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Disagio giovanile: quando il "senso" è cura - Mancanza di senso e devianza
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Mancanza di senso e devianza
Questi concetti hanno assunto progressivamente importanza in campi diversi; non solo nella ricerca antropologica ed in quella clinica, ma anche nella conoscenza dello sviluppo morale, nell'educazione e nella scuola, nella riabilitazione e nella ricerca sociale. Proprio in questo ambito si sta sviluppando negli ultimi anni, e principalmente nella utilizzazione del suo approccio clinico ad alcune forme di disagio e di devianza sociale. Disagi che non sono rapportabili direttamente a condizioni psicopatologiche note, ma che "spingono" verso stati di marginalità tra cui vi sono anche aggressività e criminalità.
Quando si deve trattare il fenomeno dei disagi sociali non si può fare a meno di analizzare i motivi che possono aver condotto a tali condizioni; più precisamente l'analisi deve orientarsi sui bisogni e sul loro mancato appagamento, e sui meccanismi devianti che favoriscono lo scivolamento verso il disagio sociale.
In altri termini si dovrebbe essere in grado di rispondere alle seguenti domande:
- quale bisogno cerca di appagare la condotta deviante?
- attraverso quali meccanismi (occasioni favorevoli, ecc.) un soggetto scivola verso un comportamento che può essere definito marginale o deviante?
Le analisi condotte fino alla metà degli anni '60 segnalavano la predominanza di bisogni di carattere economico e strutturale, e la devianza era spiegata alla luce di una serie di povertà materiali: mancanza di lavoro, di casa, di beni di primaria necessità.
Negli anni '70 le analisi riportavano disagi e devianze a carenze affettive, di relazioni famigliari o sociali, ecc.
Negli anni '80 restavano purtroppo i bisogni materiali ed anche le carenze psicologico-relazionali erano concause di devianza, ma da allora queste interpretazioni non riusciranno a spiegare come mai molte persone, che invece possiedono beni materiali e sono amate e rispettate, assumono condotte marginali.
Con sempre maggiore urgenza stanno invece emergendo bisogni di identità personale che, se da una parte si intrecciano anche ai bisogni di tipo strutturale e psicologico, dall'altra non chiamano in causa uno sterile ed egocentrato bisogno di autorealizzazione o soggettivizzazione, piuttosto la ricerca di significati esistenziali sui quali poter costruire se stessi.
Da una ricerca curata dal Labos nel 1997, su un campione di 725 Operatori sociali, è emerso che i giovani presentano oggi condizioni problematiche dovute in larga parte alla crisi dei sistemi di orientamento e significazione e, proprio a partire da questa crisi (secondo gli Operatori intervistati), si dovrebbe interpretare l'aumento dei fenomeni di devianza minorile.
Nella nostra concezione antropologica la motivazione centrale della condotta è la Volontà di Significato, e quando questa motivazione (sovente conscia e più spesso non riconosciuta come tale, ma non per questo inconscia) viene disattesa si crea una condizione di vuoto esistenziale con il conseguente sentimento di frustrazione, la "frustrazione esistenziale" che ha per effetto un senso di noia, apatia, mancanza di interesse per tutto e per tutti, un senso di inutilità personale e perdita di identità.
Se il vuoto esistenziale non viene riempito, se la frustrazione esistenziale non viene risolta, è facile che si manifestino i sintomi della già citata "nevrosi noogena", cioè di uno stato di malessere che vuole essere risolto (ma che non si sa come risolvere e si teme addirittura sia ormai immodificabile, da ciò il termine di nevrosi) che parte proprio dalla dimensione noetica, quella del riconoscimento del senso della vita ora frustrato, e per questo ancor più consciamente e inconsciamente ricercato.
Quando poi la situazione personale porta ad una crisi del senso di identità, vi è una facile ma pressante spinta verso una compensazione positiva: "se io non so chi sono né cosa faccio, faccio quello che gli altri mi dicono di fare, o faccio quello che fanno gli altri", proprio perché senza un senso di identità non si può stare.
E' questo ciò di cui più sopra si parlava quando dicevamo che il NON-SENSO personale può spingere a sedicenti efficaci sensi di gruppo; sono questi quattro atteggiamenti che, nel tentativo di ridurre una sensazione di crisi, di fatto la spingono ancora oltre verso un aggravamento della situazione preesistente:
- la provvisorietà della condotta di vita, ossia l'abitudine a vivere alla giornata e senza fare progetti ("intanto a cosa vale..."),
- l'atteggiamento di vita fatalistico, che accanto alla provvisorietà della vita che può significare la non necessità di prendere in mano il proprio destino, rappresenta l'incapacità e l'irresponsabilità nel prendere in pugno la propria vita: tutto viene affidato al caso, ai condizionamenti sociali e psicologici ("è inutile, intanto poi si è costretti a fare diversamente da ciò che si vorrebbe..."),
- la mentalità collettivistica che è tipica di chi non considera se stesso e gli altri come "persona", e così facendo, anzi facendo ciò che gli altri fanno o dicono, annulla la propria libertà, la propria responsabilità e la propria capacità di autodirezione,
- il fanatismo, per il quale si ha che al contrario del collettivista che ignora la propria personale singolarità, il fanatico ignora la personalità dell'altro diverso da sé, la personalità di chi la pensa in modo diverso dal suo.
Alla base dei fenomeni devianti e dei disagi sociali c'è dunque, secondo questa chiave di lettura antropologica ed esistenziale, la frustrazione del bisogno umano, ontico ed ontologico, di dare un significato alla propria vita; c'è l'annullamento della propria libertà e capacità di autodirezione, c'è la mancanza del riconoscimento (e forse di una vera educazione in tal senso) della propria responsabilità.
Ma non sempre, dicevamo più sopra, il "senso" di vita collettivo soddisfa i singolari e personali bisogni dell'individuo, ed è per questo che in un ulteriore tentativo di ricerca di benessere ed appagamento ("comunque devo fare qualcosa che dia un nome alla mia giornata, che me la riempia in qualche modo") il vuoto esistenziale, coi suoi correlati di noia, non-senso, apatia, dopo aver tentato un'inutile compensazione con i quattro atteggiamenti descritti può spingere verso fenomeni delinquenziali di gruppo, o attuati da singoli; ancor più vi sono studi che evidenziano come la criminalità rappresenta, in molti Paesi, una delle principali cause-effetto del vuoto esistenziale, insieme alla depressione, alla tossicodipendenza, all'alcoolismo, all'abuso sessuale, ecc.
Si creerebbe addirittura un circolo vizioso a partire dal "vuoto" che cerca di colmarsi con i quattro atteggiamenti quando, insoddisfacenti, impongono atti compensatori di bullismo e violenza che, insoddiscafenti a loro volta, rafforzano i quattro atteggiamenti che poi consolidano il vuoto e la sua compensazione con la devianza, e così via: è il circolo vizioso tipico dei fenomeni correlati all'ansia.

