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Disagio giovanile: quando il "senso" è cura

L'analisi di cui intendo riferire i risultati è supportata da un periodo di lavoro presso l'Osservatorio del Disagio Giovanile del Comune di Venezia-Mestre, dall'osservazione personale come formatore, e da quanto riferito e verificato in più occasioni d'incontro con colleghi e personale socio-educativo di Servizi Pubblici o privati.

Le osservazioni e gli studi permettono di evidenziare quanto segue.

Emergono sempre con maggiore frequenza, nell'età adolescenziale e giovanile, forme di disagio e di "disabilità" in una condotta psicoigienica di vita, diverse da quelle alle quali si fa più usualmente riferimento parlando di comportamenti disturbati, quando non devianti, dei giovani stessi: sono le disabilità a vivere una vita soddisfacente e piena, nel senso di significativa, a causa della perdita del "senso della vita".

Sovente il non-agio (disagio) in età giovanile è causa, e allo stesso tempo conseguenza, di una vita condotta in assenza di un logos, un motivo o uno scopo per cui vivere, o almeno della chiarezza del perché e del cosa si sta facendo in un determinato momento. Ma nessun essere umano, ancor meno se nell'età dell'adolescenza, può permettersi di vivere senza un perché, e con facilità il NON-SENSO cerca di essere riempito con affascinanti movimenti o sensi di gruppo: facili ed immediati illusori sostituti di un non sapere per quale motivo vivere, e così "non sapendo io cosa fare, faccio quello che gli altri mi dicono di fare, o faccio quello che fanno gli altri".

Droga, fenomeni di gruppo quali atti di violenza e bullismo, corse in auto sfrenate e proprio perché mancanti di un traguardo... ma non sempre un "senso" di vita collettivo può soddisfare il personale e singolare bisogno dell'individuo; resta il dis-agio che può ancora avere bisogno di qualcosa di ulteriormente forte che lo annulli e ricolmi: altra violenza, bullismo, sessualità sfrenata, stordimenti, droga e assenza di vera comunicazione. Vere forme di disabilità esistenziale.
La non comunicazione, l'incomunicabilità, diviene sovente l'epifenomeno in ciò che stiamo analizzando. Perché?

Perché quando si comunica lo si fa per trasmettere all'esterno un Logos, qualcosa che è un "senso", condiviso o meno; se c'è un non-senso, un non-Logos, cosa può essere comunicato?
E ancor più: perché comunicare se non c'è nulla da comunicare? Perché faticare se non c'è un motivo per cui ne valga la pena?

Bullismo e violenza, aggressività e disagio non sono fenomeni esclusivi di soggetti provenienti da un ambiente socio-culturale povero, anzi da sempre sono anche tipici e secondari a stati di ricchezza materiale ma di insignificanza esistenziale; sono fenomeni trasversali ad un'ipotetica stratificazione societaria, e, per questo motivo e diffusione, sono fenomeni ancora più pericolosi perché non circoscritti, e più pericolosi perché non più ascrivibili, e perciò circoscrivibili, ad una particolare categoria di persone.



Un quadro di riferimento nuovo

Credo si debba a questo punto, per la miglior comprensione di quanto verrà esposto, parlare brevemente della Logoterapia, quale quadro di riferimento antropologico al quale ci ispiriamo.

E' questa la scuola psicologica fondata dallo psichiatra Viktor E. Frankl, considerata la terza scuola viennese dopo la Psicoanalisi di S. Freud e la Psicologia Individuale di A. Adler. 
Logoterapia è la terapia che si fonda sul LOGOS inteso come SENSO, SIGNIFICATO, da cui deriva che la Logoterapia é l'intervento psicologico volto al senso della vita e, concetto teorico e clinico fondamentale, al suo recupero. Essa si rivolge a colui che si trova in uno stato di disagio e frustrazione, fino alla depressione che si esprime in sentimenti di vuoto, mancanza di senso, tedio, noia, mancanza di obiettivi e di gioia di vivere, specialmente per avere la sensazione di "aver perso il senso della propria vita": trovarsi senza scopi e senza sapere né dove andare, né come procedere, se non verso la disperazione.
Aver perso l'orientamento nel proprio POTER-ESSERE.

