- Categoria: Scuola e dintorni
- Scritto da Marino Zanchin
L’insegnante efficace secondo il metodo Gordon
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Numerosi studi, anche di diversa matrice, hanno dimostrato come la creazione di un’atmosfera socio-affettiva favorevole nella classe sia una dimensione essenziale dell’apprendimento individuale. Un interessante contributo per la realizzazione di un miglior clima di classe viene offerto dall’applicazione del metodo di Gordon, che integra il pensiero di Maslow e di Rogers.
Charles Maslow si è interessato della “psicologia della salute” come integrazione della “psicologia della malattia”.
Ha cercato cioè di osservare attentamente le personalità sane e completamente realizzate, suggerendo il modo per non entrare nella malattia, e per sviluppare aspetti positivi della personalità. Egli, quindi, privilegia la prevenzione. Secondo Maslow, l’uomo è di natura buona, così come sono buoni i suoi bisogni fondamentali, i suoi sentimenti, le sue capacità. Il male è la trazione alla frustrazione delle esigenze positive verso la realizzazione. Sottolinea inoltre che l’uomo ha una evoluzione individuale che inizia nei primi anni di vita e non ha mai termine. La concezione dell’uomo che ne deriva è senza dubbio e ottimistica: un approccio al bambino in “positivo” facilitando la sua “natura buona” creando attorno a lui un clima di fiducia e libertà.
L’insegnante, per una sana crescita, deve favorire nei propri alunni alcune qualità:
- la percezione realistica degli individui e dell’ambiente;
- l’accettazione di sé, degli altri, della natura;
- la spontaneità, la sincerità e la naturalezza;
- la capacità di individuare e risolvere i problemi;
- godimento della compagnia degli altri, ma anche della solitudine;
- autonomia e indipendenza;
- capacità di cogliere aspetti nuovi nella realtà;
- carattere democratico, equilibrio morale;
- umorismo, creatività, originalità;
- capacità di vivere intensamente ogni esperienza.
Maslow ha scoperto che queste qualità si riscontrano nelle persone autorealizzate, che hanno cioè soddisfatto ad ogni livello i loro “bisogni”. Quando i bisogni non sono soddisfatti le persone avranno problemi di crescita e di sviluppo personale.
Un grande vantaggio che la teoria di Maslow ci offre è quello di fornirci un fondamento logico per guardare le persone “problematiche” semplicemente come persone con bisogni insoddisfatti, senza per questo doverle giudicare “cattive” o “pericolose”. Dalle formulazione teoriche e dalle ricerche di Maslow ci si pone l’interrogativo di come genitori ed insegnanti debbano porsi in relazione con il ragazzo per aiutarlo a crescere sano. Una risposta a questo interrogativo ci viene da Carl Rogers.
Carl Rogers pone al centro di tutto il processo educativo la relazione fra insegnante e allievo, fondata su stima e rispetto reciproci; in questa ottica l’insegnante deve saper essere autentico e l’allievo deve sentirsi in ogni momento accettato e amato.
E’ importante che l’apprendimento si attui in un clima di libertà, che sia significativo, automotivato e basato sull’esperienza. Per Rogers l’insegnate non deve essere un pozzo di sapere ma deve essere in grado di stabilire un rapporto efficace con gli studenti. Deve essere genuino, essere cioè se stesso, in grado di esprimere i propri sentimenti positivi o negativi; deve avere stima delle capacità dell’alunno; deve avere comprensione, empatia, riuscendo cioè a capire ciò che prova lo studente, senza valutare o giudicare.
Rogers afferma inoltre che tutta la vita è apprendimento e che l’insegnate è un facilitatore dell’apprendimento. L’insegnante sarà un facilitatore se diventerà membro del gruppo classe, se stabilirà un clima di fiducia e se mette a disposizione degli alunni le sue capacità e conoscenze. L’insegnante dovrà inoltre essere autentico, riconoscere i propri limiti e partecipare a livello emozionale alla vita della scolaresca. In qualsiasi situazione della vita è fondamentale riuscire a stabilire un autentico rapporto interpersonale e a tal fine è importante “ saper ascoltare”.
