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L'io e l'altro nel futuro di relazione: dinamiche psicologiche - Il ruolo del silenzio

Il ruolo del silenzio

Nel proseguo della riflessione sulle dinamiche psicologiche della comunicazione occorre rilevare che l’ascolto ha rapporti stretti con il silenzio. All’apparenza può sembrare un paradosso ma anche il silenzio è parte integrante della comunicazione.
Esso può essere attivo e passivo: nel primo caso ascoltiamo al silenziatore le parole del nostro interlocutore per coglierne il significato, per cercare il contatto opportuno; per mantenere il rapporto; nel secondo caso sorvoliamo le parole pronunciate per osservarle da lontano, finché diventano piccoli ed insignificanti suoni dai quali ci separiamo senza riserve, per perdere anziché conservare il rapporto comunicativo con l’altro.
Secondo questa linea di senso l’ascolto nella comunicazione è una forma della dimensione futurale della relazione dove, come negli esercizi al piano, si presta attenzione anche ad altri elementi in gioco nel fare comunicativo. Siamo prudenti o audaci nei toni perché da una modalità maggiore a una minore passa il tocco leggero che, come per la musica in note, ha l’effetto di una emozione positiva o negativa. Superate, allora, le prove iniziali di quello che abbiamo chiamato giochi rituali nella comunicazione “questo insieme di complesse e silenziose danze di avvicinamento, di allontanamento” [3] si è ammessi a visitare il mondo dell’altro, e con altrettante e successive “prove di partecipazione” è consentito il permanere, preludio di relazione futura dell’uno all’altro.

Comunichiamo per sapere, per comprendere, per avere conferme; comunichiamo per essere conosciuti e per il desiderio di essere ri-conosciuti nelle dinamiche dell’incontro; comunichiamo per non indugiare nell’ombra di sé stessi e per non finire nel crepuscolo dell’Altro, per non essere ignorati; comunichiamo per capire e renderci conto degli stati delle cose che conosciamo e dei loro mutamenti; comunichiamo per raccontare e raccontarsi, comunichiamo per comprendere un Io che nella comunicazione accoglie un Tu, comunichiamo per emancipare un “Noi” imperfetto e stringere patti con un Noi evoluto. La comunicazione inizia, dunque, laddove c’è un reciproco e spontaneo andare verso a .., il venirsi…. a, trovarsi l’uno accanto all’altro con il sé e l’altro da sé
La comunicazione comincia quando e mentre c’è un incontro con il mondo interno - il tempo vissuto (l’IO) e i mondi esterni - i temi da vivere ancora (TU-LORO), universi distinti ai quali apparteniamo secondo differenti modalità temporali e spaziali: ogni micro-cosmo (l’IO) ha i suoi Soggetti in mutui rapporti di comunicazione con micro-cosmi a parte da sé (l’Altro), nodi di relazione spaziati nel tempo in sequenze di legami declinati verso il plurale o il singolare dei pronomi alla persona.
Dalla filosofia alla psicologia, passando per la psicanalisi molto si è discusso sulla comunicazione-relazione tra il mondo interiore, intimo dove si stendono e si dilatano emozioni, fantasie, pensieri, immagini desideri e il mondo esteriore, il fuori da sé fatto di persone e di oggetti; fra i Soggetti della mente e dell’anima e i Soggetti dell’universo altro, delle loro dinamiche complesse che spesso sfuggono per necessità o per desiderio alla consapevolezza delle persone.

Nella prospettiva del sistema di relazione comunicativa poco o niente è immobile, statico; i processi di espressione linguistica cambiano e si modificano e non sempre seguono i pensieri che quasi mai si concedono del tutto alla manifestazione esplicita.
Possiamo ipotizzare in questa attività comunicativa un divenire, un susseguirsi di azioni, di comportamenti, avvenimenti umani verso un’intenzione, una motivazione, verso un messaggio al di là del quale c’è un io altro che non è una imitazione di se stessi ma un altro originale.
L’in-contro si è detto è un andare verso … l’altro, un movimento non solo fisico di incamminarsi con le parole verso una alterità che posso ri-conoscere oppure che distinguo appena o che ignoro del tutto. Secondo questa intuizione il non conoscere può assumere anche una dimensione propria del tempo, quella inesplorata, mai sperimentata dell’altro Io, e che, per questo potrebbe rivelarsi come mio prossimo, ovvero il mio futuro.
Come è poco credibile meditare di fuggire dal passato, se non falsificando un presente, così abbiamo scarse probabilità di scappare dal futuro, un tempo che non si fa mancare seppur nel suo essere astratto e invisibile.

Il futuro non si conosce, vero, ma è quasi impossibile pensare di evitarlo e di non andare verso il suo essere tempo. Si può essere d’accordo o meno su questo punto, ma l’esigenza del momento è un'altra e quella cioè di rapportare la necessità del futuro anche come tempo dell’altro in quanto esso stesso “un mio domani”, un appuntamento con l’avvenire in quanto Altro da me, condizione questa inevitabile nella comunicazione. E’ forse secondo questa prospettiva temporale che possiamo fare riferimento alla necessità del futuro quando sentiamo parlare, dentro e fuori di noi, del bisogno che sentiamo dell’altro.


 


Note:

 

[1] K. Jaspers, Ragione ed esistenza, I classici del pensiero, Fabbri editori, Milano 1998, pp. 88-89.

[2] W. Shakespeare, La Tempesta, Atto IV

[3] L.Cerioli, Appassionata Mente. Sul desiderio e la paura di conoscere. FrancoAngeli Milano 1998, p.67


Autore: Daniela Boccanera, laureata in Pedagogia e Sociologia, opera come docente di Filosofia e Storia, nonché come formatrice in corsi per Insegnanti. Ha frequentato il Master di Psicologia della comunicazione e tecniche dialogiche. Attualmente sta conseguendo il Dottorato di Ricerca in Psicologia della comunicazione e tecniche dialogiche presso l’Università degli Studi di Macerata.

copyright © Educare.it - Anno V, Numero 4, Marzo 2005