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Musica e memoria, itinerari pedagogici da Halbwachs a Benjamin - Settima parte

Attorno ai dodici anni i nuovi adolescenti sono sospinti dalle pervasive influenze sociali a sbirciare il circo mediatico appositamente costruito per quella fascia di età. È il periodo in cui le ragazzine si innamorano di apolli ventenni che cantano e saltano in band dal freschissimo successo, si confrontano con quelle icone seminude che sono le lolite del pop, mentre i coetanei maschi compiono la stessa esplorazione, magari con qualche ritardo. L’ingresso nel mercato della carne umana trova così la propria colonna sonora: le canzoncine facili accompagnano i nuovi arrivati sull’uscio della bottega, a compimento di un dispositivo pedagogico che vuole ossessivamente presentare l’adolescenza come periodo gaudente e crapulone, un periodo godereccio che prelude alla futura acquiescenza al potere. In questa fase la musica è funzionale alla demarcazione del corpo, tanto è vero che le star del pop per teenager sono più ginnasti e ballerini che musicisti. Il corpo adolescenziale assume un valore sociale, sia come prodotto sul mercato, sia come luogo in cui si incidono valori, gerarchie e procedure.

È un processo pubblico di attribuzione, funzionale a costituire e smerigliare il soggetto biopolitico: qui la memoria sembra non avere alcuna rilevanza, perché è il nuovo la porta seducente attraverso cui i nuovi arrivati sono condotti. L’eterno presente però, ha delle crepe: la colonizzazione lascia degli spazi bianchi, più o meno estesi, ed ecco che alla prima fase della fruizione musicale ne subentra una seconda, questa volta maggiormente dovuta all’elaborazione autonoma dei giovani. Del resto la sovrabbondanza degli stimoli non sempre riesce a realizzare la risposta obbligata, e nei casi migliori si producono scarti e deviazioni che inducono i sedicenni a procedere a tastoni verso la scoperta autonoma, inizialmente casuale e poi intenzionale, di altri mondi e altre storie. I gusti degli adolescenti, dapprima convergenti verso l’ossequienza agli hit del momento, prendono a differenziarsi, si frantumano, danno gradualmente forma a itinerari eccentrici e qualche volta sorprendenti.

Il percorso a ritrovo è non solo un’opera di consultazione della memoria collettiva, ma diviene memoria sociale in quanto, come ci ha mostrato Halbwachs, giunge a riattualizzare correnti, appartenenze e idee che parevano sopite. Le reinterpreta e ricostruisce, dissotterrando l’ascia di guerra di tribù ormai arrese che, un attimo prima della sconfitta, hanno saputo lasciare ad altri un messaggio e una promessa. Nascono memorie sociali, memorie che passano attraverso i gruppi e secernono differenze e alleanze impreviste: nelle fasi più acute la ricerca di certi adolescenti nella memoria musicale sepolta genera un vero innamoramento, e non è raro trovare diciottenni che legano il proprio presente alle canzoni dei Pink Floyd o di Marley. L’aspetto curioso è proprio questo rigenerarsi del vecchio che diventa nuovo e, ritornando, riattualizza il rimosso e ne dispiega altre potenzialità. La canzone, proprio per la sua immediata fruibilità, è un mezzo idoneo a garantire questo riprendersi la memoria e, assieme, la parola. È un processo che avviene, significativamente, specie nelle interieur delle case borghesi, in quelle stanze dove l’adolescente ripone il tempo studio a favore di un altro tempo.