- Categoria: Pedagogia interculturale
- Scritto da Marialuisa Damini
Bambini e pregiudizio etnico. Ipotesi di lavoro per educare a superare le barriere - Tracce generazionali del pregiudizio
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Tracce generazionali del pregiudizio (5)
Non è possibile non riconoscere l'influenza della cultura nel modo di pensare e di agire di ogni persona, a tal punto che se a un individuo si chiedesse a che cosa si riferisce per spiegare la sua visione del mondo, egli/ella farà sicuro riferimento agli ambienti in cui si è formato (6).
Sin dalla nascita, ogni individuo riceve infatti un'eredità culturale che assicura la sua formazione, il suo orientamento, il suo sviluppo di essere sociale. Come ci ricorda Morin, è proprio quest'ultima che che stabilisce, attraverso precoci imprintings, i tabù, gli imperativi, il modello di comportamento (7).
La "replicazione", che sta alla base dei meccanismi di apprendimento, è fondamentale, soprattutto nell'età infantile. È noto, infatti, che verso i dieci - undici anni, con l'avvento della pubertà e con l'ingresso nell'adolescenza, si tende alla "ribellione contro" i modelli acquisiti.
Anche l'acquisizione del pregiudizio non fa eccezione a questo "apprendimento sociale". I bambini che vivono in un ambiente, genitoriale ma anche sociale, in cui "respirano" atteggiamenti ostili verso chi è straniero - e, ancora una volta, lo si vuole intendere in senso lato, quasi come rappresentante dell'Alterità in generale - tendono a farli propri. Non solo. È l'atteggiamento razziale stesso che tende a "rigenerarsi" piuttosto che a venire trasmesso. In altri termini, laddove le opinioni verbalmente espresse dei figli circa gli stranieri, i portatori di cultura diversa, gli altri in senso lato, sono tendenzialmente diverse rispetto a quelle dei genitori, sono proprio gli atteggiamenti non verbali a ricrearsi. Addirittura, Adorno ha potuto anche tratteggiare un quadro in cui il bambino con pregiudizio razziale, appare spesso figlio di genitori rigidi e autoritari, costretto ad una sottomissione superficiale che gli produce ostilità ed aggressività da reprimere. Si tratta di nuclei familiari in cui si tende a giudicare le persone più che per quello che sono, per quello che sembrano: l'apparenza diventa il parametro per misurare le cose, le situazioni, le persone, mentre verso coloro che sono ribelli al conformismo, o al presunto tale, si scatenano condanna, punizione, esclusione.
Ma se è importante porre l'accento sull'apertura/non apertura verso l'esterno della famiglia per la formazione di pregiudizi/stereotipi etnici, è altrettanto fondamentale riflettere sulle esperienze di ascolto, dialogo e comprensione che si vivono - o si dovrebbero vivere - proprio in seno alla famiglia. Non si può infatti ascoltare se non si è mai sperimentato l'ascolto o comprendere se non si è mai provata la comprensione. Come è ben sottolineato da Portera (8), è proprio all'interno della famiglia che occorre coltivare e promuovere la disposizione ad appassionarsi e a legarsi ad altre persone, cose, attività, idee, che, in base agli studi di Gardner, nel bambino sembrano essere presenti prima di attività intellettuali. Non da ultimo, inoltre, la famiglia, per educare al pluralismo e, nel contempo, alla pace, dovrà educare anche al rispetto dei limiti e delle regole comuni e alla gestione dei conflitti e, insieme, anche ad avere uno sguardo critico sul mondo.
Resta ora da chiedersi se esiste davvero il pregiudizio in bambini, quelli che saranno a pieno titolo uomini e donne del terzo millennio, come sono i nostri di oggi, bambini abituati a vivere nel forse solo apparente pluralismo ideologico, culturale, religioso. Bambini che con un clic si collegano a mondi lontani. Bambini che in pochi minuti vedono scorrere davanti ai loro occhi nel telegiornale della sera i loro coetanei africani in Africa, il terremoto in Perù e una città cinese. È già pluralismo, questo? È conoscenza superficiale? Che cosa realmente passa nella mente e nel cuore dei piccoli telespettatori della vita? Le domande sono solo apparentemente oziose e di sfumatura moraleggiante. Ricerche approfondite sui pregiudizi e gli stereotipi nei bambini hanno portato a risultati sorprendenti. Come vedremo, suscita sgomento e paura leggere nei temi e nei lavori di "innocenti" bambini e bambine di un'età compresa tra i sette e i dodici anni pensieri francamente razzisti. Ma allora è tutto un sistema di pensiero e di riferimento, nel quale ciascuno di noi, piccolo o grande, giovane o anziano, è immerso che va, se non demagogicamente cambiato, almeno consapevolmente ripreso in considerazione e ripensato. Come già abbiamo detto poc'anzi, prenderne consapevolezza è forse il momento più importante.