La Logoterapia e l'Analisi Esistenziale frankliana partono dall'idea che l'uomo, nel suo intimo, é un essere che cerca e tende verso la realizzazione di un senso vitale o di valori e che, in ultima analisi, non si accontenta solo della soddisfazione dei bisogni ma, oltre ogni riduzione all'istinto ed alla semplice ricerca del profitto, porta dentro di sé la volontà di realizzare qualcosa che abbia significato. Quando questa dimensione di senso e di orientamento a valori viene a mancare si produce il già menzionato stato di crisi che, per il suo essere legato alla sfera noetica dell'esistenza, potrebbe tradursi in stati nevrotici o depressivi detti "noogeni".

Va da sé che tale stato esistenziale dipende relativamente poco dalle circostanze esterne della vita (altrimenti non si spiegherebbe come mai, in un'epoca che si caratterizza per l'elevato livello di soddisfazione dei bisogni vi sia anche un elevato numero di suicidi, problemi di alcool e droga, delitti e inclinazioni alla perversione) ma che, evidentemente, la "realizzazione interiore di un senso della vita" é legata alla capacità di condurre un'esistenza più centrata sull'ESSERE che sull'AVERE. Quando invece la frustrazione esistenziale legata al NOUS (lo spazio ove avviene il riconoscimento del LOGOS, il motivo esistenziale per cui vale la pena vivere) si fissa in uno stato nevrotico o depressivo, assume lo stato di malattia e, come é stato dimostrato da studiosi quali lo statunitense Crumbaugh o la tedesca Lukas, almeno il 20% di tutte le nevrosi, i fenomeni etero ed autoaggressivi, e le depressioni non endogene sono di origine noogena. Qualora lo stato soprammenzionato si manifesti con disturbi psicoreattivi (iatrogeni, isterismi, fobie), nevrosi sociogene (paure del futuro, disperazioni) e malattie psicosomatiche, é opportuno un intervento logoterapico nella consulenza psicologica dato che, come afferma Frankl, "le tecniche e i metodi d'intervento che non accedono alla struttura di base dell'esistenza umana, -la dimensione noetica -, non accedono alla problematica del senso della vita", e pertanto difficilmente possono essere terapeutiche su un fattore che non conoscono e che non è di loro pertinenza.

La Logoterapia si propone insomma, in un momento storico in cui la mancanza di un senso della propria vita rappresenta una "nevrosi sociale e collettiva", come un intervento psicoprofilattico-educativo teso ad aiutare chi soffre per il proprio disagio, anche quando questo é legato a costrizioni ereditarie, biologiche o traumatiche, avendo la consapevolezza che il futuro della psicoterapia, nella più ampia accezione del termine, sarà prevalentemente orientato a riarmonizzare gli squilibri esistenziali più che a sanare i conflitti endopsichici: ecco allora che la crisi é quella dell'adolescente di fronte all'angosciosa scoperta della propria identità, dell'individuo frustrato nelle sue aspirazioni, della coppia alla ricerca di una rinnovata armonia nel rapporto interpersonale, sino alla conquista della VOLONTÀ DI SIGNIFICATO anche in chi, per dirla con Frankl, é colpito da una grave malattia (homo patiens).

La Logoterapia propone un'immagine tridimensionale dell'uomo, considerandolo costituito dal corpo e dalla psiche, così come studiati e definiti da altre discipline, completati dalla presenza dello spirito, il NOUS.
La dimensione spirituale, chiamata anche noetica, é quella che permette all'uomo di innalzarsi sopra se stesso e di superare i limiti impostigli dal corpo e dalla psiche con le sue dinamiche (anche se patologiche); si può meglio comprendere la tridimensionalità sopra citata se immaginiamo i tre spigoli di un cubo: i due di base delineano le dimensioni somatica e psichica, mentre lo spigolo che si trova sulla perpendicolare al piano individuato dai due precedenti é la componente spirituale. Essa si eleva oltre il piano somato-psichico e tale sua "elevazione" permette all'uomo di porsi al di sopra di se stesso per superare i propri limiti e aprirsi agli altri favorendo l'autodistanziamento dai propri sintomi e dalle personali sofferenze, e l'autotrascendenza verso un obiettivo da realizzare, un perché vivere ed andare avanti a farlo.


