- Categoria: Pedagogia interculturale
- Scritto da A. Niero, L. Pasqualotto
L'educazione interculturale - Educare alla convivialità ed alla pace
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Educazione alla convivialità delle differenze
Se intendiamo la convivialità come la capacità di vivere assieme, riconoscendo che l'Altro esiste, in prospettiva interculturale occorre educare alla convivialità delle differenze.
A questo proposito scrive molto chiaramente Filippi: "La pedagogia dovrà farsi promotrice di iniziativa, nel duplice versante dell'agire e del sapere, di rispetto, di salvaguardia, di tutela, di ritrovamento di comuni denominatori, ovviando al pericolo della omologazione culturale (uguaglianza senza differenze), e senza che ciò conduca a una rinnovata egemonia etnocentrica (assolutezza delle differenze)" (30).
Ivan Illich propone addirittura la "società conviviale" come meta (31), nella quale l'individuo, rinnegato il consumismo, accetta una certa austerità, non pensa al proprio tornaconto e ricerca il bene comune. Perciò invita a costituire una società politica di uomini, coscienti della forza della loro ragione e del loro sentimento, del peso della loro parola, della serietà dei loro atti per scegliere liberamente l'austerità capace di garantire la logica del bene come norma dell'azione. La politica stessa è intesa come arte della convivenza tra gli uomini, che trova nell'elaborazione e nella promozione del bene comune il suo fine costitutivo.
Al di là della valenza socio-politica della proprosta di Illich, sembra interessante raccogliere l'invito all'autolimitazione personale per l'educazione alla convivialità delle differenze. Dal canto suo ogni comunità "dovrebbe (...) essere preoccupata di offrire spazi in cui possa emergere creativamente la differenza del soggetto non solo dagli altri ma anche da se stesso" (32).
Educazione alla pace
La pace può essere "il prodotto naturale di una società (...), in cui le persone e le personalità sociali collaborano, si tollerano, convivono e sono in grado di risolvere gli inevitabili conflitti in modo nonviolento" (33). In questo senso l'educazione alla pace può essere un modo più ampio di concepire l'educazione interculturale, così come fin qui l'abbiamo intesa.
Educare alla pace significa infatti non solo promuovere le capacità di rispetto reciproco, di comunicazione assertiva, di buona gestione dei conflitti, di accettazione conviviale delle differenze, ma comporta una più globale educazione ai valori che sono costitutivi della pace stessa: "la verità, la libertà, la giustizia, la solidarietà-amore" (34). Valori che, secondo Roveda, fanno parte "del comune alveo dell'umano, condiviso dal ragionamento razionale di tutti i popoli e nazioni" (35).
La pace si pone dunque come la sintesi ultima dell'interculturalità.
Ci si riferisce naturalmente non alla "pace negativa" (absentia belli), quella della diffidenza reciproca o quella con le armi, "contraffazione della vera pace" (36), ma alla pax positiva, "fondata sulla fiducia reciproca degli uomini e dei popoli" (37).
"Come ogni progetto, l'educazione alla pace non è un sogno falso, ma solo incompiuto" (38). Occorre far comprendere che la pace positiva è un concetto dinamico, non un dato ma una conquista faticosa, non un bene di consumo ma il prodotto di un impegno, non un nastro di partenza ma uno striscione d'arrivo (39).
Per costruire la pace dobbiamo anche abituarci ad abbinarla a parole quotidiane. Parliamo quasi sempre di "festa della pace", "marcia della pace", "veglia della pace", "tavole rotonde sulla pace", "vertici sulla pace". Ne deriva l'immagine distorta che la pace sia circoscritta ad alcuni momenti particolari, estranieri al flusso dell'esistenza normale.
L'educazione alla pace passa invece attraverso la comprensione che, oltre alla festa, dobbiamo fare "ferialità di pace", anziché coniugarla con le "marce" dovremmo appaiarla con i percorsi quotidiani, con la fatica ed il sacrificio di tutti i giorni.
Note:
- 1. Cfr. M.G. Galasso (a cura di), Scheda informativa Progetto EDINT del C.E.D.E, Documento n. 4, gennaio 1991.
- 2. A. Casillo, Interculturalità e curricolo nella scuola elementare, in "Quadrante della scuola", 1990, n. 2, p. 71.
