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La promozione di un corretto stile di vita tra scuola, famiglia e sanità - L’Educazione alla Salute tra MPI e Ministero della Sanità

3. L’Educazione alla Salute tra MPI e Ministero della Sanità

Bisogna rilevare, a questo punto, che è da circa un ventennio, ossia dai tempi del DPR n. 309/90 che lo stato invita a prendere provvedimenti perché, attraverso la piena realizzazione di sé, l’allievo possa costruirsi una personalità abbastanza forte da resistere alle tentazioni devianti.
Avendo come primo obiettivo la prevenzione della tossicodipendenza, il DPR n. 309/90, e segnatamente il suo art. 104, da cui sono scaturiti tutti gli interventi in materia di Educazione alla Salute, partiva dal concetto che la prima prevenzione consiste nel creare le condizioni perchè il ragazzo possa vivere in pieno equilibrio psico-fisico, rapportandosi positivamente con gli altri e col mondo circostante: solo così avrebbe potuto resistere alle tentazioni devianti..
In quella occasione si evidenziò l’importanza di una didattica che, partendo da una analisi approfondita dei bisogni dell’alunno e prevedendo innanzitutto la riduzione dei vincoli e l’eliminazione del disagio, puntasse al ”saper fare” e “saper essere” dell’allievo attraverso percorsi interdisciplinari ed un atteggiamento univoco e coerente dei componenti il Consiglio di Classe.
In questo modo l’Educazione alla Salute coincideva con una azione formativa a 360°, che si occupasse minuziosamente di tutti gli aspetti connessi alla condizione giovanile, racchiudendo perciò, oltre ai contenuti squisitamente disciplinari, le varie aree dell’affettività, dell’ambiente, della legalità, della socialità.
Comprendendo che tuttavia i docenti, pur rivestendo un ruolo centrale nella educazione del ragazzo, non potevano esercitare un’azione davvero efficace se non supportate dalle famiglie e da figure professionali deputate istituzionalmente alla risoluzione delle problematiche giovanili, si istituirono i CIC (Centri di Informazione e Consulenza) ossia i luoghi fisici nei quali gli alunni e le famiglie avrebbero potuto trovare le risposte ai loro bisogni attraverso la mediazione e la consulenza di figure professionali interne o esterne alla scuola stessa.

Purtroppo la legge in questione, sia pure prontamente applicata dalle diverse agenzie educative, sin dalla sua emanazione ha dovuto registrare una serie di fallimenti e distorsioni.
Per quanto riguarda il Ministero della Pubblica Istruzione, si è trattato di creare un vasto movimento che, attraverso la mediazione operata da un folto stuolo di docenti referenti, opportunamente preparati attraverso eccellenti percorsi di formazione, avrebbe dovuto sensibilizzare dirigenti, docenti, famiglie ed enti del territorio. Ma come sono andate realmente le cose?
I docenti referenti, sul cui senso civico e sulla cui professionalità si era fatto perno evidenziando a chiare lettere che si trattava di un’opera da prestare a titolo di volontariato attivo e responsabile, avevano subito abbracciato con slancio e serietà la nuova filosofia ed i Provveditorati agli Studi erano stati inondati di progetti permeati delle più lodevoli intenzioni.
Eppure la filosofia ispiratrice non fu immediatamente compresa appieno e non di rado si è potuto constatare che i progetti, considerati alternativi, estranei alla programmazione curriculare, venissero realizzati con qualche distorsione o addirittura bloccati perché ritenuti d’intralcio alla regolare attività didattica.
Nel corso degli anni, ci si è scontrati con la dura realtà della burocrazia e dei fondi stanziati in netto ritardo rispetto ai tempi programmati, di presidi poco sensibili alle problematiche emergenti, di docenti insofferenti nei confronti di iniziative che prevedevano un maggior impegno orario ed una partecipazione più attiva alla vita scolastica e del territorio, di consigli di classe per cui l’ univocità d’intenti era a dir poco un’utopia.
Né sul fronte della Sanità le cose sono andate meglio, anzi!
I servizi già esistenti, così come quelli sorti proprio sulla scia della Legge n. 309/90, in poco tempo si erano prontamente aggiornati tanto sulla condizione giovanile quanto sulla programmazione di interventi di prevenzione ed il tutto era stato fatto con slancio e curiosità.
Tuttavia, le iniziative poste in essere in questo ambito, sia pure tutte lodevoli nelle intenzioni, avevano talvolta risentito di una certa “ansia di fare” e, spesso penalizzate da una programmazione sfasata rispetto alla effettiva concessione delle risorse, avevano dovuto registrare uno svolgimento non del tutto coordinato da parte dei vari servizi e delle diverse agenzie educative preposte all’organizzazione delle attività in materia di educazione alla salute.
D’altra parte, col passare del tempo, a causa del crescente numero di utenti, molti dei quali esterni alle istituzioni scolastiche, anche le ASL avevano dovuto tirare i remi in barca riducendo la quantità e la qualità dei loro interventi a favore degli studenti.
Probabilmente è stato a causa di tutti questi fattori che anche da parte del Sistema Sanitario Nazionale:

1. si è privilegiata l’informazione alla formazione
2. spesso si è agito separatamente ed in maniera concorrenziale tra i diversi settori della stessa azienda sanitaria
3. talvolta le iniziative, che sulla carta avevano previsto la intensa partecipazione di diverse figure professionali esterne alla scuola, nella realtà si erano trovate a dover registrare qualche sporadico intervento di un singolo operatore a fronte delle più disparate esigenze di un nutrito numero di allievi.

Tutto ciò ha portato al conseguente fallimento dovuto alla carenza di motivazione e di partecipazione “attiva” dei destinatari al processo di apprendimento, il che, anziché porre le basi per una svolta positiva, ha finito per accrescere il disorientamento dei giovani, rischiando di vanificare, e spesso vanificando, gli sforzi di chi aveva sperato di creare una rete di figure efficienti ed efficaci nella risoluzione delle problematiche giovanili.
Infatti, tanto per ovvi motivi logistici, quanto a causa di una mentalità fortemente radicata [7], ci si è trovati di frequente a privilegiare l’informazione a detrimento della formazione, col conseguente fallimento dovuto alla carenza di motivazione e di partecipazione “attiva” dei destinatari al processo di apprendimento.

In pratica l’insuccesso, che si è dovuto registrare nonostante gli sforzi profusi nella miriade di interventi effettuati, è probabilmente da addebitare a:

1. i metodi prescelti, in linea di massima, ai fini dell’azione educativa
2. gli strumenti utilizzati
3. la intempestiva disponibilità delle risorse economiche e degli esperti rispetto alla prevista scansione temporale degli interventi programmati
4. la frammentarietà delle iniziative
5. le carenze relative a

a) una efficiente diffusione delle informazioni
b) una adeguata partecipazione delle famiglie alle diverse iniziative
c) una razionale suddivisione dei compiti tra le varie figure professionali coinvolte
d) una proficua utilizzazione delle stesse.

A questo punto bisognerà valutare se si tratti di scogli insormontabili o se, al contrario i problemi rilevati non possano essere superati con una più organica programmazione degli interventi. Esistono metodi tanto efficaci da far si che i nostri giovani riescano a modificare il loro atteggiamento nel rapporto col cibo e con l’attività fisica, acquisendo uno stile di vita più salutare? Noi pensiamo di si. Nonostante le apparenze, infatti, nel corso degli anni abbiamo potuto rilevare una serie di cambiamenti positivi che, a dispetto degli allarmismi più spiccioli, fanno ben sperare. Ed è senza dubbio da apprezzare l’appoggio, l’invito, l’esortazione che in maniera sempre più pressante le istituzioni rivolgono alla diverse agenzie educative perché il problema possa trovare una adeguata soluzione.