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Bambini e pregiudizio etnico. Ipotesi di lavoro per educare a superare le barriere - Decostruire per ricostruire

Decostruire per ricostruire

Per quanto giovane, dunque, si nota da quanto analizzato che il bambino è in grado di descrivere lo straniero in base a precisi stereotipi. Demonizzare il canale familiare chiaramente non ha però alcuna utilità, così come è oggettivamente senza senso scagliarsi contro un non meglio identificato "modo di pensare contemporaneo". Se è vero che le possibilità d'intervento sono, per ogni educatore, insegnante, genitore su piccola o piccolissima scala, è proprio da lì che si può e si deve partire.

Come abbiamo già detto, la chiave di volta del processo di rinnovamento è solo la conoscenza. Dai dati emersi dalla ricerca svolta dal gruppo di Psicologia delle Comunità risulta che il 44, 23% dei bambini intervistati ha una conoscenza dei neri connessa al fatto di averne incontrato qualcuno per le strade; la percentuale dei bambini che scelgono questo item aumenta fino al 67,79% per gli albanesi e al 75% per gli zingari. E' chiaro che la conoscenza, se così si può chiamare, riguarda in questi casi la considerazione dei tratti somatici, del modo di gesticolare e simili. Solo il 19, 71% dei bambini dichiara di aver qualche volta rivolto la parola ad un Africano e tali percentuali scendono in maniera considerevole se ci riferiamo a zingari o ad albanesi. Nello stesso tempo, la stessa ricerca ha dimostrato che, dati i "neri", gli albanesi, gli zingari come possibili bersagli di pregiudizio, sono i primi il gruppo verso cui hanno minori pregiudizi, mentre per quanto riguarda gli albanesi, che il 22,60% dei bambini dichiara di aver conosciuto solo tramite la televisione e meno del 4% di averci parlato da vicino, il pregiudizio è maggiore (13).

La relazione fra pregiudizio e conoscenza risulta quindi inversamente proporzionale. Favorire le occasioni di incontro, soprattutto all'interno dell'ambiente scuola, appare allora fondamentale e vitale. Inevitabilmente, infatti, lo spazio di non-relazione può essere riempito di stereotipi e pregiudizi che, mentre esasperano la paura e il rifiuto, tendono inevitabilmente a perpetuarsi e a diffondersi.

Tuttavia, molto spesso, può essere un buon punto di partenza anche solo insegnare ai bambini e alle bambine a riflettere in maniera critica e consapevole. Pensiamo ai giochi o alle attività in cui si abituano i bambini a de-centrarsi per imparare gradualmente a mettersi "nei panni di…" o anche solo a tutti quei momenti in cui si fanno riflettere i bambini su alcune frasi che ormai vengono dette così, quasi soprappensiero ("Perché vai in giro così sporco, mi sembri un albanese!", "Mio papà fuma come un turco", "Neanche i negri farebbero una fatica simile…"). In altri termini, al di là di progetti mirati che possono essere senz'altro utili, soprattutto agli insegnanti, è nella quotidianità che si affronta la concreta lotta contro i pregiudizi e, quindi, contro le discriminazioni. Per questo ci sentiamo di condividere le modalità di lavoro che ci vengono dal settore pedagogico per le minoranze culturali del Comune di Rotterdam e che qui sintetizziamo (14):

 

  • Prevenire l'insegnamento o la conferma dei pregiudizi attraverso i libri di testo: ed è pertanto utile un lavoro prima di tutto sugli insegnanti, che devono imparare a riconoscere le forme più sottili di discriminazione e razzismo.
  • Portare i bambini a comprendere che non tutto è ugualmente ovvio per chiunque: i bambini tendono a considerare "strano" tutto ciò che non corrisponde alle loro aspettative. Far affrontare loro, all'interno di attività piacevoli e tranquille, problemi e situazioni "curiose", la cui soluzione non è così immediata, li aiuta a non rifiutare tutto ciò che è diverso come sbagliato o "matto".
  • Insegnare ai bambini a non giudicare dalla prima impressione: è importante imparare a cambiare opinione. A questo scopo sono particolarmente utili i giochi di illusione visiva.
  • Far sperimentare ai bambini la difficoltà di non padroneggiare la lingua del gruppo in cui ci si trova: per aiutarli a comprendere, seppur superficialmente, le difficoltà di chi arriva da lontano e parla una lingua non nota.

 

 

Pare importante sottolineare che questo tipo di attività prescinde dalla presenza di uno o più bambini stranieri nella classe. Avviare al pensiero critico è la prima fase per fare davvero educazione interculturale. L'intercultura, infatti, non esiste mai da sola tout court. Esistono le persone che incarnano tradizioni culturali diverse che s'incontrano e che si scontrano e che devono sperimentare l'ibridazione reciproca e il sincretismo positivo. Ma come sperimentare il dialogo se non si conosce l'ascolto? Il dialogo implica pause di silenzio e di raccoglimento su di sé, sul proprio sentire. Pensare a che cosa è ovvio, normale per noi e chiedersi perché e se è davvero lo è già un passo.

Il resto, se lo vogliamo, lentamente verrà.