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I sette saperi necessari all'educazione del futuro
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Edgar Morin, sociologo francese, è una delle figure più prestigiose della cultura contemporanea ed ha scritto il libro “I sette saperi necessari all’educazione del futuro” [1] su proposta dell’UNESCO.
Si tratta di una analisi interessante, che si interseca con altre in corso, anche nel nostro Paese, relativamente alla Riforma della Scuola.
1. EDUCARE A INDIVIDUARE LE FONTI DEGLI ERRORI DELLA CONOSCENZA
L’approccio di Morin è costruttivista: la conoscenza è soggetta ad errori e fallacia; non esiste una realtà in sé, ma solo la nostra interpretazione di essa. Per evitare gli errori e le fallacie occorre quindi analizzare la nostra conoscenza-interpretazione, quindi avere una conoscenza della conoscenza.
Ma avere una conoscenza pertinente, più vicina alla realtà, non vuol dire, come riteneva l’illuminismo, affermare la razionalità liberandola dall’affettività. Non c’è nessun primato della ragione, essa anzi non può essere esercitata senza emozione che può essere causa di errore, ma dà anche la possibilità della conoscenza. Senza emozione, infatti, non si dà conoscenza.
“L’educazione deve quindi dedicarsi a individuare le fonti degli errori, delle illusioni e degli accecamenti” [2].
Bisogna liberarsi dagli errori mentali che consistono nelle illusioni, nell’immaginario che domina gli umani [3], nella possibilità di mentire a se stessi, nell’egocentrismo [4], nella fragilità della memoria e nella deformazione dei ricordi. Poi ci sono gli errori intellettuali dovuti alle teorie, dottrine e ideologie che ci pervadono; gli errori della ragione e gli accecamenti paradigmatici [5].
Morin è per una razionalità critica che dialoga con una realtà che le resiste, che conosce i limiti della logica, del determinismo e del meccanicismo e che ammette il mistero e l’inatteso [6].
La razionalità critica si distingue dalla razionalizzazione perché resta aperta a ciò che la contesta, altrimenti diventerebbe dottrina, una teoria chiusa e dogmatica.
Questa razionalità ammette anche il relativismo culturale perché non si considera appannaggio del solo Occidente. Anche le società arcaiche, al di là dei miti, delle magie e delle religioni, hanno avuto la loro razionalità, ad es. nella costruzione degli utensili, nelle strategie di caccia, nella conoscenza delle piante, degli animali e del terreno. D’altra parte nel nostro Occidente c’è una buona dose di miti, di magie e di religioni.
“Di qui la necessità, per ogni educazione, di individuare i grandi interrogativi sulle nostre possibilità di conoscere” [7].
2. EDUCARE A UNA CONOSCENZA PERTINENTE
Morin constata che i nostri saperi sono oggi sempre più disgiunti, frazionati, compartimentati, mentre i problemi che dobbiamo affrontare sono polidisciplinari, trasversali, multidimensionali, transnazionali, globali, planetari .
Questo problema sarà ripreso dal sociologo nel libro “La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero”, che più avanti esamineremo.
Per avere una conoscenza pertinente occorre quindi avere una visione globale, ologrammatica, che riconnette le parti al tutto e il tutto alle parti; deve essere multidimensionale [8]; deve affrontare la complessità.
Complessità è tutto ciò che è interdipendente e quindi pone il rapporto tra l’unità e la molteplicità.
“Di conseguenza l’educazione deve promuovere una ‘intelligenza generale’ capace di riferirsi al complesso, al contesto in modo multidimensionale e globale” [9].
Occorre evitare il riduzionismo che cerca di ridurre il complesso al semplice, applicando alle complessità umani e viventi il meccanicismo e il determinismo delle macchine artificiali; e la disgiunzione, cioè la separatezza delle discipline scientifiche e umanistiche.
3. INSEGNARE LA CONDIZIONE UMANA
Gli umani, nell’era caratterizzata come planetaria, devono riconoscere la loro comune condizione umana e nello stesso tempo riconoscere la loro diversità individuale e culturale .
Innanzitutto bisogna interrogare la nostra condizione nel cosmo.
“Siamo in un gigantesco cosmo in espansione, costituito da miliardi di galassie e da miliardi di stelle, e abbiamo appreso che la nostra terra è una minuscola trottola che gira intorno a un astro errante, ai bordi di una piccola galassia di periferia.” [10]
Bisogna poi riconoscere l’importanza dell’ominizzazione, cioè di quel processo che è incominciato nell’epoca primitiva e ci ha fatto evolvere dalla scimmia all’uomo.