- 3. Gruppo interdirezionale di lavoro per l'educazione interuclturale e l'integarzione degli alunni stranieri P.I. (a cura di), Il dialogo interculturale e la convivenza democratica(documento di sintesi), in "Annali della Pubblica Istruzione, 1994, nn. 1-2, p. 163.
- 4. M. Santerini, La scuola nella società multiculturale: orientamenti per l'Italia e l'Europa, op. cit., p. 65.
- 5. D. Demetrio, G. Favaro, Immigrazione e pedagogia interculturale, La Nuova Italia, Firenze, 1992, p. 11.
- 6. A. Nardi, La sfida interculturale tra individualità e nuova comunicazione, cit., p. 28. Ci pare di poter leggere nella stessa prospettiva il contributo di E. Butturini al volume di A. Agosti (a cura di), Intercultura e insegnamento, op. cit., pp. 33-41.
- 7. G. Corallo, Pedagogia. L'atto di educare. Problemi di metodologia dell'educazione, SEI, Torino, 1967, p. 282.
- 8. G. Catalfamo, La dialettica del sociale e del personale nell'educazione, in AA.VV. , L'educazione sociale, La Scuola, Brescia, 1962, p. 167.
- 9. N. Galli, La concezione cristiano-personalistica, in AA.VV., L'educazione del cittadino, La Scuola, Brescia, 1990, p. 32.
- 10. P. Bertolini, L’educazione interculturale: riflessioni pedagogiche, in "Scuola Viva", 1991, n. 4, p. 28.
- 11. S. Blezza Picherle, Educazione al silenzio ed intercultura, in A. Agosti (a cura di), Intercultura e insegnamento, op. cit., p. 72.
- 12. Ibidem, p. 70.
- 13. L. Caimi, Per una scuola educativa nella complessità socio-culturale, in "Quaderno di aggiornamento per operatori della formazione professionale", 1993, n. 20, p. 26.
- 14. Ibidem, p. 23.
- 15. D. Demetrio, G. Favaro, Immigrazione e pedagogia interculturale, op. cit., p. 15.
- 16. F. Larocca, Oltre la creatività l'educazione, La Scuola, Brescia, 1983, pag. 30.
- 17. P. Watzlawick, J.H. Beavin, D.D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Ubaldini, Roma, 1971.
- 18. R. Mentegazza, Il soffio del diverso, in "Alfazeta", 1995, n. 42, p. 54.
- 19. F. Larocca, Handicap indotto e società, op. cit., pag. 277.
- 20. Ibidem, pag. 277.
- 21. Ibidem, pag. 277.
- 22. S. Blezza Picherle, Educazione al silenzio ed intercultura, op. cit., p. 67.
- 23. Ibidem, p. 72.
- 24. T. Todorov, Noi e gli altri, Einaudi, Torino, 1991, p. 57.
- 25. G. Biancardi, P. Galeotti, G. Pasquini (a cura di), Materiali didattici sull'immigrazione, Cestim-Mlal, Verona, 1994, p. 35.
- 26. Ibidem, p. 35.
- 27. P. Roveda, La pace cambia, op. cit., p. 124.
- 28. Ibidem, pp. 39-40.
- 29. Ibidem, p. 40.
- 30. N. Filippi, Radici etnoculturali e ragioni etnico-politiche di convivenza democratica, in A. Agosti (a cura di), Intercultura e insegnamento, op. cit., p. 20.
- 31. I. Illich, La convivialità, Ed. Red, Como, 1993.
- 32. E. Butturini, Educare alla pace nella scuola attraverso un approccio interculturale, op. cit., p. 39.
- 33. M. Salvemini, Eirene: la città che c'è, in "Mosaico di pace", 1996, n. 5/maggio, p. 25.
- 34. P. Roveda, La pace cambia, op. cit., p. 10.
- 35. Ibidem, p. 50.
- 36. Ibidem, p. 28.
- 37. Ibidem, p. 29.
- 38. Ibidem, p. 236.
- 39. Questa proposizione, come le altre due che seguono, sono liberamente riportate dalla relazione di E. Butturini al Convegno "Intercultura e insegnamento" tenutosi all'Università di Verona il 28-29 ottobre 1996.
copyright © Educare.it - Anno V, Numero 5, Aprile 2005
DOI: 10.4440/200504/NIERO-PASQUALOTTO

