- Categoria: Intercultura e scuola
Un'esperienza di insegnamento con adulti migranti
Article Index
Nell’arco di un decennio l’Italia da paese storico d’emigrazione è diventato paese d’immigrazione. Se in passato era considerata meta transitoria, quindi luogo di passaggio dove fermarsi solo per un breve periodo in attesa di trasferirsi in altri stati; oggi per molti migranti è un paese in cui vivere stabilmente con le proprie famiglie (grazie anche alla normativa sui ricongiungimenti familiari) e dove costruire il futuro dei propri figli.
In Italia, la nazionalità più numerosa, come attestato dal Dossier Statistico Immigrazione 2003 della Caritas/Migrantes [1], è ancora quella marocchina che precede di poco quella albanese e la presenza di nuovi gruppi etnoliguistici sottolinea come il nostro paese si trova a fare i conti con una realtà nuova: la presenza in ogni parte del proprio territorio di immigrati.
Ciò pone all’attenzione delle istituzioni e della società tutta, oltre alle problematiche di ordine pratico e logistico, legate ad un inserimento immediato degli stranieri, il problema linguistico [2]: gli immigrati infatti arrivando in Italia entrano in contatto sin dall’inizio con una lingua e una cultura diversa dalla loro, con cui devono confrontarsi e a cui devono rapportarsi. Si verifica però che molti tendono ad avere rapporti solo con loro connazionali se vivono in comunità chiuse (ad es. i cinesi) o se avvertono di non essere pienamente accettati e rispettati.
I modi in cui gli immigrati si collocano nelle società d’ingresso e le forme di accoglienza che i Paesi di arrivo adottano non seguono piste prestabilite o modelli generali; dipendono dai singoli contesti, dalla conoscenza della lingua e dall’intreccio dei patrimoni linguistici e in larga parte sono determinati dalle strategie degli attori istituzionali e politici e dai comportamenti sociali.
Inoltre non vanno sottovalutate le motivazioni, sicuramente diverse, che hanno spinto e spingono i migranti a lasciare la propria terra e i propri affetti. Infatti molti fuggono da guerre e situazioni difficili, tanti invece partono con la speranza di potersi costruire in un nuovo paese, un futuro, una vita migliore e meno difficile, spesso illusi da aspettative costruite su immagini viste in TV. Una volta arrivati nel paese tanto sognato, le tante illusioni, le aspettative devono fare i conti con una realtà ben lontana da quella idealizzata; molti così si ritrovano a fronteggiare una realtà avversa, dove non è vero che "si trovano soldi per le strade" [3] e dove non è così semplice trovare un lavoro, una casa e condizioni di vita dignitose come sperato.
Tanti sono i problemi che ognuno di loro deve affrontare, forse il primo fra tutti sarà riuscire a capire e a farsi capire, comunicare. Inizialmente, la conoscenza della lingua del paese ospitante è avvertita importante e addirittura vitale per la sopravvivenza e permanenza in un luogo tanto diverso e lontano dal loro paese di provenienza; in seguito costituirà "la possibilità di comunicare i propri bisogni, opinioni e sentimenti per integrarsi nella vita e nella cultura del paese ospite" [4].
Il problema linguistico non è in ogni modo, l’unico ostacolo da superare, infatti, anche dopo anni dal loro arrivo, molti devono continuamente fare i conti con l’ostilità, i preconcetti, i pregiudizi, nei loro confronti da parte della gente del loco che spesso li etichetta come delinquenti, persone venute in Italia per togliere lavoro agli italiani.
Il presente lavoro trova origine in una personale esperienza di insegnamento della lingua italiana (a livello di alfabetizzazione) condotta tra il 2001 e il 2002 e rivolta a tre adulti immigrati analfabeti nella loro L1; nello specifico si trattava di:
- un uomo di circa 30 anni (R.) e una donna di circa 29 anni (Y.), coniugi, entrambi di origine kosovara e di lingua albanese;
- una donna (A.) di circa 35 anni originaria del Marocco e di lingua araba.
Pertanto, questo contributo vuole essere incentrato sul loro processo di apprendimento della lingua italiana quale L2 (lingua seconda) [5], processo che si differenzia per taluni aspetti, come attestato da numerosi studi condotti a riguardo, dall’apprendimento della L1 (lingua madre) [6].
| Nome | R. | A. | Y. |
| Età | 30 anni (circa) | 35 anni (circa) | 29 anni (circa) |
| Sesso | M | F | F |
| Stato civile | CONIUGATO | NUBILE | CONIUGATA |
| Figli | QUATTRO | QUATTRO | |
| Luogo o Stato estero di nascita | KOSOVO | MAROCCO-CASABLANCA | KOSOVO |
| Luoghi o stati in cui ha vissuto anche per brevi periodi | BRINDISI; DANIMARCA (per sei mesi); FOGGIA (in un campo profughi) | BRINDISI; DANIMARCA (per sei mesi); FOGGIA (in un campo profughi) | |
| Residenza attuale | ITALIA - MATERA | ITALIA - MATERA | ITALIA - MATERA |
| Formazione scolastica | NESSUNA | NESSUNA | NESSUNA |
| Lingua madre | ALBANESE | ARABO | ALBANESE |
| Altre lingue conosciute o studiate | NESSUNA | NESSUNA | NESSUNA |
| Esperienze lavorative | OPERATORE ECOLOGICO | NESSUNA | NESSUNA |
| Occupazione attuale | OPERAIO NON SPECIALIZZATO IN UN SALOTTIFICIO | BADANTE | CASALINGA (in cerca di occupazione) |
La tabella offre una presentazione schematica dei protagonisti dell’azione educativa: R., A. e Y.
Le voci in grassetto vogliono porre l’attenzione del lettore su alcune tra le variabili socioambientali e culturali, che per taluni aspetti, sembrano aver influito, a volte positivamente altre negativamente, nel loro processo di apprendimento della Lingua Italiana quale L2, sia in contesto formale, sia in condizione spontanea.
Di seguito si riportano informazioni su:
- le motivazioni che hanno spinto gli stessi a lasciare il loro paese natale;
- le loro aspettative sul futuro;
- la realtà che hanno dovuto affrontare una volta giunti in Italia;
- il loro inserimento nella comunità in cui vivono attualmente.

