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La scuola sovversiva nell’analisi di Neil Postman

La scuola è da sempre un tema centrale, un luogo di analisi e progettazione del pedagogico, che finisce per incontrare l’attenzione di molti: non solo di coloro che l’educazione la pensano (pedagogisti) e la vivono nel suo darsi quotidiano (educatori-scolari), ma anche di quanti inevitabilmente attraverso di essa ripropongo questioni che apparentemente da questa esorbitano. Non si può parlare di società, economia etc., senza sollevare implicitamente problematiche che muovono e tornano alla questione scuola; questa interpreta lo spirito di un tempo e finisce per riprodurlo e legittimarlo.

Tra discorsi che cadono in una chiacchiera litigiosa e l’analisi impegnata di quanti la scuola vorrebbero riformarla, ripensarla, questa finisce per essere ancora un tema centralissimo.

Tra utopie e distopie, tra proposte di rinnovamento e un’anarcopedia inneggiante alla sua rimozione, la scuola vive e sopravvive a quanti da tempo ne avevano immaginato la rinascita trionfale o celebrato la requiem.

La scuola è lì, ferma da tempo, immagine sbiadita di un racconto che si consuma ogni giorno, che slitta ben al di là e si sottrae a quanto di essa si possa dire. Perché la scuola non è soltanto uno spazio teorico di riflessione, il luogo del discettare degli esperti, uno spazio ideale a cui rivolgiamo heideggerianamente il pensiero; la scuola è un luogo reale e contingente a cui affidiamo da sempre la progettabilità futura del nostro essere in comune. Essa è pensiero antico e attuale, una questione aperta del pedagogico, una grande lente d’ingrandimento che ci consente di guardare alla problematicità del formarsi, di dilatare ulteriormente lo sguardo per cogliere quelle trasformazioni significative della società di cui la scuola spesso è miniatura.

La scuola finisce così per esprimere il disagio della società, la stanchezza del sistema, la sua crisi e i suoi tentativi di rinascita e qui si gioca l’ultima scommessa dell’educativo, è da qui che possiamo scorgere un tempo del tramonto o aurorale. La scuola è un’agenzia di raccordo, di mediazione indispensabile tra la famiglia e la società, è un aspetto rilevante dell’evoluzione di quest’ultima (Dewey[1]), lo spazio espressivo di una anomia/disnomia valoriale traccia, sintomo, di una crisi dell’educativo incapace di accordare le sue guarnizioni e strategie formative.

Sono queste premesse che legittimano una riflessione aggiuntiva, che impongo una pausa ragionatrice intorno a questo tema che è insieme il pensato e l’impensato del pedagogico.

Ricercare il valore della scuola non significa però soltanto riconoscerne la centralità, ma soprattutto ripensarne il fine in una temperie culturale che ha fatto sì che si desse la sua indebita riduzione a un mero luogo di trasmissione di conoscenze, che troppo raramente si traducono in competenze, che sembra tenere a cuore più l’idealità di un percorso che i suo soggetti, i suoi destinatari. La scuola sembra ancora prigioniera di quella tenaglia nicciana che, da una parte, dà forma alla massima estensione della cultura e, dall’altra, finisce per indebolirla[2]. Una scuola spesso strabica, se non cieca, rispetto a quelli che sono i primi assoluti, i primi valori: i bambini, gli adolescenti e tutta l’umanità che si pone su un sentiero mai interrotto di autoformazione/formazione.

L’economia di queste note ci obbliga ad una selezione, confina il nostro discorso entro un’inevitabile scelta teorica che, ovviamente, ne definisce quasi preventivamente l’articolazione e ne condiziona l’argomentazione. Il tema della scuola, e la cosa appare scontata, può essere affrontato ricorrendo a diversi registri interpretativi; l’intento qui è coglierne le problematicità lungo un percorso ordinato a mostrare l'attualità dell'analisi di un pedagogista come Neil Postman.