o di esseri soprannaturali, che poi scompaiono e non se ne ha più notizia.

Quando Crispiani afferma che l'eroe non pensa né soffre ed è privo di legami con gli altri, si allontana decisamente dal punto di vista autorevole di Bettelheim. Secondo quest'ultimo infatti, l'azione per un bambino prende il posto della comprensione, e questo sempre più vero quando i suoi sentimenti si fanno più intensi. Secondo il modo di vedere del bambino, ad esempio, le persone non piangono perché sono tristi; piangono e basta; e così pure non menano colpi né si comportano in modo distruttivo né si chiudono nel mutismo perché in collera: esse si limitano a fare così e basta.

Dare una spiegazione esplicita ad un'azione non è cosa spontanea nel bambino: il bambino non percepisce la collera come collera, ma come un impulso a colpire, a distruggere o a non rivolgere più la parola a nessuno. Solo più tardi, con la pubertà cominciamo a percepire le nostre emozioni per quello che sono, senza agire immediatamente su di esse. Nelle fiabe i processi interiori sono tradotti in immagini visive. Quando l'eroe è di fronte a difficili problemi interiori, non è descritta la sua condizione psicologica; la fiaba lo mostra perso in un bosco fitto e impenetrabile, incapace di trovare un sentiero per uscire.

Ecco che i personaggi non sono più eroi vuoti e senza motivazioni in balia dell'agire, ora ogni loro azione o affermazione è espressione di emozione e sentimenti. Inoltre Bettelheim sottolinea come l'unidimensionalità dei personaggi (non ambivalenti, non sia buoni che cattivi allo stesso tempo) domina nelle fiabe come nella mente del bambino. Questa semplicità permette al bambino che ascolta la fiaba, di comprendere facilmente le proprie azioni e reazioni.



E vissero per sempre felici e contenti...

Il matrimonio è il divenire re o regine e governare saggiamente il proprio regno è una conclusione molto diffusa nelle fiabe. Bettelheim afferma che la formula "vissero felici per sempre" si ispira direttamente alle ansie e ai dilemmi che i bambini si pongono (il bisogno di essere amati e la paura di non essere considerati, l'amore della vita e la paura della morte) e cerca di rassicurarli.

Non fa certo credere ai bambini che la vita eterna sia possibile, ma indica loro qual è l'unica cosa che ci può far sopportare i limiti del nostro tempo su questa terra: la formazione di un legame veramente soddisfacente con un'altra persona. L'eroe della fiaba esce dal mondo per trovare sé stesso; e quando trova sé stesso trova anche l'altra persona con cui potrà vivere felice, senza dover più provare l'angoscia di separazione, molto forte nel bambino perché conscio che per lui l'abbandono dei genitori vuole dire morte.

Solo quando si è giunti ad avere un legame stabile e duraturo si è nel massimo di sicurezza emotiva nella vita, e solo questo può dissipare la paura della morte. Il matrimonio perciò non è solo un caso accidentale, un motivo di chiusura della storia, un evento accidentale in funzione dell'azione fiabica, come afferma Crispiani.

Per Bettelheim la conquista del proprio regno attraverso l'unione nell'amore e nel matrimonio col partner più adeguato e desiderato simboleggia il conseguimento della vera indipendenza e della completa integrazione della personalità. Il regno comprende anche l'obbligo di governare: cioè di vivere e agire con saggezza.

 


Riferimenti bibliografici:

  • B. Bettelheim, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicanalitici delle fiabe, Feltrinelli, Milano, 1998
  • P. Crispiani, Andar per fiabe, Armando, Roma, 1989


copyright © Educare.it - Anno I, Numero 2, Gennaio 2001