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Insuccesso scolastico: determinanti psicologiche e percezioni degli adolescenti
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Il cambiamento è connaturato a quel periodo della vita che identifichiamo come “adolescenza”: tuttavia non è affatto semplice definire le caratteristiche dei mutamenti dell’esperienza affettivo-relazionale, nonché dei disagi, degli adolescenti delle ultime generazioni, che si caratterizzano per essere cresciuti all’interno di organizzazioni “sistemiche” ed “organicistiche”1, considerate una dilatazione della società reticolare2.
Tali cambiamenti possono essere rapportati sia ai diversi condizionamenti sociali e culturali lungo tutto l’arco del ciclo della vita, sia ai mutamenti nei modelli di interazione affettiva e di relazione all’interno della famiglia: in altre parole, ad un cambiamento del contesto di crescita degli adolescenti “attuali”. Analogamente si può parlare anche di un cambiamento della modalità espressiva e della tipologia prevalente del disagio scolastico degli adolescenti stessi.
Molteplici ed accreditati studi scientifici hanno parlato di un progressivo passaggio dalla famiglia “tradizionale”, etica e normativa, basata sulla trasmissione di regole, rigidi valori e principi astratti, ad una famiglia degli affetti o “affettiva”3, in cui il compito dei genitori è proiettato essenzialmente a far crescere felici i propri figli; in questo quadro l’aspirazione principale delle figure genitoriali, specie quella paterna, è quella di farsi obbedire dai figli “per amore” piuttosto che, come accadeva in passato, “per paura” delle sanzioni che potrebbero esser loro impartite.
Nella famiglia attuale, quella definita “affettiva”, si assiste infatti ad una crisi del modello autoritario a favore di una cultura educativa che attribuisce valore alla socialità e all’estensione della rete di relazioni sociali4; in essa si afferma la tendenza a cercare di “tirar fuori” il meglio possibile dal proprio figlio piuttosto che “mettere dentro” di lui regole e principi astratti. Tutto ciò ha determinato tra figli adolescenti e genitori una relazione tendenzialmente meno conflittuale rispetto al passato, un allentamento, dunque, del conflitto adulti-adolescenti. La presenza di minori elementi di conflitto generazionale ed una maggiore tendenza allo scambio e all’interazione sciale con i coetanei fin dall’età infantile fanno sì che l’ingresso in adolescenza sia avvertito dai ragazzi di oggi in maniera relativamente meno traumatica e con maggiori elementi di continuità con le fasi precedenti dello sviluppo, rispetto alle generazioni passate.
Nulla di svantaggioso sembrerebbe; in realtà suddetti meccanismi, in relazione ai “compiti” di sviluppo dell’adolescente – ovvero quanto avviene, a livello profondo, nella realtà psichica del minore, nel suo mondo interno di relazioni affettive intime tra il Sé e gli oggetti significativi, ecc. - hanno contribuito a rendere particolarmente complessa la fase di “separazione” dai genitori che ciascun l’adolescente è chiamato a svolgere5.
Qui l’approccio è essenzialmente psicoanalitico; la psicoanalisi infatti, indipendentemente dalle manifestazioni comportamentali, riconduce la tematica del disagio adolescenziale e delle sue determinanti alla sofferenza psichica che l’adolescente è impegnato ad affrontare nel momento in cui si trova a rimaneggiare le proprie identificazioni, a ristrutturare e consolidare la propria identità.
In proposito è doveroso ricordare che rilevanti teorie elaborate in ambito psicoanalitico sull’adolescenza, non troppi anni fa, sostengono il significato imprescindibile del concetto di crisi adolescenziale collocandone la causa, la natura profonda, nel crollo dell’idealizzazione del rapporto infantile con i genitori6; ciò implicherebbe una compromissione della percezione del proprio corpo e della conoscenza, in merito alla questione centrale per l’adolescente della verità sulle proprie esperienze emotive7.
Altri studiosi - tra cui C. Lasch8, A. H. Mondell9, F. Petrella e V. Berlincioni10, ecc. – a riguardo, invece, sostengono che mentre la società dei primi Novecento e dei decenni successivi era una società nevrotica, dell’uomo “conflittuato”, quella che si è consolidata dagli anni Settanta del Novecento è una società caratterizzata essenzialmente dai tratti della patologia narcisistica, aspetti che si trasmettono sia attraverso i modelli di relazione affettiva nell’ambito familiare sia attraverso quelli culturali. La diffusione dei tratti della patologia narcisistica si riflette in una molteplicità di fattori; per quanto attiene, nello specifico, le cure genitoriali, essa ha causato sostanzialmente: a) una maggiore propensione da parte dei genitori a promuovere fenomeni di reciproca idealizzazione nella relazione con i figli; b) una maggiore tendenza verso modalità di evacuazione della sofferenza piuttosto che di contenimento della stessa11.