L’uomo va considerato come “uniduale”, cioè essere biologico e culturale nello stesso tempo, e non lo si può disgiungere dal contesto sociale.
“L’educazione dovrà fare in modo che l’idea di unità della specie umana non cancelli l’idea della sua diversità e che l’idea della sua diversità non cancelli l’idea della sua unità” [11].
Vi è un’unità-diversità genetica nel campo individuale e un’unità–diversità delle lingue nel campo sociale, così come vi è un’unità-diversità delle culture [12].
Le culture sono chiuse in se stesse per difendere la propria identità singolare, ma la contaminazione con altre culture è arricchente.
4. INSEGNARE L’IDENTITA’ TERRESTRE
Morin sostiene che dal XVI secolo, dopo la scoperta dell’America, siamo entrati nell’era planetaria che mette in comunicazione i diversi continenti; e definisce la nostra era quella della mondializzazione, intesa come interdipendenza economica e comunicativa (è stata chiamata da altri come “globalizzazione”).
Essa è caratterizzata dall’avvento delle nuove tecnologie di informazione e di comunicazione: i computer, Internet, ecc.
La mondializzazione è unificatrice, ma nello stesso tempo è anche portatrice di conflitti, di “balcanizzazione”. Nella spinta all’omogeneizzazione che crea la mondializzazione, si cerca per contrasto la propria identità ancestrale.
“Gli antagonismi fra nazioni, fra religioni, fra laicità e religione fra modernità e tradizione, fra democrazia e dittatura, fra ricchi e poveri, fra Oriente e Occidente, fra Nord e Sud si nutrono a vicenda, e a ciò si mescolano gli interessi strategici ed economici antagonisti delle grandi potenze e delle multinazionali votate al profitto” [13].
Con Kafka si può dire che l’evoluzione umana è una crescita della potenza di morte: l’umanità può morire per distruzione atomica o ecologica. Gli sviluppi delle tecno-scienze sono ambigui: da una parte hanno portato benessere all’umanità, dall’altra hanno creato le peggiori possibilità di morte e di distruzione.
Dobbiamo considerare la nostra Terra come la nostra Patria: avere una coscienza civica terrestre di appartenere allo stesso pianeta e di dialogare tra noi per comprenderci e salvaguardare il futuro dell’umanità e del pianeta.
La speranza di salvezza sta nelle controcorrenti culturali che si oppongono alla cultura dominante, per esempio quella ecologica e pacifista.
5. EDUCARE AD AFFRONTARE L’INCERTEZZA
IL XX secolo, secondo Morin, ha perso la visione del futuro: non c’è un’evoluzione lineare e il progresso è incerto. Non vi sono solo innovazioni e creazioni, ma anche le distruzioni.
Dobbiamo perciò imparare ad affrontare l’incertezza, abbandonando le certezze dottrinali, dogmatiche e intolleranti.
La conoscenza deve superare gli errori e le illusioni per giungere a una conoscenza pertinente.
Solo così ci sarà possibilità di progresso:
“L’abbandono del progresso garantito dalle ‘leggi della Storia’ non è la rinuncia al progresso, ma il riconoscimento del suo carattere incerto e fragile .La ricerca al migliore dei mondi non è per nulla la rinuncia a un mondo migliore” [14].
6. INSEGNARE LA COMPRENSIONE
Il problema della comprensione umana, da questo punto di vista, è centrale per gli umani.
“Si ritrova qui la missione propriamente spirituale dell’educazione: insegnare la comprensione fra gli umani è la condizione e la garanzia della solidarietà intellettuale e morale dell’umanità.” [15]
Gli ostacoli alla comprensione sono molteplici: tra gli altri, l’egocentrismo, l’etnocentrismo, il sociocentrismo [16].
L’etica della comprensione richiede di capire le ragioni del fanatismo, anche se il fanatico non ci comprende; significa non ridurre il criminale alla sua azione. Essa richiede il “ben pensare” che consiste nell’apprendere insieme, nel legare il locale al globale, nel pensare multidimensionale e complesso.; l’introspezione, cioè la pratica dell’autoesame per comprendere gli altri; la coscienza della complessità umana; l’apertura soggettiva agli altri; l’interiorizzazione della tolleranza.