Il metodo integrato Gordon
Thomas Gordon propone alcune metodologie utili per impostare un’efficace relazione fra insegnante e allievo e fra gli allievi stessi.
Egli sottolinea il fatto che generalmente gli adulti controllano ogni azione del ragazzo favorendone spesso la dipendenza anziché l’autonomia. Questo perché non sono stati abituati a trovare una soluzione agli inevitabili conflitti senza che ne escano vincitori o vinti. La scuola da parte sua può diventare fonte di frustrazione sia per l’insegnante che per l’alunno: spesso il primo si sente frustrato perché gli alunni sono svogliati e disattenti, i secondi diventano degli stressati perché obbligati ad andare a scuola.
L’insegnante che tenta di dimostrarsi come una persona che sa tutto, senza difetti e che non sbaglia mai, sarà sempre in continua tensione, specialmente per mantenere la disciplina. Gordon sostiene, come Rogers, che l’insegnante dovrebbe tenere un atteggiamento genuino, autentico, esprimendo i propri sentimenti positivi e negativi. Dovrebbe, inoltre, accettare l’alunno per quello che è, facendogli sentire che gli viene data la massima fiducia senza criticarlo o correggerlo continuamente. Dovrebbe entrare in un rapporto di empatia con l’alunno trovando strategie per una migliore comunicazione.
I comportamenti inadeguati
Due sono le tecniche che Gordon propone per modificare i comportamenti inadeguati:
· l’ascolto attivo
· il messaggio – io
Per capire quanto usare l’uno o l’altro metodo l’insegnante dovrebbe immaginare di costruire un rettangolo, chiamato “fenêtre”, e porre i comportamenti accettabili in alto e quelli inaccettabili in basso.
| Comportamenti accettabili | Esprimono un problema per l’alunno |
| Nessun problema | Non esprimono né causano problemi: è la situazione ideale per l’insegnamento/apprendimento |
| Comportamenti inaccettabili | Esprime un problema per l’insegnante |
Tale soglia non è rigida ma varia a seconda del tempo, del luogo e delle condizioni psicofisiche dell’insegnante. Un comportamento accettabile, per esempio, in certe situazioni (chiacchiericcio dei ragazzi all’inizio mattinata) non lo è in altre (fine della giornata in cui tutti si è stanchi). Ci sono quindi comportamenti che l’insegnante accetta perché adeguati (collaborare, studiare, discutere…); altri che accetta perché non disturbano (isolarsi, distrarsi,…); altri che non accetta perché impediscono un lavoro sereno (alzarsi in continuazione, picchiare i compagni, parlare durante le spiegazioni,…).
L’insegnante poi si chiederà “di chi è il problema?”. Per poter applicare la tecnica adatta per risolvere le varie situazioni che si vengono a determinare. Se il problema è dell’alunno si interverrà usando l’ascolto attivo; se invece è un problema dell’insegnante interverrà con il messaggio – io.
L'importanza di un messaggio efficace
Quando gli alunni hanno un problema, di frequente gli insegnanti si intromettono cercando di aiutarli con dei “buoni consigli”, con dei “suggerimenti” tratti dalla loro stessa esperienza o invitandoli a riconoscere la realtà dei “fatti” ed ad attenersi ad essa. Nonostante le buone intenzioni, spesso questi tentativi creano più problemi di quanti ne risolvano e finiscono per bloccare la voglia di comunicare nello studente. Questi tentativi vengono definiti “barriere della comunicazione e sono dodici:
1. dare ordini, comandare, dirigere;
2. minacciare, ammonire, mettere in guardia;
3. moralizzare, far prediche;
4. offrire soluzioni, consigli, avvertimenti;
5. argomentare, persuadere con la logica;
6. giudicare, criticare, biasimare;
7. fare apprezzamenti, manifestare compiacimento;
8. ridicolizzare, etichettare, usare frasi fatte;
9. interpretare, analizzare, diagnosticare;
10. rassicurare, consolare;
11. indagare, investigare;
12. cambiare argomento, minimizzare, ironizzare.
