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Migranti e scuola italiana - Rapporti scuola-famiglia
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Rapporti scuola-famiglia
L’importanza attribuita dai genitori al successo scolastico dei figli sembra però non trovare riscontro nei rapporti scuola-famiglia, considerati spesso molto deludenti dagli insegnanti. In realtà, la scarsa partecipazione dei genitori stranieri può essere attribuita a cause diverse dall’interesse e, nello specifico, le ragioni potrebbero essere:
- di ordine pratico, legate agli orari e alle condizioni di lavoro, spesso molto più disagiate rispetto a quelle degli italiani, e alla scarsa conoscenza dei propri diritti (ad esempio l’esistenza di permessi retribuiti per partecipare ai colloqui con i genitori);
- di ordine culturale, originate dal fatto che in molti paesi stranieri vi è una delega completa del compito educativo agli insegnanti, considerati persone di grande autorevolezza ed esperienza; in molte culture non è affatto contemplata l’evenienza di colloqui genitori-insegnanti;
- di ordine linguistico, determinate dalla scarsa o nulla conoscenza della lingua italiana e quindi dalla sensazione di inferiorità, inadeguatezza, vergogna che ne può derivare;
- di ordine educativo, generate dal timore di veder messi in discussione i propri principi relativi alla cura e all’educazione dei figli, in quanto molto diversi da quelli italiani, oppure dalla consapevolezza dell’impossibilità di garantire ai propri figli un ambiente educativo consono, a causa della mancanza degli spazi adeguati, di figure di riferimento appropriate (ad esempio la famiglia allargata cui si poteva far riferimento nel proprio Paese d’origine).
Dalla disamina dei punti precedenti ci si rende immediatamente conto di come il genitore straniero si senta spesso in una situazione di asimmetria rispetto agli insegnanti della scuola italiana e viva quindi con estremo imbarazzo (e di conseguenza chiusura e rifiuto) i tentativi di contatto e coinvolgimento.
Riportiamo in allegato un’interessante tabella (Delcroix 2000) che riassume le principali incomprensioni che si generano in ambito scolastico, con i punti di vista di entrambe le parti in causa (insegnanti e genitori).
Nel caso di Said, visto in precedenza, la lettura delle parole degli insegnanti ci permette di comprendere come (Grilli 2000) “al pregiudizio etnico, soprattutto nei confronti del padre, [venga associato] quello sociale, relativo alla bassa condizione socio-culturale di entrambi i genitori, vista come causa del suo scarso rendimento scolastico”:
Insegnante: “Il padre di Said dice di essersi laureato nel suo Paese, ma qui fa il barista. A parte il fatto che non si presenta mai ai colloqui, non è affatto collaborativo. Sua madre è più disponibile, ma anche lei non è che possa aiutarlo più di tanto nello studio”.
Il pregiudizio ovviamente rende impossibile il dialogo, infatti la replica del padre di Said è abbastanza esauriente:
Padre di Said: “Il prossimo anno, Said cambierà scuola: non ci troviamo molto bene qui, gli insegnanti non sono ben disposti nei nostri confronti e nemmeno nei confronti di Said. Una volta tornò a casa piangendo perché un suo compagno l’aveva picchiato e diedero la colpa a lui: è un modo di punirlo perché è musulmano”.
Secondo il padre di Said è difficile, per un musulmano, riuscire a farsi accettare in un Paese diverso dal proprio:
Padre di Said: “Molte persone non accettano la nostra diversità, mi dicono che è colpa mia se mio figlio non si trova bene a scuola perché non lo educo secondo i costumi di questo Paese, ad esempio non voglio che impari la religione. Penso che i bambini, a scuola, dovrebbero imparare la matematica, la storia, la geografia, ma non la religione, che è un fatto privato. E poi non ha senso, è come pretendere che un italiano che vive in Egitto debba a tutti i costi diventare musulmano”.
La nascita e lo sviluppo di pregiudizi da entrambe le parti sono ovviamente controproducenti per l’avvio di un rapporto paritario fra genitori stranieri e insegnanti e rischiano di compromettere l’inserimento, l’accettazione e l’integrazione dello studente straniero non solo nella scuola ma complessivamente nella società ospite.
Note
1. Un aneddoto per confermare questa percezione: durante un viaggio di istruzione all’estero un bambino albanese, appena varcato il confine, esclamò: “Ora finalmente siamo tutti stranieri”.
2. Elena e Said frequentano la terza classe in una scuola primaria di Roma. Elena è nata in Russia e vive in Italia, dove la madre si è risposata con un uomo italiano, da quando aveva tre anni; ha ricordi della Russia e si reca periodicamente a Rjazan, dove è nata, per fare visita alla nonna. Said è nato in Italia da padre egiziano e madre italiana, si reca raramente in Egitto ma osserva con il padre alcune delle regole prescritte dalla cultura musulmana di cui è fanatico.
3. Ragazza etiope di 13 anni nata in Italia.
4. Con BICS (Basic Interpersonal Communication Skills) si intendono le abilità comunicative interpersonali di base, che servono per esempio per salutare, interagire con i compagni nei giochi, chiedere una semplice informazione. Con CALP (Cognitive Academic Language Proficiency) ci si riferisce alla padronanza linguistica cognitivo-accademica che è necessaria per esempio per riassumere, comprendere e produrre testi argomentativi, individuare ed ordinare sequenze di fatti.

