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Sofferenza in famiglia ed interventi di aiuto - L’intervento psicoeducativo


 

L’intervento psicoeducativo

 Nella prima parte abbiamo delineato in modo schematico due diverse modalità di reagire alla malattia di un congiunto, utilizzando il costrutto teorico dell’Emotività Espressa.
Nel tentativo di mantenere l’omeostasi, la famiglia cerca di adattarsi alla malattia seguendo un processo che implica l’attraversamento di fasi che spesso sono parallele a quelle che vive il paziente stesso. Ruoli confusi, negazione delle conseguenze legate alla malattia al fine di mitigare una realtà avvertita come intollerabile, famiglie rigide con individualizzazione esasperata profondamente tesa a mantenere lo “status quo ante”, negando che ci sia bisogno di cambiamento per affrontare il problema (Minuchin & alt., 1978). All’opposto possono emergere atteggiamenti iperprotettivi, con scarsa spinta all’autonomia; eccessivo coinvolgimento, con manifestazioni di ansia marcata nei confronti del sofferente, o atteggiamenti distaccati per cui si preferisce, per proteggersi, delegare o nascondere il tutto, soffocando il conflitto esistente.
In queste situazioni, il contributo di un operatore dell’aiuto può offrire alle famiglie un sostegno concreto, che passa attraverso la costruzione di un rapporto personalizzato. L’operatore, riconosciuto come colui che sembra in grado di raccogliere e di riconoscere i bisogni dell’intera famiglia, diviene una persona con cui condividere ansie e incertezze. Per molte famiglie, inoltre, egli rappresenta la possibilità di accedere nuovamente a una "normalità" relazionale che la malattia ha mandato in crisi, una via per riavvicinarsi a relazioni sociali trascurate a causa del totale assorbimento richiesto dall’assistenza del famigliare.
Dunque, l’operatore è utile a due livelli. Sul piano pratico aiuta la famiglia a iniziare un dialogo con i Servizi territoriali per individuare la migliore risposta ai bisogni assistenziali; sul versante psicoeducativo, egli aiuta i famigliari a elaborare nuove modalità di approccio relazionale con il congiunto malato, sostenendoli nei momenti critici e di sconforto. L’intervento in questo caso è centrato sulla famiglia e mira a prevenire e riparare le dinamiche relazionali alterate, attraverso un processo di mediazione tra l’individuo in difficoltà e le altre persone.

Nell’ottica della relazione di aiuto, i familiari sono visti come alleati e co-protagonisti, non viene loro attribuita alcuna colpa o responsabilità; si riconosce, piuttosto, il fatto che sopportano un carico emotivo ed organizzativo ingente, che comporta molte limitazioni personali e relazionali.
All'inizio del trattamento vi è un intervento psicoeducazionale strutturato, seguito da incontri con la singola famiglia o con gruppi di famiglie, con cadenza almeno quindicinale e/o mensile, che continuano per periodi a medio e lungo termine. Ai famigliari viene spiegato come migliorare le strategie di gestione della malattia del congiunto e di comunicazione con gli altri, come affrontare meglio lo stress della vita di tutti i giorni per non perdere di vista gli obiettivi personali e della famiglia. Durante gli incontri vengono valutati i progressi e le difficoltà incontrate.
L’operatore incoraggia, mostra/propone di decidere insieme a trovare le soluzioni ai problemi, tranne nei periodi di particolare difficoltà o grave crisi, in cui interviene direttamente con le sue conoscenze. Più spesso egli si comporta come un “consulente di processo” (Schein, 1992), un “case manager” che aiuta i familiari a trovare da soli le risposte (Folgheraiter, 1993).
Gli effetti positivi e duraturi di tali incontri, oltre all’efficace fattore informazione, sono quelli riconducibili alla solidarietà tra famiglie, alla condivisione di problemi comuni, ansie, timori, alla "catarsi" intesa come liberazione dalle passioni attraverso la rappresentazione e la condivisione di vicende che suscitano forti emozioni, al fine sollevare e rasserenare l'animo (De Luca, 1995).
In definitiva, l’intervento psicoeducativo offre un sostegno alla famiglia nei momenti di difficoltà, fornisce strumenti e strategie per fronteggiarle e rimuoverle; l’operatore aiuta i membri della rete familiare a scoprire le proprie potenzialità, riconoscere i propri bisogni, acquisire capacità di agire in autonomia.
Cazzullo (1997) rileva che “se il comportamento del malato viene profondamente e costantemente influenzato in senso positivo dalla realtà assistenziale (…) e familiare possiamo riscontrare espliciti miglioramenti clinici, riacquisizione di energie individuali e collettive”.

 


Bibliografia:

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Autore: Raffaele Crescenzo, psicopedagogista, operatore della pastorale familiare, operatore della pastorale sanitaria, perfezionato in pedagogia per il territorio, educazione degli adulti e psichiatria di consultazione e clinica psicosomatica. Responsabile progetto "Centro Assistenza Ascolto" Servizio A.D.I. Distrettuale per le famiglie ed i malati a domicilio. Giudice Onorario Tribunale dei Minori Catanzaro. Già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso Università “Magna Greacia” di Catanzaro. Tra le sue aree di interesse il rapporto adolescenti famiglie, nei suoi campi di intervento forme individuali o di gruppo per prevenzione disagio e nelle situazioni di psicopatologie giovanili. Sostegno alle famiglie nel fronteggiare situazioni di difficoltà relazionali.


copyright © Educare.it - Anno VII, Numero 11, Ottobre 2007