La comprensione fra società suppone società democratiche aperte e quindi la comprensione fra culture, popoli e nazioni passa attraverso la generalizzazione della democrazia: da questo non si può prescindere.
7. EDUCARE ALL’ETICA DEL GENERE UMANO
Ma cosa s’intende per democrazia?
“La democrazia si fonda sul controllo dell’apparato di potere da parte dei controllati e, con ciò, riduce l’asservimento (determinato da un potere che non subisce la retroazione di coloro che sottomette); in questo senso, la democrazia è più che un regime politico; è la rigenerazione continua di un anello complesso e retroattivo: i cittadini producono la democrazia che produce i cittadini” [17].
La democrazia comporta la separazione dei poteri dello Stato e ha bisogno della diversità e degli antagonismi. Ma proprio per questo può anche essere sopraffatta., non è data per sempre, è minacciata o incompiuta.
“In queste condizioni si pone la necessità per le società considerate democratiche, di rigenerare la democrazia nel momento in cui, in una rilevante area del mondo, si pone il problema di generare la democrazia e mentre si pone l’urgenza di generare una nuova possibilità democratica alla scala del pianeta” [18].
La rigenerazione democratica presuppone la rigenerazione del senso civico, della solidarietà e della responsabilità, quello che Morin considera lo sviluppo dell’“antropoetica”. La scuola in questo senso deve essere un laboratorio di democrazia, un luogo dell’apprendimento del dibattito argomentato e delle procedure di comprensione dell’altrui pensiero.
L’antropoetica si configura come nuovo umanesimo che vuole salvare l’umanità all’autodistruzione.
Note:
[1] E. Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaele Cortina Editore, Milano 2001.
[2] op.cit., p.19
[3] “Le vie di entrata e di uscita del sistema neuro-cerebrale, che mettono in connessione l’organismo con il mondo esterno, rappresentano solo il 2 per cento dell’insieme, mentre per il 98 per cento concernono il funzionamento interno: perciò si è costituito un mondo psichico relativamente indipendente nel quale fermentano bisogni, sogni, desideri, idee, immagini, fantasmi, e questo mondo impregna di sé la nostra visione o concezione del mondo esterno.”, op. cit., p.19-20
[4] L’egocentrismo è qui inteso come bisogno di autogiustificazione che ci fa mentire a noi stessi.
[5] Ad es. il paradigma cartesiano ha disgiunto il soggetto e l’oggetto.
[6] Il nuovo per Morin è sempre inatteso, altrimenti non sarebbe nuovo.
[7] op. cit., p.31
[8] “Le unità complesse, come l’essere umano o la società, sono multidimensionali: così l’essere umano è nel contempo biologico, psichico sociale, affettivo, razionale: la società comprende dimensioni storiche, economiche, sociologiche, religiose...”, op. cit., p.37-38
[9] op. cit., p.38
[10] op.cit., p.49
[11] op. cit., p.56
[12] Così Morin definisce la cultura:” La cultura è costituita dall’insieme dei saperi, delle abilità, delle regole, delle norme, dei divieti, delle strategie, delle credenze, delle idee, dei valori, dei miti, che si trasmette di generazione in generazione, si riproduce in ogni individuo; controlla l’esistenza della società e mantiene la complessità psicologica e sociale.”op.cit., p.57
[13] op.cit., p.69
[14] op.cit., p.94-95
[15] op. cit., p.97
[16] “hanno come tratto comune il fatto di situarsi al centro del mondo e di considerare come secondario, insignificante o ostile tutto ciò che è straniero o lontano”., op. cit. 100
[17] op. cit., p.113
[18] op.cit., p.119
Autore: Eugenio Tipaldi è laureato in filosofia ed ha sempre insegnato in scuole “di frontiera”: per sei anni presso la scuola media “Giovanni XXIII” di Sant’Antimo, in provincia di Napoli; per due anni presso la scuola media “Guarino” a San Pietro a Patierno, periferia di Napoli; per sette anni presso la scuola media “Pasquale Scura”, sita nei Quartieri Spagnoli di Napoli.
Attualmente insegna presso la scuola media “Santa Maria di Costantinopoli” di Napoli.
E’ autore di un libro di poesie: “La malattia mortale della gioventù” (Editrice Letteraria Internazionale, Ragusa 1996) e del pamphlet polemico: “Diario scolastico. le vicissitudini di un insegnante in una scuola a rischio di Napoli” (Oppure editore, Roma 2004).
copyright © Educare.it - Anno V, Numero 6, Maggio 2005

