- Categoria: Studi e articoli sulla disabilità
- Scritto da Luciano Pasqualotto
L'adolescente con debolezza mentale - Alcuni spunti operativi
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Alcuni spunti operativi
Nonostante le sue difficoltà dunque, il debole mentale non è necessariamente un disadattato ma diventa tale quando il contesto in cui vive non gli consente di sviluppare al massimo le proprie potenzialità.
Tre aspetti ci sembrano carichi di implicazioni pedagogiche e su di essi va a nostro avviso richiamata la fondamentale attenzione degli educatori che operano a favore di questi "handicappati lievi":
- l'irrinuciabilità dell'integrazione, scolastica e lavorativa;
- la necessità di fornire loro un "contenimento" psicologico;
- l'urgenza di adottare la prospettiva dell'orientamento -inteso nella sua migliore valenza pedagogica- anche per l'handicap.
Il tema dell'integrazione è probabilmente quello più noto al lettore, elemento irrinunciabile di ogni azione in favore dell'handicap soprattutto dopo la legge-quadro n. 104/92, e pertanto ora ci limitiamo alla semplice enunciazione.
Il secondo aspetto si richiama direttamente alla scuola psicoanalitica di matrice kleiniana, ed in modo particolare agli scritti di Winnicott. Il concetto di "contenitore" è stato coniato per intendere la persona o la situazione che svolge un'azione di rassicurazione, contiene angosce e tensioni, favorendo in questo modo il corretto ed armonico sviluppo psichico. Ogni individuo, ad ogni età, ha bisogno di un contenitore: per il bambino piccolo è rappresentato dalla madre, ma successivamente entrano in gioco altre figure, fino ad essere sostituito in età adulta da rappresentazioni mentali, valori, fantasie. In pratica, l'operatore (intendendo in questo modo psicologi, pedagogisti, educatori, insegnanti di sostegno e quanti altri hanno una relazione stabile con il soggetto handicappato) dovrebbe prendersi cura del debole mentale in età adolescenziale proprio come una madre "sufficientemente buona", che sappia cioè adattarsi prontamente ai suoi bisogni affettivi e cognitivi, che sia in grado di tenerlo in braccio, contenerlo fisicamente e psicologicamente per evitare che emergano ansie psicotiche di disgregazione (13). Ma che sappia poi anche staccarsi con gradualità, per permettere l'affacciarsi di una sia pur relativa autonomia ed indipendenza.
Per il debole mentale lo sviluppo sembra fortemente condizionato dal tipo e dalla qualità di tale contenitore; soprattutto in ambito scolastico, egli ha bisogno di un ambiente che dia maggiore importanza al "trattamento" più che all'insegnamento e di una figura educativo-terapeutica di contenimento "morbida e calda" piuttosto che "docente e giudicante".
L'orientamento come definizione di un progetto di vita
Il tema dell'orientamento ha assunto in questi ultimi anni una grande importanza. L'orientamento scolastico, in particolare, è divenuto un'urgenza da quando ci si è resi conto del gap esistente tra le notevoli differenze individuali (in termini di consapevolezza e di motivazioni, prima ancora che di prerequisiti) degli allievi e la difficoltà della scuola di farsi veramente adattiva, con esiti elevati di insuccessi ed espulsioni.
Nonostante qualche rischio di sopravvalutazione, il concetto di orientamento è effettivamente carico di potenzialità pedagogiche; secondo una definizione dell'Unesco (1970) "orientamento vuol dire porre l'individuo in grado di prendere coscienza di sé e di progredire per l'adeguamento dei suoi studi e della sua professione alle esigenze della vita, con il duplice scopo di contribuire al progresso della società e di raggiungere il pieno sviluppo della persona". Questa definizione va integrata con l'accezione più recente di orientamento, oggi inteso soprattutto come l'"aiutare gli alunni stessi ad orientarsi, fornendo loro quelle abilità che li portino a conoscere meglio sé stessi, gli altri, il mondo che li circonda, in modo da saper prendere delle decisioni giuste al momento giusto" (14). Un siffatto orientamento non può che assumere allora la forma di "un processo continuo che vede implicate numerose istituzioni sociali (famiglia, scuola, società ecc.)" (15).
