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Esperienza e educazione nel pensiero di John Dewey - Quale filosofia?

 

Quale filosofia?

Dewey sentì il bisogno di confrontare il proprio pensiero con le maggiori correnti della storia della filosofia: idealismo, empirismo, razionalismo e materialismo vennero attentamente esaminati, come se il filosofo statunitense sentisse la necessità di sistemare il proprio lavoro nella giusta collocazione. In realtà, si trattava di giustificare una profonda rottura nel modo di porre i maggiori temi filosofici, accogliendo all'interno di questi ultimi considerazioni del tutto nuove.
Da sempre l'uomo, secondo Dewey, ha sentito il bisogno di uscire dallo stato di incertezza, cercando di assegnare a se stesso e al mondo una spiegazione plausibile. Notava all'inizio del capitolo secondo di Esperienza e natura:

"L'uomo si trova a vivere in un mondo aleatorio; la sua esistenza implica, per dirlo crudamente, un azzardo. Il mondo è la scena del rischio; è incerto, instabile, terribilmente instabile." (1)

Il mito, la religione e la filosofia trovano nel tentativo di rispondere a questo sentimento angoscioso la loro fondazione, in quanto strumenti interpretativi di una realtà complessa e mai acquisibile in modo definitivo. Proprio l'impossibilità di conquistare una spiegazione conclusiva del mondo ha generato, secondo Dewey, la svalutazione di tutto ciò che è soggetto al cambiamento, producendo, allo stesso tempo, la ricerca ossessiva di verità fisse ed eternamente valide.
La stessa indagine filosofica non è sfuggita a questo compito, dedicandosi alla individuazione della sostanza o dell'essere immutabile antecedente ad ogni processo conoscitivo. A questa "fallacia" filosofica non sono sfuggite le maggiori correnti di pensiero, anche quelle che ricercano la fonte della conoscenza in direzioni opposte: sia l'empirismo che l'idealismo che, come è noto, assegnano all'esperienza e alle idee il carattere di realtà originaria, incorrono nel medesimo errore, introducendo prima del processo conoscitivo cause in base alle quali dedurre la consistenza del mondo. Compare, in tal modo, un dualismo che, secondo il filosofo statunitense, ha permeato la storia del pensiero occidentale: la conoscenza esclude l'azione, la teoria discredita la pratica, la filosofia si allontana dalla realtà storico-sociale.
La contrapposizione, tuttavia, più netta è quella tra valori e fatti, il credere che vi siano delle qualità - addebitabili alla sostanza perfetta - da applicare nella vita quotidiana. A quest'ultima deve essere ricondotta qualsiasi contraddizione o divergenza.
Si tratta, come emerge con chiarezza, di una critica che abbraccia più dimensioni: antropologica, culturale e sociale. L'uomo ha cercato di allontanare il sentimento angoscioso dell'incertezza ricercando realtà immutabili da indagare esclusivamente attraverso l'intelletto, generando, al contempo, un modo di pensare che continuasse quanto intrapreso dall'indagine religiosa. Questo, come conseguenza ultima, ha generato profonde divisioni sociali, assegnando ai detentori della conoscenza ruoli privilegiati perpetuatisi nel tempo. Non esiste, secondo Dewey, alcuna giustificazione che permetta di accettare come logico questo stato di cose, se non la falsa credenza nell'esistenza di un di un mondo della verità eterne da contrapporre a quello storico-sociale. Compare, a questo proposito, il tratto che maggiormente caratterizzerà la filosofia deweyana: il tentativo di ricomporre ogni forma di dualismo, a partire da quello basilare che contrappone uomo e mondo. Nota, a questo proposito, Nicola Abbagnano:

"La tesi fondamentale di Dewey che l'uomo e il mondo costituiscono un'unità e che l'esperienza autentica è la storia di questa unità, esclude che comunque o in qualsiasi attività, sia essa l'arte, la scienza o la filosofia, l'uomo possa essere lo spettare disinteressato del mondo, non coinvolto dalle sue vicende. Ogni attività umana è produttiva e operativa, coinvolge il mondo e l'uomo nella loro azione reciproca." (2)

Si tratterà, di conseguenza, di dar vita ad una filosofia che non rinneghi l'azione ma la ridetermini quale punto di sintesi tra momento riflessivo e momento attivo. Il pensiero, all'interno di questa ottica, non dovrà dedicarsi allo studio di realtà già esistenti (le idee per l'idealismo, l'esperienza per l'empirismo), ma produrre operazioni atte a far emergere le potenzialità degli oggetti:

"Non è compito del pensiero conformarsi ai caratteri già posseduti dagli oggetti o riprodurli, ma giudicarli quali virtualità di ciò che essi diverranno attraverso una determinata operazione (…) Le idee, che sono veri e propri progetti di operazioni da compiere, divengono fattori integrali di azioni che mutano la faccia del mondo. Le filosofie idealistiche non hanno sbagliato quando hanno attribuito grande importanza e forza alle idee. Ma, isolando dall'azione la loro funzione e le loro possibilità di prova, esse finivano col non cogliere la specifica e costruttiva funzione delle idee."(3)

La critica filosofica deweyana, in tal modo, non intende cancellare quanto comparso in precedenza, ma correggere sensibilmente la direzione di marcia, orientando il processo di conoscenza verso il futuro e assegnando rilevante importanza all'unico metodo di indagine che ha saputo coniugare riflessione ed azione: il metodo sperimentale. Non si tratta, ed è bene sottolinearlo, di sostituire una vecchia prassi di indagine con una nuova, ma di introdurre un nuovo modo di guardare alla realtà: la scienza greca e medioevale accettavano i fenomeni così come si presentavano al soggetto, nel tentativo di individuare delle spiegazioni causali plausibili. La scienza moderna ha abbandonato questo atteggiamento, introducendo l'ottica del controllo, la capacità, in altri termini, di introdurre processi intenzionali di cambiamento, al fine di ottenere risposte maggiormente esaustive. Commenta a questo proposito Dewey:

"In breve, vi è un salto dal conoscere, inteso come godimento estetico delle proprietà della natura, vista come divino capolavoro d'arte, al conoscere quale mezzo di controllo mondano, vale a dire quale metodo di mutamenti scientemente introdotti e tali da modificare la direzione del corso degli eventi. La natura, quale esiste in un determinato momento, anziché un'opera d'arte perfetta, non è altro che materiale grezzo al quale debbono applicarsi le varie tecniche per dargli una nuova forma." (4)

In questa ottica, contrariamente a quanto si potrebbe credere, non vi è alcuna enfatizzazione del ruolo della scienza che viene vista come un'arte, una raffinata tecnica nell'indirizzare i processi di ricerca ma che mai potrà ritenere le conoscenze del proprio tempo come conclusive e definitive. Il metodo scientifico, in altri termini, conserva al proprio interno gli antidoti contro ogni deriva assolutistica e consegna all'uomo la responsabilità di gestire con saggezza i risultati acquisiti. Sotto questo profilo la filosofia deweyana allontana le pericolose ingenuità presenti in molta parte della cultura contemporanea e pone con forza il grande tema etico della responsabilità.