 

Mancanza di senso e devianza

Questi concetti hanno assunto progressivamente importanza in campi diversi; non solo nella ricerca antropologica ed in quella clinica, ma anche nella conoscenza dello sviluppo morale, nell'educazione e nella scuola, nella riabilitazione e nella ricerca sociale. Proprio in questo ambito si sta sviluppando negli ultimi anni, e principalmente nella utilizzazione del suo approccio clinico ad alcune forme di disagio e di devianza sociale. Disagi che non sono rapportabili direttamente a condizioni psicopatologiche note, ma che "spingono" verso stati di marginalità tra cui vi sono anche aggressività e criminalità.
Quando si deve trattare il fenomeno dei disagi sociali non si può fare a meno di analizzare i motivi che possono aver condotto a tali condizioni; più precisamente l'analisi deve orientarsi sui bisogni e sul loro mancato appagamento, e sui meccanismi devianti che favoriscono lo scivolamento verso il disagio sociale.
In altri termini si dovrebbe essere in grado di rispondere alle seguenti domande:

  • quale bisogno cerca di appagare la condotta deviante?
  • attraverso quali meccanismi (occasioni favorevoli, ecc.) un soggetto scivola verso un comportamento che può essere definito marginale o deviante?

Le analisi condotte fino alla metà degli anni '60 segnalavano la predominanza di bisogni di carattere economico e strutturale, e la devianza era spiegata alla luce di una serie di povertà materiali: mancanza di lavoro, di casa, di beni di primaria necessità.

Negli anni '70 le analisi riportavano disagi e devianze a carenze affettive, di relazioni famigliari o sociali, ecc.
Negli anni '80 restavano purtroppo i bisogni materiali ed anche le carenze psicologico-relazionali erano concause di devianza, ma da allora queste interpretazioni non riusciranno a spiegare come mai molte persone, che invece possiedono beni materiali e sono amate e rispettate, assumono condotte marginali.
Con sempre maggiore urgenza stanno invece emergendo bisogni di identità personale che, se da una parte si intrecciano anche ai bisogni di tipo strutturale e psicologico, dall'altra non chiamano in causa uno sterile ed egocentrato bisogno di autorealizzazione o soggettivizzazione, piuttosto la ricerca di significati esistenziali sui quali poter costruire se stessi.

Da una ricerca curata dal Labos nel 1997, su un campione di 725 Operatori sociali, è emerso che i giovani presentano oggi condizioni problematiche dovute in larga parte alla crisi dei sistemi di orientamento e significazione e, proprio a partire da questa crisi (secondo gli Operatori intervistati), si dovrebbe interpretare l'aumento dei fenomeni di devianza minorile.
Nella nostra concezione antropologica la motivazione centrale della condotta è la Volontà di Significato, e quando questa motivazione (sovente conscia e più spesso non riconosciuta come tale, ma non per questo inconscia) viene disattesa si crea una condizione di vuoto esistenziale con il conseguente sentimento di frustrazione, la "frustrazione esistenziale" che ha per effetto un senso di noia, apatia, mancanza di interesse per tutto e per tutti, un senso di inutilità personale e perdita di identità.
Se il vuoto esistenziale non viene riempito, se la frustrazione esistenziale non viene risolta, è facile che si manifestino i sintomi della già citata "nevrosi noogena", cioè di uno stato di malessere che vuole essere risolto (ma che non si sa come risolvere e si teme addirittura sia ormai immodificabile, da ciò il termine di nevrosi) che parte proprio dalla dimensione noetica, quella del riconoscimento del senso della vita ora frustrato, e per questo ancor più consciamente e inconsciamente ricercato.
Quando poi la situazione personale porta ad una crisi del senso di identità, vi è una facile ma pressante spinta verso una compensazione positiva: "se io non so chi sono né cosa faccio, faccio quello che gli altri mi dicono di fare, o faccio quello che fanno gli altri", proprio perché senza un senso di identità non si può stare.
E' questo ciò di cui più sopra si parlava quando dicevamo che il NON-SENSO personale può spingere a sedicenti efficaci sensi di gruppo; sono questi quattro atteggiamenti che, nel tentativo di ridurre una sensazione di crisi, di fatto la spingono ancora oltre verso un aggravamento della situazione preesistente:

  • la provvisorietà della condotta di vita, ossia l'abitudine a vivere alla giornata e senza fare progetti ("intanto a cosa vale..."),
  • l'atteggiamento di vita fatalistico, che accanto alla provvisorietà della vita che può significare la non necessità di prendere in mano il proprio destino, rappresenta l'incapacità e l'irresponsabilità nel prendere in pugno la propria vita: tutto viene affidato al caso, ai condizionamenti sociali e psicologici ("è inutile, intanto poi si è costretti a fare diversamente da ciò che si vorrebbe..."),
  • la mentalità collettivistica che è tipica di chi non considera se stesso e gli altri come "persona", e così facendo, anzi facendo ciò che gli altri fanno o dicono, annulla la propria libertà, la propria responsabilità e la propria capacità di autodirezione,
  • il fanatismo, per il quale si ha che al contrario del collettivista che ignora la propria personale singolarità, il fanatico ignora la personalità dell'altro diverso da sé, la personalità di chi la pensa in modo diverso dal suo.

Alla base dei fenomeni devianti e dei disagi sociali c'è dunque, secondo questa chiave di lettura antropologica ed esistenziale, la frustrazione del bisogno umano, ontico ed ontologico, di dare un significato alla propria vita; c'è l'annullamento della propria libertà e capacità di autodirezione, c'è la mancanza del riconoscimento (e forse di una vera educazione in tal senso) della propria responsabilità.
Ma non sempre, dicevamo più sopra, il "senso" di vita collettivo soddisfa i singolari e personali bisogni dell'individuo, ed è per questo che in un ulteriore tentativo di ricerca di benessere ed appagamento ("comunque devo fare qualcosa che dia un nome alla mia giornata, che me la riempia in qualche modo") il vuoto esistenziale, coi suoi correlati di noia, non-senso, apatia, dopo aver tentato un'inutile compensazione con i quattro atteggiamenti descritti può spingere verso fenomeni delinquenziali di gruppo, o attuati da singoli; ancor più vi sono studi che evidenziano come la criminalità rappresenta, in molti Paesi, una delle principali cause-effetto del vuoto esistenziale, insieme alla depressione, alla tossicodipendenza, all'alcoolismo, all'abuso sessuale, ecc.
Si creerebbe addirittura un circolo vizioso a partire dal "vuoto" che cerca di colmarsi con i quattro atteggiamenti quando, insoddisfacenti, impongono atti compensatori di bullismo e violenza che, insoddiscafenti a loro volta, rafforzano i quattro atteggiamenti che poi consolidano il vuoto e la sua compensazione con la devianza, e così via: è il circolo vizioso tipico dei fenomeni correlati all'ansia.



Quando il "senso" è cura

Va comunque osservato che se c'è una relazione tra la devianza sotto forma di atti di violenza e bullismo ed il vuoto esistenziale, non sappiamo in effetti quanto sia causale tale relazione, nè quanto essa sia lineare, come avviene nel caso delle dipendenze; ma va osservato che sembra esistere anche una relazione tra la scoperta e la dedizione ad un significato, e la diminuzione delle tendenze devianti aggressive (eteroaggressive nel nostro studio, ma tante volte anche autoaggressive come nel caso della depressione o dell'autolesionismo...).

