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L'educazione interculturale - Educare alla reciprocità ed alla complessità

Educazione alla reciprocità

Il Corallo, quarant'anni or sono, delineava tra i fini dell'educazione quello della reciprocità, tesa ad avvalorare la dignità del prossimo, a "considerare sé come un altro per gli altri, e gli altri come degli "io" per sé stessi" (7). Egli sosteneva che l'educazione, in particolare quella "sociale", dovrebbe far acquisire l'abilità di allacciare rapporti corretti con i propri simili, che si concretizzano nello scambio "del dare e dell'avere".

Similmente il Catalfamo sostiene l'educazione all'alterità, la quale deve promuovere l'attitudine a convivere e a collaborare con gli altri, "per conseguire una più alta affermazione del valore di ciascuna e di tutte le persone, che costituiscono la società" (8). Nella stessa prospettiva, oggi il Galli afferma che l'educando va "spronato a recepire i significati dell'essere con e per gli altri, a sviluppare disposizioni allocentriche, ad avere rapporti cordiali con il prossimo" (9).

Sono tutti concetti validi anche per l'educazione interculturale. Secondo Bertolini, ad esempio, essa "va intesa come un "movimento di reciprocità" attraverso il quale l'una cultura e l'altra e quindi gli individui portatori di una cultura e di un’altra –indipendentemente dalle differenze o proprio utilizzando tali differenze- sono meglio in grado sia di comprendere se stessi e di correggere il "senso" che le stesse condizioni esistenziali differenziate hanno per ciascuno di loro, sia di continuamente rivedere e riadattare il proprio sapere e di conseguenza i propri comportamenti" (10).

Ma per imparare a stabilire un autentico rapporto interculturale, avverte Blezza Picherle, "non sembra sufficiente ricorrere alla sola informazione ed alla pura logica discorsiva ed argomentativa" (11). Bisognerebbe ricorrere contemporaneamente anche alla sfera intuitiva. Infatti lo sviluppo di un'abilità "eterocentrica" è "rara e difficile da acquisire, perché trascende la dimensione puramente ed esclusivamente razionale ed intellettiva". E' necessaria "una diversa forma di conoscenza, quella intuitiva appunto, che consente di capire meglio l'altro, anche in ciò che egli non riesce o non vuole esprimere pienamente" (12).

E' la ripresa del concetto pascaliano dell'ésprit de finesse, il quale, al contrario dell'ésprit de géometrique, è spirito che coglie le sfumature inafferrabili alla ragione, che ci porta nel cuore stesso delle persone.

Educazione alla complessità

La complessità è tra le categorie interpretative della nostra società quella che sembra godere di particolare successo. La complessità oggi è divenuta un settore interdisciplinare di studio su cui convergono pedagogisti, psicologi, sociologi. "Sotto il profilo socio-culturale –scrive Caimi-, parlare di complessità significa alludere a uno scenario fortemente mosso, magmatico, non più dominabile da una logica unitaria e sottoposto a cambiamento accelerato" (13).

Tra le caratteristiche della società complessa, si evidenzia il moltiplicarsi dei "luoghi dell'educazione" e delle agenzie educative, la grande offerta di informazioni (opulenza comunicazionale), la caduta di "evidenze etiche" condivise (14). Vi è inoltre la tentazione di cercare sicurezza, rifugio in "nicchie ecologiche" fatte di particolarismi etnocentrici, di legami di sangue, di fede, fisico-spaziali.

L'educazione alla complessità in chiave interculturale acquista allora il significato d'insegnare ad andare oltre i propri particolarismi, ad abbandonare le adesioni acritiche alle ideologie per imparare a ricercare le differenze.

Secondo Demetrio e Favaro ciò sarebbe ancora insufficiente. Essi scrivono: "la pedagogia interculturale consiste nell'educare non semplicemente alla conoscenza delle differenze riscontrabili in soggetti di origine culturale diversa, ma nell'educare alla transitività (o mobilità) cognitiva" (15). Secondo Larocca: "la responsabilità cui si è chiamati dai "segni dei tempi" è quella di anticipare nell'educazione degli uomini di domani la flessibilità, o, se si vuole, di rendere più umano l'uomo, ovvero aiutarlo ad essere più capace di perseguire l'universale e il permanente entro il mutamento continuo" (16).

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