Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 2 - Febbraio 2024

  • Categoria: Monografie

I sette saperi necessari all'educazione del futuro

Edgar Morin, sociologo francese, è una delle figure più prestigiose della cultura contemporanea ed ha scritto il libro “I sette saperi necessari all’educazione del futuro” [1] su proposta dell’UNESCO.
Si tratta di una analisi interessante, che si interseca con altre in corso, anche nel nostro Paese, relativamente alla Riforma della Scuola.

1. EDUCARE A INDIVIDUARE LE FONTI DEGLI ERRORI DELLA CONOSCENZA

L’approccio di Morin è costruttivista: la conoscenza è soggetta ad errori e fallacia; non esiste una realtà in sé, ma solo la nostra interpretazione di essa. Per evitare gli errori e le fallacie occorre quindi analizzare la nostra conoscenza-interpretazione, quindi avere una conoscenza della conoscenza.
Ma avere una conoscenza pertinente, più vicina alla realtà, non vuol dire, come riteneva l’illuminismo, affermare la razionalità liberandola dall’affettività. Non c’è nessun primato della ragione, essa anzi non può essere esercitata senza emozione che può essere causa di errore, ma dà anche la possibilità della conoscenza. Senza emozione, infatti, non si dà conoscenza.
“L’educazione deve quindi dedicarsi a individuare le fonti degli errori, delle illusioni e degli accecamenti” [2].
Bisogna liberarsi dagli errori mentali che consistono nelle illusioni, nell’immaginario che domina gli umani [3], nella possibilità di mentire a se stessi, nell’egocentrismo [4], nella fragilità della memoria e nella deformazione dei ricordi. Poi ci sono gli errori intellettuali dovuti alle teorie, dottrine e ideologie che ci pervadono; gli errori della ragione e gli accecamenti paradigmatici [5].
Morin è per una razionalità critica che dialoga con una realtà che le resiste, che conosce i limiti della logica, del determinismo e del meccanicismo e che ammette il mistero e l’inatteso [6].
La razionalità critica si distingue dalla razionalizzazione perché resta aperta a ciò che la contesta, altrimenti diventerebbe dottrina, una teoria chiusa e dogmatica.
Questa razionalità ammette anche il relativismo culturale perché non si considera appannaggio del solo Occidente. Anche le società arcaiche, al di là dei miti, delle magie e delle religioni, hanno avuto la loro razionalità, ad es. nella costruzione degli utensili, nelle strategie di caccia, nella conoscenza delle piante, degli animali e del terreno. D’altra parte nel nostro Occidente c’è una buona dose di miti, di magie e di religioni.
“Di qui la necessità, per ogni educazione, di individuare i grandi interrogativi sulle nostre possibilità di conoscere” [7].

2. EDUCARE A UNA CONOSCENZA PERTINENTE

Morin constata che i nostri saperi sono oggi sempre più disgiunti, frazionati, compartimentati, mentre i problemi che dobbiamo affrontare sono polidisciplinari, trasversali, multidimensionali, transnazionali, globali, planetari .
Questo problema sarà ripreso dal sociologo nel libro “La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero”, che più avanti esamineremo.
Per avere una conoscenza pertinente occorre quindi avere una visione globale, ologrammatica, che riconnette le parti al tutto e il tutto alle parti; deve essere multidimensionale [8]; deve affrontare la complessità.
Complessità è tutto ciò che è interdipendente e quindi pone il rapporto tra l’unità e la molteplicità.
“Di conseguenza l’educazione deve promuovere una ‘intelligenza generale’ capace di riferirsi al complesso, al contesto in modo multidimensionale e globale” [9].
Occorre evitare il riduzionismo che cerca di ridurre il complesso al semplice, applicando alle complessità umani e viventi il meccanicismo e il determinismo delle macchine artificiali; e la disgiunzione, cioè la separatezza delle discipline scientifiche e umanistiche.

3. INSEGNARE LA CONDIZIONE UMANA

Gli umani, nell’era caratterizzata come planetaria, devono riconoscere la loro comune condizione umana e nello stesso tempo riconoscere la loro diversità individuale e culturale .
Innanzitutto bisogna interrogare la nostra condizione nel cosmo.
“Siamo in un gigantesco cosmo in espansione, costituito da miliardi di galassie e da miliardi di stelle, e abbiamo appreso che la nostra terra è una minuscola trottola che gira intorno a un astro errante, ai bordi di una piccola galassia di periferia.” [10]
Bisogna poi riconoscere l’importanza dell’ominizzazione, cioè di quel processo che è incominciato nell’epoca primitiva e ci ha fatto evolvere dalla scimmia all’uomo.
L’uomo va considerato come “uniduale”, cioè essere biologico e culturale nello stesso tempo, e non lo si può disgiungere dal contesto sociale.
“L’educazione dovrà fare in modo che l’idea di unità della specie umana non cancelli l’idea della sua diversità e che l’idea della sua diversità non cancelli l’idea della sua unità” [11].
Vi è un’unità-diversità genetica nel campo individuale e un’unità–diversità delle lingue nel campo sociale, così come vi è un’unità-diversità delle culture [12].
Le culture sono chiuse in se stesse per difendere la propria identità singolare, ma la contaminazione con altre culture è arricchente.

4. INSEGNARE L’IDENTITA’ TERRESTRE

Morin sostiene che dal XVI secolo, dopo la scoperta dell’America, siamo entrati nell’era planetaria che mette in comunicazione i diversi continenti; e definisce la nostra era quella della mondializzazione, intesa come interdipendenza economica e comunicativa (è stata chiamata da altri come “globalizzazione”).
Essa è caratterizzata dall’avvento delle nuove tecnologie di informazione e di comunicazione: i computer, Internet, ecc.
La mondializzazione è unificatrice, ma nello stesso tempo è anche portatrice di conflitti, di “balcanizzazione”. Nella spinta all’omogeneizzazione che crea la mondializzazione, si cerca per contrasto la propria identità ancestrale.
Gli antagonismi fra nazioni, fra religioni, fra laicità e religione fra modernità e tradizione, fra democrazia e dittatura, fra ricchi e poveri, fra Oriente e Occidente, fra Nord e Sud si nutrono a vicenda, e a ciò si mescolano gli interessi strategici ed economici antagonisti delle grandi potenze e delle multinazionali votate al profitto” [13].
Con Kafka si può dire che l’evoluzione umana è una crescita della potenza di morte: l’umanità può morire per distruzione atomica o ecologica. Gli sviluppi delle tecno-scienze sono ambigui: da una parte hanno portato benessere all’umanità, dall’altra hanno creato le peggiori possibilità di morte e di distruzione.
Dobbiamo considerare la nostra Terra come la nostra Patria: avere una coscienza civica terrestre di appartenere allo stesso pianeta e di dialogare tra noi per comprenderci e salvaguardare il futuro dell’umanità e del pianeta.
La speranza di salvezza sta nelle controcorrenti culturali che si oppongono alla cultura dominante, per esempio quella ecologica e pacifista.