"Tre gruppi di giovani - leggiamo in un articolo di DER SPIEGEL del 15 marzo 1996 - trovatisi da soli in un campeggio, distante da qualunque centro abitato, alimentavano con continui atti di teppismo e piccola rappresaglia la propria aggressività, nell'intento di dimostrarsi reciprocamente qual era il gruppo più forte. Successe però una cosa strana: una sola volta tra i giovani la carica di aggressività fu spazzata via, e ciò avvenne quando, tutti insieme, essi dovettero spingere un carro che trasportava i loro viveri e che si era impantanato per la pioggia nel terreno paludoso.
La sfiancante, eppure così significativa, dedizione ad un compito aveva fatto letteralmente dimenticare la loro aggressività".
Aggressività, diremmo ora, che forse serviva a loro solo per riempire il "vuoto" e l'insignificanza esistenziali.
Come dire: non sapendo dove andare, corro più in fretta per stordirmi e illudermi di arrivare prima(!). Ma dove? -ci chiediamo-: questa, forse, è una chiave di lettura del fenomeno oggetto della relazione leggibile quale disabilità a vivere, e non causata da uno stato oggettivo di malattia.


Conclusioni e prospettive

A conclusione di queste brevi riflessioni possiamo riconoscere che, anche se esistono interrogativi per quanto riguarda i passaggi tra il vuoto esistenziale, il senso di inutilità ed insignificanza, e i disagi sociali con aggressività e bullismo, vi sono relazioni che non possono essere trascurate nella pianificazione di interventi sociali volti a diminuire o arginare i fenomeni.
Abbiamo constatato che nei casi di aggressività, sia essa giovanile che adulta, in cui il disagio richiami direttamente in causa i bisogni emersi dagli studi di Logoterapia e dall'analisi Labos citata più sopra, l'impegno e la ricerca di occupazioni e nuovi "significati" per cui vivere possono, per così dire, incanalare e dirigere quelle stesse tendenze aggressive che in questi casi, e più che mai, sembrerebbero essere davvero una sintomatologia dei fenomeni cosiddetti noogeni.
Sono questi i presupposti per interventi socio-riabilitativi, e quindi non più in una sola ottica assistenziale, che i Servizi alle Persone (Politiche Sociali) pubblici (o soggetti privati convenzionati, ai sensi della Legge 328/2000) preposti possono mettere in atto per affrontare queste aree di disagio sociale. 

Un obiettivo per gli interventi volti ad affrontare situazioni di bullismo e aggressività, quali fenomeni sintomo-effetto di stati di malessere fors'anche legati a situazioni quotidiane di micro-vuoto, può essere quello volto al riequilibrio del senso di utilità e significatività della vita; sappiamo che, per quanto sia evidente una relazione tra il vuoto esistenziale e i disagi sociali, non sappiamo quanto sia causale tale relazione. Ci sono d'altro canto alcuni lavori ed esempi applicativi di politiche sociali che, al di là di ogni ipotesi e di ogni verifica causale, hanno mostrato che interventi volti al senso del quotidiano e all'evitamento del senso di frustrazione connesso alla sua mancanza, riescono a dare risultati apprezzabili. Ciò ci spinge a considerare ancora più attentamente le intuizione antropologiche e cliniche che abbiamo presentato, e ad intensificare la ricerca e gli sforzi applicativi.
Se, come diceva Schopenhauer, l'uomo è costantemente in oscillazione tra il bisogno e la noia, è nostro compito quali educatori fare in modo che tra il primo e la seconda vi sia sempre un altro tassello che eviti proprio la seconda; perché se questa è presupposto per fenomeni di devianza, proprio il tassello nella forma di un "senso" che colmi il vuoto, diviene ad un tempo terapia in senso lato e, soprattutto, un'educazione ad un'impostazione della vita psicoigienicamente sana, ed in grado di porre l'individuo capace di affrontare e superare tutte quelle situazioni simili che, nella vita anche adulta, potrebbero sempre ripresentarsi.

 


copyright © Educare.it - Anno III, Numero 11, Ottobre 2003