Stop the genocide poster

L'educazione interculturale - Educare al conflitto

Educazione al conflitto

Nelle pagine precedenti abbiamo avuto modo di chiarire come differenze e diversità siano proprie del nostro essere uomini e persone: non sono frutto di invenzione ma un dato di fatto. L'incontro ed il confronto tra queste differenze può evocare sentimenti ed atteggiamenti negativi, non raramente anche consolidare pregiudizi.

Il razzismo, per esempio, è un "comportamento fatto per lo più di odio e di disprezzo nei confronti di persone dotate di caratteristiche fisiche ben definite e differenti dalla nostra" (24). La storia ci insegna come tale odio arrivi persino ad essere teorizzato, possa diventare un'ideologia.

L'etnocentrismo, cioè il fissarsi sul proprio punto di vista, elevando in modo indebito i valori propri a valori universali (25), può essere un'altra modalità di reazione all'incontro delle differenze. Questo atteggiamento, in definitiva, è una sorta di sviluppo psicologico mancato: l'uomo dovrebbe infatti evolversi da uno stato iniziale di egocentrismo verso una posizione, più relativizzata, in cui sono ammessi gli altri con le loro diversità.

La stessa umanità, che un tempo riteneva di essere al centro dell'universo, ha seguito questa evoluzione.

Ma l'atteggiamento peggiore è probabilmente quello xenofobo, perché dominato dalla paura estrema (fobia, appunto) dello straniero (xeno significa appunto "straniero"), "che si esprime in forme di discriminazione e violenza. La xenofobia proclama l'incompatibilità di mentalità e di comportamenti tra differenti etnie; ritiene la coesistenza impraticabile e denuncia l'impossibilità di integrazione dei gruppi di immigrati" (26).

Anche l'eccesso contrario, cioè la "xenofilia" (filia significa "amore"), può essere una distorsione del dialogo fra le differenze. Non è sbagliato "amare lo straniero", ma questo può diventare un problema quando un individuo tende a sminuire quello che gli è proprio, vedendo come migliore ciò che appartiene agli altri. Si corre il rischio di assumere acriticamente valori e modi di vita dell'altro da sé: rientrano in questo atteggiamento anche certi esterofilismi politici ed economici degli italiani.

Per evitare di cadere in questi atteggiamenti è dunque necessaria un'educazione al conflitto, che non neghi o rimuova l'aggressività provocata dall'incontro con lo straniero ma insegni a saperla ben gestire. Lo stesso significato originario di questo termine (da ad-gradi che significa "muoversi", "camminare verso", quindi crescita e vitalità) (27) ci indica che l'aggressività può essere sana e costruttiva.

Educare al conflitto in un'ottica interculturale significa dunque insegnare a gestire i conflitti perché questi non siano distruttivi ma costruttivi della relazione. Secondo Butturini (28), tale educazione si articola in alcuni obiettivi:

1. riconoscere i conflitti;

2. accettare in profondità i conflitti, imparando ad eleborarli per inattivare quegli automatismi distruttivi che si basano sull'ignoranza ed il pregiudizio;

3. distinguere tra aggressività distruttiva e aggressività costruttiva. Nella nostra cultura, anche scolastica, l'aggressività è molto sanzionata ma bisogna tener conto che essa non è altro che una delle manifestazioni dell'uomo. Vi è un'aggressività che esprime violenza ed in questo caso è negativa, ma può manifestare anche la nostra personalità, come difesa del nostro spazio vitale e psichico, ed allora è costruttiva. Per distinguerla dalla prima, si parla oggi di "assertività": essa non va sanzionata, va educata nel bambino, perché lo aiuta a crescere, ad affermare le sue idee, ad essere se stesso;

4. "transvalutare" il conflitto, attraverso il gioco, la vita di gruppo e l'umorismo;

5. gestire i conflitti cercando di non portarli alla rottura, quando si interrompe il dialogo e la relazione con l'altro. Non solo: il conflitto ben gestito dovrebbe portare ad acquisire nuove forme di complementarietà e di "convergenza verso livelli più alti di consenso" (29).

Gestire il conflitto non significa subirlo. La persona che cede rimanda il conflitto, non lo risolve, oppure lo "sposta" verso qualcuno ancora più debole, anche se in modo inconsapevole. Ecco la catena dell'aggressività maligna, della violenza. Solo dopo aver imparato a gestire i conflitti si rende possibile il dialogo conviviale delle differenze.

Tagged under: #intercultura,