- Categoria: Pedagogia interculturale
- Scritto da Marialuisa Damini
Bambini e pregiudizio etnico. Ipotesi di lavoro per educare a superare le barriere - Bambini e pregiudizio etnico
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Bambini e pregiudizio etnico
Gli studiosi che hanno approfondito la genesi del pregiudizio, in ambito psicologico e sociale, concordano che i bambini e le bambine abbiano atteggiamenti etnici che esibiscono chiaramente nel gioco o nelle prime relazioni tra pari. È come dire che i piccoli scoprono prestissimo di appartenere ad un gruppo piuttosto che ad un altro e che condividere alcune caratteristiche fisiche implichi anche una certa somiglianza di norme e valori. Tuttavia recenti studi di psicologia cognitiva confermano che i bambini apprendono la cosiddetta "razza" o "categorizzazione razziale" dal linguaggio e non dalla percezione visiva. In altri termini, essi possono provare paura, antipatia o altro secondo quanto trasmesso dall'ambiente circostante, che è rappresentato dalla famiglia, ma anche da tutti i media con cui giorno dopo giorno i piccoli, ancora inconsapevolmente, si confrontano. La paura, la repulsione, la distanza… s'imparano allora prima ancora che vengano viste e percepite. In altri termini, ognuno di noi, anche senza averne consapevolezza, può educare la percezione dei bambini, tenendo conto che il peso fondante che viene assegnato oggi ai fenotipi come elementi fondamentali dei gruppi sociali e dati costitutivi della persona non appartengono a tutte le culture (9). Ci sono culture infatti che costituiscono la persona in base, per esempio, al "fare" e al suo rapporto con il territorio, più che al "sangue" o alla discendenza. L'idea di "razza" non è pertanto né un fatto ovvio né universale e per questo non la si può ritenere una categoria per apprendere innata. Tuttavia, nei bambini, la valutazione di diversità di valori e di regole di vita avviene in modo pressoché automatico attraverso cioè insegnamenti espliciti o impliciti del contesto familiare e scolastico. In relazione a ciò, possiamo però ricordare che Piaget stesso ha sostenuto l'esistenza di stadi di sviluppo del pregiudizio razziale sostenendo che il momento del passaggio dalla fase del pensiero operativo concreto a quello delle operazioni formali favorisce l'apertura alla comunità allargata e pertanto una maggior duttilità dei pregiudizi esistenti. L'idea allora è quella di prevenire l'insorgenza del pregiudizio prima ancora di contenere quello adulto (10).
Ma quali sono i pregiudizi etnici e gli stereotipi più frequenti nei bambini e nelle bambine?
Paola Tabet, antropologa e docente di Antropologia all'Università della Calabria, ha condotto per sette anni un'indagine nelle scuole elementari e medie italiane, con l'aiuto di centinaia di insegnanti, facendo scrivere 7000 bambini tra i sette e i tredici anni. Come spiega l'Autrice, nell'introduzione al suo testo (11), l'idea di condurre una ricerca sul pensiero razzista è nata per caso durante un seminario di etnologia tenuto nel 1989-90 alla Facoltà di Magistero dell'Università di Siena. Parimenti, può essere ricordata un'altra ricerca, nata attorno alla cattedra di Psicologia di Comunità, dell'Università di Palermo che ha cercato di identificare i "sintomi" pregiudiziali che in nuce si configurano nei bambini di scuola elementare. Due ricerche diverse, quindi, seppur in un certo modo tra loro connesse, che hanno portato nell'uno e nell'altro caso risultati che non possono non far riflettere. Dalla ricerca della Tabet si può dedurre una sorprendente uniformità di rappresentazioni in tutta Italia in risposta a titoli del tipo: "Se tua mamma e tuo papà fossero neri…" oppure "Una giornata in Africa" o anche "Viene ad abitare vicino a casa mia una famiglia africana: descrivi la loro vita" ed altri ancora. Sono risposte in cui la paura si mescola con la compassione, lo schifo, la vergogna, il rifiuto.
Ora, quello che è importante considerare è che non ci troviamo di fronte a manifestazioni plurime di sentimenti soggettivi e istintivi, quanto a sentimenti costruiti culturalmente, che passano cioè per una non conoscenza ovvero per una conoscenza distorta della realtà. Sappiamo che lo schifo è strumento di primaria importanza per apprendere ed interiorizzare i divieti culturali e pertanto si diffonde per condizionamenti sociali, senza passare necessariamente per la parola. È interessante vedere come nei temi dei bambini il disgusto diventa anche fisico, investendo pertanto anche la sfera olfattiva, che, come sappiamo, può creare una barriera invalicabile tra le persone. Ma insieme a tutto questo, ciò che preoccupa di più è la serie infinita di certezze ignoranti dei bambini e delle bambine, l'immagine di un'Africa popolata di selvaggi con strani gonnellini di paglia che costruiscono capanne e danzano chiedendo la pioggia ad una divinità non bene identificata, collocati spazio-temporalmente in luoghi strani di una geografia strampalata, dove c'è sempre miseria e fame e un caldo assurdo. Le immagini sono nitide perché certo i bambini non apprendono un'immagine negativa e devalorizzante degli "altri" solo dai discorsi degli adulti intorno a loro, ma anche da certe immagini televisive, pubblicitarie, da certe immagini di libri per l'infanzia, persino da certi sussidiari, che non inducono a problematizzare, ad indurre alla conoscenza, ma a creare degli stereotipi che cristallizzano qualsiasi volontà di "andare al di là" rispetto a quello che si vede, quello che è scritto o fotografato o filmato o spiegato (12).
Ora, il discorso è certamente molto più complesso di quanto in questa sede si è solo accennato. Insieme ai libri di testo si potrebbero analizzare gli stereotipi presenti nella pubblicità e persino quelli fornitici dai canali di informazione apparentemente oggettiva che sono i telegiornali, dove fanno notizia le persone che muoiono di fame e che uccidono e dove poco o nessuno spazio è lasciato per chi, straniero, conduce una vita "normale". C'è da chiedersi quale capacità di messa in discussione delle notizie possano avere bambini che troppo spesso non hanno nessuno che sa o vuole fare da controcanto ai messaggi di cronaca nera o nerissima a cui assistono, magari durante la cena, con tutta la famiglia che per stanchezza o incapacità non controbatte. Finisce che il video si gioca il ruolo di capofamiglia ovvero detentore della Verità con il padre e la madre, purtroppo vincendo. Per questo, un bambino di IV elementare di Montedoro, in provincia di Caltanissetta, può scrivere: "…Io ho paura dei neri perché uccidono i bambini e fanno del male. Io i miei genitori li voglio bianchi. Mio papà mi ha sempre detto che gli uomini sono tutti bianchi sia che sono bianchi sia che sono neri, però la televisione mi fa capire che i neri uccidono e io mi spavento ancora di più".