Si può intravedere come l'ottica dell'orientamento applicata all'educazione ed alla formazione professionale dei deboli mentali assuma una portata innovativa notevolissima, in linea con quanto affermato dalla Legge 104/92 (16).
Orientamento significa innanzitutto riconoscere al debole mentale il diritto ad un immaginario che si traduca in un personale progetto di vita, nel quale, con tutti gli aiuti possibili, riesca ad integrare l'immagine di sé, con le potenzialità ed i propri limiti. Per poter far questo, come tutti i suoi coetanei, egli deve essere messo in grado di allontanarsi (che è più psicologico che fisico) dalle figure parentali e poter accedere ad un ruolo stabile, possibilmente di tipo lavorativo. Si consideri che, in assenza di un ruolo definito, venga comunque assegnato uno status: quello di handicappato. La vera riabilitazione psico-sociale passa dunque attraverso l'acquisizione di un ruolo, ed a questa dimensione il debole mentale, come il "normodotato", va educato ed orientato fin dalla pubertà.
Molto più che ogni altro adolescente, il debole mentale ha bisogno di qualcuno che si faccia carico con lui del suo progetto di vita: è una questione fondamentale, a nostro avviso, sulla quale dovrebbero fattivamente interrogarsi le famiglie, gli operatori e le istituzioni,
Note:
1) QUADRIO A., L'adolescenza, in AA.VV., La sperimentazione nei C.F.P. con handicappati, seconda serie, vol. II, Regione Veneto-Università Cattolica, 1982/83-1983/84, pp. 9-34.
2) COLEMAN J.C., La natura dell'adolescenza, Il Mulino, Bologna, 1983.
3) CACCIAGUERRA F., La pubertà: scoperte e conflitti, in "Scuola e didattica, 1990/91, n. 2, pp. 11-13.
4) e 5) COLEMAN J.C., op. cit., pag. 235.
6) OLIVEIRO FERRARIS A., Handicap e compiti dello sviluppo, in "Psicologia Contemporanea", 1992, n. 114, p. 28.
7) PANIER BAGAT M., Che età ha un handicappato, in "Psicologia Contemporanea", 1992, n. 114, p. 33.
8) OLIVEIRO FERRARIS A., op. cit., p. 30.
9) Come il lettore saprà, la letteratura classifica come "insufficienti mentali lievi" i soggetti che riportano punteggi di QI compresi tra 50 e 70 (tra 35 e 49 il ritardo mentale è invece definito medio, tra 20 e 34 grave, tra 0 e 19 molto grave mentre oltre 70 vi sono i casi limite).
10) Lib. cit. da VICO G., Debolezza mentale e formazione professionale, in AA.VV., La sperimentazione nei C.F.P. con handicappati, II° serie, vol.I, Regione Veneto-Università Cattolica, 1981/82, p. 67-68.
11) MORETTI G.; CANNAO M., Problemi clinici dell'andicappato preadolescente, in "Scuola e didattica", 1988/89, n. 9, p. 14.
12) MORETTI G.; CANNAO M., op. cit., p. 15.
13) Cfr. FANTINI M., D.W. Winnicott: un riferimento teorico per un pedagogista che educa veramente, in "Scuola e didattica", 1989/90, n. 5, pp. 12-15.
14) DI BASILIO D., L'orientamento scolastico - Parte prima: introduzione e premesse teoriche, in "Psicologia e scuola", 1993, n. 61, p. 48.
15) DI BASILIO D., op. cit., p. 46.
16) La Legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti della persona handicappata (n. 104 del 5 febbraio 1992) nella sua sostanza afferma che persona con handicap, anche gravi, è un cittadino a tutti gli effetti, portatore di diritti/doveri oltre che di bisogni, al quale vien chiesto, in base alle proprie caratteristiche e potenzialità, di essere membro attivo del contesto sociale. A tal fine la Repubblica ne garantisce l'integrazione "nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nella società" (art. 1) con percorsi e modalità in cui l'integrazione è sempre perseguita congiuntamente all'autonomia della persona.
copyright © Educare.it - Anno V, Numero 2, Gennaio 2005
DOI: 10.4440/200501-1/PASQUALOTTO

