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Musica e memoria, itinerari pedagogici da Halbwachs a Benjamin - Ottava parte

L’opposizione tra i libri scolastici, magari inutilmente aperti a simulare un’attività di studio volentieri rimandata, e le vecchie canzoni da scoprire è la forbice dialettica che testimonia la percezione di uno scarto da compiere, di una disobbedienza necessaria per riprendersi ciò che è stato coperto. A volte i giovani passano ore ed ore, da soli, a frugare tra la musica dei periodi precedenti: riscoprono un vecchio disco appartenuto a un genitore, un nastro che era lì da anni, ignorato e sbeffeggiato come cianfrusaglia inutile. Oppure compiono incursioni sempre più precise e meticolose in atmosfere di altri luoghi e di altri tempi, fino a che l’incontro fatale con un gruppo di capelloni ormai sessantenni non spalanca orizzonti imprevisti, frenesie e tremori, malinconiche rabbie appena soffocate dalla soddisfazione di aver sfiorato il mito. Quando si giunge a questa fase l’adolescente è ormai un archeologo, un flaneur, un esploratore degli abissi.

Ne deriva un romanzo di formazione che nei casi migliori si estende al cinema, alla letteratura e alla poesia, spingendosi fino alle dimensioni, fin lì occulte, della storia e della politica. Sono percorsi di autoformazione che solitamente sfuggono allo sguardo delle strutture scolastiche, e spesso ne segnano aree di conflitto, in quanto le inquietudini e le esaltazioni dell’adolescente alle prese con il proprio originale vagabondare sono misconosciute dagli adulti, e talvolta guardate con sospetto perché si sottraggono alla linearità delle programmazioni standardizzate.

Non è escluso neanche un senso di imbarazzo degli adulti davanti a ragazzi che saccheggiano repertori che una volta appartenevano ai genitori e sono stati forse traditi, rinnegati o custoditi gelosamente come bagaglio esclusivo di una generazione. Chiediamo a uno di questi ragazzi di indicare qualche nome significativo del proprio orizzonte formativo: con tutta probabilità citerà cantanti del passato, qualche scrittore o regista, forse un eroe dell’impegno sociale, ma difficilmente tra la rosa di nomi troveremmo gli autori che fanno parte della tradizionale istruzione scolastica [21]. E questo, non per demerito di questi autori.

È da sottolineare che l’opera di esplorazione della memoria corrisponde a quella inattualità che Benjamin ha posto a fondamento della propria riflessione. La musica del passato, infatti, non riveste funzioni utilitaristiche, non consente di celebrare i rituali dell’odierno successo ma piuttosto insegue ciò che è stato accantonato, scava sotto i lustrini per rinvenire le polveri e gli scarti, allo stesso modo di chi cerca di riadattare l’abito dimesso senza averne nessun bisogno. Quest’opera di recupero dell’inservibile è preziosa proprio per definire la spendibilità formativa della memoria: sganciando le narrazioni dallo scopo immediato, e quindi dalle cornici di senso che finirebbero per imprigionare il ricordo dentro i conformismi, è possibile accedere, seppure solo sfiorandoli, ad altri racconti, e in particolare a quelli che la storia ha condannato all’oblio.