- Categoria: Disegno ed espressioni artistiche
Musica e memoria, itinerari pedagogici da Halbwachs a Benjamin - Quinta parte
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Fare a meno delle certezze significa accettare la sfida posta dalle zone d’ombra, scoprire quella seconda pelle che, come nei serpenti [15], si oppone all’armatura costituita dall’educazione e dall’asservimento ai dettati del presente: ci vuole un buon esercizio all’ascolto per cogliere il sibilo dei conflitti sotterranei tra la totalità soverchiante e le melodie che spingono alla ricerca della liberazione. Si tratta, appunto, di rendere visibile l’invisibile e di tradurre dal silenzio [16].
Dal punto di vista teorico, è opportuno indugiare ancora attorno ad alcuni concetti che, pur non esaurendo una questione di tale portata, ne delimitano il senso e l’angolatura che qui si vogliono rimarcare.
La canzone, proprio come forma breve di comunicazione, è accostabile a un altro artefatto che contraddistingue la modernità: la fotografia [17]. Il brano inciso su disco, infatti, riporta gli stessi attributi dell’impressione sulla pellicola, e valgono per il primo le considerazioni che Walter Benjamin ha riferito alla seconda. Le immagini e i suoni possono essere conservati e oggettivati in forma precisa, riprodotti e duplicati a piacere, favorendo l’idea “del passato come qualcosa di immobile, di congelato, di immutabile. E la trasmissione delle immagini di questo passato ‘inumano’ è, anch’essa, inumana: passa attraverso la macchina, il catalogo, l’archivio. La mediazione dell’uomo, il ricordo, il racconto, l’insegnamento, sembra ritirarsi nella dimensione di un consumo di qualcosa che, in sé, è già dato” [18].
La riproducibilità tecnica, la possibilità di clonare senza limiti immagini e suoni, se da un lato rende disponibili a grandi masse e in ogni tempo esperienze che altrimenti scivolerebbero nell’oblio, dall’altro espone quelle stesse esperienze al rischio di restare senza parole, generando un paradosso: la sovrabbondanza comunicativa sarebbe speculare sia all’incomunicabilità che all’inautenticità. Resterebbero gli oggetti, a determinare un feticismo di masse ammutolite e prive di memoria. Benjamin ha descritto questo processo come perdita dell’aura, ossia la distruzione dell’unicità dell’evento che, in quanto tecnicamente riproducibile, perde la sacralità che lo collocava in uno specifico orizzonte temporale e di senso. Siamo di fronte a un dilemma pedagogico di ampia portata: se la memoria diventa problema e la sua trasmissione si fa incerta, occorre elaborare strategie di resistenza all’appiattimento, perché le memorie che non risuonano perdono quel potere evocativo in grado di tradurle in messaggio, voce, insegnamento. Ma non è solo il prodotto a essere disponibile in serie; analogo programma investe gli esseri umani, che diventano epigoni a rimorchio di potenti e anonimi automatismi, merci tra le merci, consumatori destinati a essere prima sedotti dal mercato, e poi consumati.

