- Categoria: Intercultura e scuola
Migranti e scuola italiana - Aspettative nei confronti della scuola
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Le aspettative dei genitori stranieri nei confronti della scuola italiana
Introduciamo questo paragrafo con la testimonianza di un genitore cinese di Prato (M.I.U.R., 2004) che ci sembra riflettere al meglio l’atteggiamento di molti stranieri adulti nei confronti dell’educazione dei loro figli nel nostro Paese.
Il signor Liao si interroga sul perché le figlie non vanno all’Università
“Le ho detto che se vuole fare l’Università, anche prendere un dottorato, non c’è problema, io la faccio studiare. Noi non abbiamo studiato e ora non c’è più niente da fare. Io ho il diploma di media inferiore.”
Il signor Liao, che gestisce un’attività di Pronto Moda a Prato, nutre grandi ambizioni per l’educazione futura della figlia, che ha 15 anni: si tratta della figlia più giovane sulla quale si riversano le aspettative di studio della famiglia, visto che le sorelle maggiori non hanno proseguito gli studi.
Dice, ancora, il signor Liao: “Noi cinesi d’Italia parliamo molto poco del futuro dei figli, delle scuole che scelgono. In Cina non si fa altro che parlare dei figli, qui no. In genere noi che viviamo in Italia non diamo molta importanza al problema dell’educazione dei ragazzi e non so dire perché…Perché noi siamo qui per guadagnare i soldi, ma la cosa assurda è che lo facciamo per la generazione che viene dopo di noi e allora non capisco perché non li facciamo studiare. In Cina se qualcuno ha un negozio non chiede ai figli di aiutarlo. Qui no. In Cina i figli dei miei amici vanno tutti all’Università.”
La scuola sembra quindi occupare un ruolo importante nei progetti dei genitori stranieri in Italia, che vi vedono una forma di riscatto e la possibilità di costruire un futuro migliore per la generazione a venire.
Tuttavia, devono fare i conti anche con una serie di paure che inevitabilmente nascono in loro nel momento in cui si confrontano con le istituzioni scolastiche del Paese ospitante, e nello specifico:
- paura della perdita delle proprie radici culturali, attraverso l’immersione in un contesto socio-culturale diverso da quello di provenienza;
- paura dello stravolgimento dei ruoli tradizionali della famiglia attraverso il confronto con un modello differente;
- paura della perdita della lingua d’origine, uno degli elementi più importanti per il mantenimento dell’identità collettiva della comunità e un fattore determinante per l’eventuale reinserimento nel Paese d’origine;
- paura dell’indebolimento delle radici religiose della famiglia;
paura del rifiuto del cibo tradizionale (che nella migrazione diventa spesso simbolo di identificazione culturale con una comunità di appartenenza).
Nella migrazione alcuni elementi della tradizione culturale diventano “simbolici” e assumono prospettive di valore notevolmente amplificate rispetto a quanto accadeva nel proprio Paese, dove non vi era alcun bisogno di difendere la propria identità collettiva. Il fenomeno non ci deve stupire in quanto è il medesimo che si ripropone all’interno delle comunità di italiani emigrati all’estero, ormai anche da parecchie decine di anni.

