- Categoria: Monografie
Educazione, pratica di libertà - Terza parte
Article Index
E’ necessario però tener conto del mutato contesto storico. Oggi i rapporti sociali sono “tirati fuori” da contesti locali di interazione e riallacciati su archi spazio-tempo lontani e indefiniti e le relazioni sociali sono sempre più spesso stabilite a grandi distanza.
Per questo si moltiplicano oggi azioni in direzione contraria, orientate alla riappropriazione e ridefinizione di relazioni sociali alle condizioni locali di spazio e tempo.
Il processo di globalizzazione va infatti di pari passo con uno di regionalizzazione.
Sembra trattarsi anzitutto di un fenomeno culturale: il cosiddetto disembedding provoca un senso di insicurezza e lo stesso effetto hanno la rapidità con cui le relazioni sociali cambiano e la varietà di situazioni con cui si confronta.
Questa possibilità comporta anche la formazione di nuove subculture e la rivitalizzazione di identità tradizionali e locali, che forniscono risposte di significato, facilità di rapporti fiducia alle interazioni nella vita quotidiana.
La deterritorializzazione esito della globalizzazione penalizza anche la pedagogia e tutti i saperi dell’educazione che da sempre operano localmente e sono legati al territorio e alla comunità, come Civitas umana e luogo di riferimento, appartenenza e riconoscimento culturale. La pedagogia infatti trova nel proprio luogo d’origine il proprio impianto culturale, gli assetti disciplinari, il linguaggio scientifico, i valori. In un contesto globale, smarrisce la sua funzione di risposta alla crisi di senso poiché la sua offerta è parziale e locale, laddove la progettualità, le aspirazioni, le costruzioni sociali sono volte al globale.
Siamo di fronte al paradosso espresso da Luhmann: la società è fatta in ultima analisi di interazioni dirette fra persone, ma la società che è cresciuta non è più accessibile alle persone per mezzo dell’interazione diretta.
Una rivoluzione che impedisce di pensare al proprio quotidiano prescindendo dalla complessità della situazione mondiale, ma che richiede anche un radicamento nell’esperienza vissuta autentica per interpretare e dare senso ad uno sfondo che altrimenti si riduce a contrattazioni affaristiche.
Si parla infatti di educazione sostenibile, che agisce da un lato localmente opponendosi alla deterritorializzazione, e dall’altro globalmente governando la mondializzazione disumanizzante.
Dal punto di vista locale, occorre pensare a pratiche educative che restituiscano ai luoghi la loro capacità di produrre senso per l’esistenza, rivalutando la dimensione della communitas, ancorandosi ai territori come spazi vissuti di organizzazione delle identità, dei saperi, delle relazioni, delle comunicazioni, delle visioni del mondo.
Dal punto di vista globale, occorre aprirsi alla sfida della formazione di un cittadino globale, nel confronto tra culture e civiltà.
E’ evidente quindi quanto sia necessario per la scuola uscire da un’ autoreferenzialità rispetto al mondo sociale e quanto sia ugualmente necessario (come indicato da Vanna Iori) che i quartieri e le piazze delle grandi città tornino ad essere vissuti, recuperando il senso degli spazi in cui si parla, si discute, si gioca, si festeggia.
La pedagogia, in conclusione, deve educare coscienze che sono individuali ma ad un tempo collettive, private ma allo tempo pubbliche. Fin dall’infanzia, deve fare rientrare nei progetti educativi e nei programmi esperienze di partecipazione, di collaborazione e di assunzione di incarichi e di responsabilità, con l’obiettivo di promuovere la massima realizzazione dell’individuo, delle proprie possibilità personali, così da renderlo attore di cambiamento all’interno dall’organizzazione. E’ importante che la scuola sia "un luogo di cittadinanza democratica".
L’organizzazione stessa della scuola, prefigurata dalla sperimentazione dell’autonomia, favorisce la responsabilizzazione e la partecipazione degli studenti alla vita scolastica, l’ascolto delle loro proposte, la creazione di spazi adeguati alla crescita democratica e all’esercizio attivo di diritti e responsabilità, la promozione di una cultura del dibattito e della negoziazione e la legittimazione di punti di vista diversi.
Per la politica, di contro, si tratta di accettare la presenza di individui scomodi perché educati alla partecipazione e alla gestione del bene comune.
Autore: Giada Farè: Laureata in Scienze della Formazione presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca. Dal 2001 Responsabile della Formazione della struttura Call Center di una società di telecomunicazioni. Iscritta all'associazione COFIR (Consulenti Orientatori Formatori in Rete), cura la rubrica di Psicopedagogia della comunicazione del sito www.psicopedagogika.it.
copyright © Educare.it - Anno V, Numero 5, Aprile 2005