Per non incorrere nel pericolo di reagire verbalmente usando delle “barriere” che comunicano la non accettazione del problema dell’alunno, Gordon consiglia la tecnica dell’ascolto attivo. Ascoltare una persona, infatti, aiuta a liberarla di ciò che la opprime facendole inoltre capire che è accettata con tutti i suoi problemi.
L’ascolto attivo
L’ascolto attivo prevede quattro momenti:
1. l’ascolto passivo: permette l’alunno di esporre, senza essere interrotto, i propri problemi (prestare attenzione concreta e totale al ragazzo);
2. messaggi d’accoglienza: informano il ragazzo che l’insegnante lo segue e lo ascolta, possono essere non verbali (costante contatto con gli occhi, un cenno con la testa, un sorriso,…) o verbali ( “ti ascolto”, “sto cercando di capire”,…);
3. inviti calorosi: incoraggiano il ragazzo a continuare il discorso, ad approfondire quanto sta dicendo (“vuoi dirmi qualcosa di più”, “continua pure”,…);
4. ascolto attivo: l’insegnante “riflette il messaggio dell’alunno, recependo solamente, senza emettere messaggi suoi personali o giudizi.
L’ascolto attivo oltre a lasciare al ragazzo la piena gestione dei suoi problemi, evita fraintendimenti ed incomprensioni. Va inoltre utilizzato come mezzo per esprimere la comprensione e l’accettazione del problema aiutando il ragazzo in crisi.
Il messaggio io
Quando l’insegnante ha di fronte un ragazzo che con il suo comportamento impedisce un lavoro tranquillo in classe, dovrà applicare secondo Gordon, il metodo messaggio – io. Con questo metodo l’insegnante mette a “confronto” i propri sentimenti e bisogni con il comportamento inaccettato del ragazzo, esprime cioè cosa prova quando il ragazzo compie un’azione che può provocare determinati effetti. I messaggi – io, a differenza dei messaggi – tu (“perché continui a disturbare”, “sei sempre disordinato”,…) esprimono un sentimento di chi parla senza esprimere valutazione sull’alunno che compie l’azione ponendolo di fronte agli effetti del suo atto e ai sentimenti che provoca negli altri. Il metodo messaggio–io consta di tre momenti:
- descrizione senza giudizio;
- effetto tangibile e concreto;
- reazione agli effetti.
L’insegnante non userà più quindi “tu sei…” ma “io sento…”.
Il ragazzo sentirà che l’insegnate gli comunica il suo vissuto personale con autenticità ed onestà e non assumerà atteggiamenti di difesa.
Modificare l’ambiente
Può succedere che si presenti un problema derivante da un comportamento inaccettabile in cui risulta difficile affrontare direttamente quel determinato comportamento. Gordon ci suggerisce quindi di fare qualcosa per modificare o riorganizzare l’ambiente in cui si esplica il comportamento disturbante allo scopo di : - eliminarlo, - modificarlo, - isolarlo. Tra i metodi principali da adottare per cambiare l’ambiente ci sono:
- aggiungere all’ambiente: introdurre cioè attività o materiali che catturino l’attenzione dell’allievo; aumentare le aree di lavoro o di gioco per incoraggiare un certo comportamento.
- sottrarre all’ambiente: ridurre gli stimoli e gli strumenti fisici che innescano un comportamento inaccettabile; destinare certe zone della classe o dell’edificio scolastico ad attività specifiche.
- modificare l’ambiente: rendere l’aula più adatta ad un comportamento più indipendente ed efficace dello studente; mettere in evidenza, riporre o introdurre determinati elementi in aula per eliminare o incoraggiare certi comportamenti.
Nessun problema
In situazioni non problematiche posso usare il:
- messaggio – io dichiarativo (informo che …mi sono messo d’accordo con gli alunni che …);
- messaggio – io preventivo (informo cosa mi aspetto da loro, esprimo come desidererei che andassero le cose…);
- messaggio – io positivo (quando l’alunno fa qualcosa di buono dico: ”mi piace ciò che hai fatto, mi ha reso felice il tuo comportamento,…).
