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La scuola sovversiva nell’analisi di Neil Postman - La scuola sovversiva

Il ruolo sovversivo della scuola nell’analisi pedagogica di Neil Postman

Il pedagogista statunitense Neil Postman più di altri ha riconosciuto il ruolo sovversivo della scuola. Nel denunciare la sparizione, la scomparsa dell’infanzia e del suo sentimento, la cui nascita coincide idealmente con la scoperta dei caratteri mobili, con l’ingresso in quel multiverso che è l’arte tipografica[3], che finisce per porre un inedito bisogno di formazione e inaugurare una sorta di rivoluzione dello sguardo adulto (il bambino cessa di essere un adulto in miniatura), Postman mostra come comunicazione, scuola (come contesto) ed educazione concorrano a dar forma al bambino-adulto. È la scomparsa di un determinato modo di fare scuola, di intendere la cultura, quella fondata sulla scrittura, sul controllo e l’esercizio, e il trionfo del tecnopolio, dell’«assoggettamento di tutte le forme della vita culturale alla sovranità della tecnica e della tecnologia»[4], che finisce per determinare l’eclissi del sentimento dell’infanzia.

Se la scoperta della stampa inaugura una sorta di individualismo della lettura e un divario della conoscenza, tra coloro che sanno leggere e quanti non ne sono capaci, che produce l’infanzia, la televisione ne decreta la scomparsa. Se la creazione dell’uomo alfabetizzato si pone come spartiacque tra l’infanzia e l’età adulta e il passaggio da una fase all’altra della vita è tenuto a battesimo dall’entrata nel mondo dell’arte tipografica, la televisione conduce all’oblio di questa linea divisoria. Scrive Postman: «la televisione sta eliminando la linea divisoria tra infanzia ed età adulta in tre modi, tutti e tre in rapporto con la sua indifferenziata accessibilità. Innanzitutto, perché essa non richiede una istruzione per poterne comprendere la forma; in secondo luogo, perché non impone difficili questioni di natura intellettuale o etica; infine, perché non separa gli uni dagli altri i suoi spettatori (...) La nuova dimensione comunicativa che ne deriva fornisce a tutti simultaneamente le stesse informazioni. In queste condizioni, è impossibile che i mezzi elettrici riescano a nascondere alcun segreto. Ma senza segreti, una dimensione come quella dell’infanzia non può più esistere»[5].

La televisione, il mezzo di rivelazione totale, priva l’infanzia di tutto quanto è segreto, celato, sottratto, sublimato e dà forma ad un’attenuazione e una demistificazione dell’idea di pudore, ovvero di quel «meccanismo attraverso il quale la barbarie viene tenuta a bada»[6], finendo per favorire un’adultizzazione dell’infanzia[7].

Nel riconoscere la funzione poietica della stampa per la nascita di quel sentimento dell’infanzia che è proprio dell’età rinascimentale, così come abilmente è messo in luce da Ariès, Postman mostra come i media ne stiano favorendo la scomparsa, realizzando su base tecnica e tecnologica una distopia, un tecnopolio, che rievoca il mondo nuovo di huxleyana memoria, e che si traduce in una sovranità capace di realizzare l’assoggettamento di tutte le forme della vita culturale[8]. Il trionfo del tecnopolio si dà nell’assenza di uno sguardo critico capace di assumere la prospettiva platonica di re Thamus, che non cedette alla lusinghe di Theuth e delle sue invenzioni («l’inventore dei numeri, [d] del calcolo, della geometria e dell’astronomia, per non parlare del gioco del tavoliere e dei dadi e finalmente delle lettere dell’alfabeto», Platone, Fedro, 274 c) e sempre ricordò il potere della scrittura contro la dimenticanza («ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria ma per richiamare alla mente»).

Il compito della scuola, seguendo Postman, è quello di garantire una funzione termostatica, di favorire una contro-argomentazione alle tendenze prevalenti della cultura correggendone gli squilibri. L'ecologo, ricorda Postman, è una sorta di medico capace di dar forma ad una politica del rimedio e la scuola «rimane l'unico mass-media capace di proporre quello che nella cultura non accade»[9].