Il metodo senza perdenti
Quando l’ascolto attivo ed il messaggio – io non ottengono gli effetti sperati e le esigenze di insegnante e allievo entrano in conflitto, Gordon propone il “metodo senza perdenti”. Quest’ultimo consiste nella ricerca comune di una soluzione soddisfacente per le due parti. Se le due parti non subiranno sopraffazioni, ciascuno si forzerà di rispettare i diritti dell’altro e verrà trovata una soluzione che non comporterà nè vincitori, né vinti. Questo metodo va a sostituirsi ai due metodi più comunemente usati: l’autoritarismo e il permissivismo, entrambi fondati su un rapporto di forza dove l’alunno, nel primo caso, o l’insegnante, nel secondo, escono sconfitti.
Il problem solving
Quando si presenta un problema al quale risulta molto complesso trovare una soluzione, si può ricorrere, secondo Gordon, all’applicazione del problem solving che consta di sei tappe:
1) esposizione chiara dei problemi ai minimi termini;
2) proposta delle varie soluzioni;
3) considerazione degli aspetti positivi e negativi delle proposte;
4) scelta delle soluzioni idonee;
5) predisposizione dei mezzi di attuazione della soluzione;
6) verifica dei risultati ottenuti.
Questa tecnica verrà attuata dagli alunni e dall’insegnante, discutendo, parlando e confrontandosi; il tutto in un clima di libertà e fiducia.
Utilizzando la tecnica del problem solving si possono ad esempio risovere dei conflitti, oppure elaborare delle “leggi” cioè un regolamento di classe che verrà proposto dagli alunni stessi e che per ciò sarà più facilmente rispettato.
Il problema della disciplina
Per riuscire a gestire la vita di classe, secondo Gordon, oltre a stabilire un regolamento di classe, sarebbe bene concedere all’inizio della giornata dieci minuti di ascolto delle “confidenze” che egli chiama “tempo relazionale”. In questo tempo il ragazzo racconta ciò che vuole, ciò che gli mette ansia, che può distoglierlo dall’apprendimento. Il ragazzo, se avrà a disposizione questi dieci minuti, dice Gordon, ricorrerà meno ai comportamenti inaccettabili per attirare su di sé l’attenzione.
Il gruppo classe: il circle time
Il circle time è un momento molto importante dell’intervento di educazione psicoemotiva. E’ un tempo in cui tutti i membri della classe si riuniscono per discutere di un argomento da loro proposto. La classe in questo caso divento un piccolo gruppo a bassa gerarchia perché l’insegnante ha il compito di facilitare e non di autorità.
Il tempo del cerchio ha come obiettivo il creare un clima di collaborazione e di amicizia tra i membri.
E’ importante che l’insegnante fissi il giorno, la durata massima della discussione, la disposizione delle sedie in circolo e che, queste regole, una volta accettate dalla classe, siano mantenute per tutto il corso dell’esperienza, diventando così un valido punto di riferimento nella vita scolastica.
Gli obiettivi che il circle time vuole favorire sono: la conoscenza reciproca, la comunicazione e la cooperazione fra tutti i membri del gruppo, creare un clima sereno di reciproco rispetto; imparare a discutere insieme, accettare le opinioni degli altri, risolvere soddisfacentemente eventuali conflitti.
L’insegnante, durante il circle time, deve osservare la classe, facilitare la comunicazione, sostenendo e incoraggiando i ragazzi più timidi e cercando di “neutralizzare” quelli più aggressivi; Gordon sottolinea il fatto che il gruppo ha bisogno di tempo per crescere e diventare tale. E’ naturale quindi che all’inizio il gruppo sia dipendente e solo successivamente si crei una coesione che porterà infine alla interdipendenza. A questo punto nel gruppo vi sarà il massimo della fiducia.
Autore: Marino Zanchin, insegnante specializzato per l’attività di sostegno nella scuola secondaria
copyright © Educare.it - Anno I, Numero 10, Settembre 2001

