- Categoria: Genitorialità
Educazione alla genitorialità: “istruzioni per l’uso” leggendo tra le righe di alcuni testi letterari
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In un periodo in cui tutto è in crisi (si spera in senso etimologico di giudizio e di scelta), la famiglia non ne è rimasta immune; per questo si parla sempre più spesso di sostegno alla genitorialità e si organizzano convegni e corsi sulla materia.
La genitorialità, intesa distintamente come maternità e paternità, è stata in ogni tempo oggetto di riflessione nella letteratura, soprattutto in termini negativi sin dalla mitologia greca (un esempio per tutti è il personaggio Medea, da cui si è ricavata l’espressione “sindrome di Medea”, usata in criminologia e psicologia criminale). Sarebbe, invece, interessante svolgere una lettura sinottica di opere di matrice culturale diversa per cogliere indicazioni costruttive anche sotto il profilo giuridico.
La genitorialità: scelta consapevole e corresponsabile
Celebre il brano de “Il Profeta” (1923) dello scrittore d'origine libanese Gibran Kahlil Gibran: “I vostri figli non sono i vostri figli. Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha in sé. Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro, e benché stiano con voi non vi appartengono.” Altrettanto esemplificativa l’immagine tratteggiata da don Antonio Mazzi prima: “I figli non sono piantine da tenere nei vasi in casa, ma alberi da piantare davanti casa.”
Essere genitori non deve significare avere dei figli come una proprietà (da cui parte anche la concezione sbagliata di diritto ad avere un figlio ad ogni costo in caso d'infertilità) tanto che si dovrebbe evitare di adoperare gli aggettivi possessivi (con un senso d'appartenenza; non a caso il nostro legislatore non usa aggettivi quando si riferisce al rapporto genitori-figli). Essere genitori significa dare la vita ai figli ed anche il codice della vita mediante l’educazione e l’istruzione, che sono e restano i compiti fondamentali della famiglia. E’ questo il nucleo della genitorialità (ormai vecchio neologismo) che indica proprio la relazione genitori - figli; è questo il vero significato di genitorialità che non s’identifica (o non solo) con geneticità o generatività ma con generosità (dal latino gens, complesso di più famiglie o popolo).
Il succitato brano di Gibran dovrebbe indurre, come già più volte auspicato, il nostro legislatore ad abbandonare il concetto e la categoria di potestà dei genitori, di memoria romanistica, per seguire l’esempio di altri ordinamenti europei e di quello comunitario in cui si parla di “responsabilità”.
La legge 19 maggio 1975 n.151 di riforma del diritto di famiglia ha convertito la patria potestà in potestà dei genitori, ma non ha abbandonato del tutto una prospettiva patriarcale. Per esempio si veda l’art. 316 comma 4 in cui ci si riferisce solo al padre; oppure negli artt. 348 e 350 compariva ancora la locuzione patria potestà, sostituita poi nel 1981 con potestà dei genitori. Si noti che nel codice civile ci si riferisce ai “diritti del minore” in senso ampio solo nel campo patrimoniale (art. 323). E comunque si parla ancora di patria potestà nel linguaggio comune e addirittura in alcune sentenze.
La novella legislativa del ’75 ha introdotto timidamente il concetto di responsabilità solo nell’art. 279 del codice civile a proposito dei figli naturali non riconoscibili. Altre espressioni più confacenti sono state usate in leggi speciali e purtroppo il nostro legislatore non ha saputo cogliere l’occasione per rivedere il contenuto della genitorialità nemmeno nella legge 8 febbraio 2006 n.54. Quest’ultima legge, pur novellando interamente l’art. 155 del codice civile, ne ha lasciato intatta l’infelice rubrica “Provvedimenti riguardo i figli” (anziché intitolarlo “Diritti dei figli”, come situazione giuridica attiva corrispondente ai doveri verso i genitori, di cui all’art. 315) e non ha accolto la proposta di prevedere un risarcimento danni per i figli in caso di gravi inadempienze da parte dei genitori o di atti che comunque arrechino pregiudizio ai minori durante l’affidamento (com'era previsto nella cosiddetta proposta Tarditi n.66 del 2001 della XIV legislatura). Apprezzabile, però, nel nuovo testo dell’art. 155 è l’espressione “potestà genitoriale” ontologicamente diversa dalla consueta “potestà dei genitori”, nel senso che la potestà non è una sfera che appartiene ai genitori in qualità di singoli ma afferisce alla genitorialità in quanto relazione con altri soggetti (quella genitorialità espressamente prevista in altre proposte prima dell’emanazione della suddetta legge n.54).
Tutto ciò dovrebbe mettere in guardia i genitori che attraversano una crisi di coppia a non tenere quegli atteggiamenti negativi che causano nei figli la P.A.S. (Parental Alienation Syndrome, sindrome di alienazione genitoriale) [2] o altri disturbi, quali quelli del comportamento alimentare, in continuo aumento anche in età infantile. I genitori non devono dimenticare che sono i primi responsabili della salute e educatori alla salute (a cominciare da quella mentale) dei figli, anche in caso di separazione, come ricorda il novellato testo dell’art. 155 comma 3 del codice civile.
Inoltre l’appartenenza dei figli alla Vita, di cui scrive Gibran, suffraga la genitorialità sociale, categoria mutuata, come quella della proximité, dalla dottrina francese (parenté sociale: les ressources de la communauté pour soutenir les parents, la paternalité).
Sulla paternità
Dopo oltre mezzo secolo dal capolavoro di Gibran, nel romanzo dedicato alla madre "Tu che mi ascolti" (2004) di Alberto Bevilacqua [3] è adombrata la paternità, da quella indesiderata a quella evitata (oggi, anche a causa della precarietà lavorativa): "In me si era fatto ossessivo il pensiero che non ero padre, traumi e contagi materni mi avevano impedito di esserlo. Ne era nata una poesia. Fra le mie che considero più belle. L'avevo dedicata al figlio che non avevo avuto... La tenevo in vista sul mio tavolo di lavoro. Andavo a rileggerla per provarne una pietà tutta mia, per farmi del male. Un giorno, il foglio con la poesia scomparve. Quei versi a cui avevo dato il titolo Figlio evitato". Quella paternità tanto contesa, soprattutto se naturale, a cui è dedicato l'art. 30 comma 4 della Costituzione dove si parla di "ricerca della paternità" non solo nel senso civilistico di riconoscimento, ma soprattutto nel senso psicologico e sociale.
Una delle prime leggi che ha valorizzato in tal senso il ruolo del padre accanto a quello della madre è stata la legge 29 luglio 1975 n.405 "Istituzione dei consultori familiari", il cui art. 1 alla lettera a) così recita: "L'assistenza psicologica e sociale per la preparazione alla maternità ed alla paternità responsabile e per i problemi della coppia e della famiglia, anche in ordine alla problematica minorile". Una maternità ed una paternità responsabile (da notare che la legge usa l'aggettivo al singolare, proprio per sottolineare che la responsabilità è comune) non considera solo il "tu", il figlio che avrà o ha dinanzi, ma comporta il riconoscimento del "terzo", cioè di ogni altro membro della società, familiare prima ed extrafamiliare poi, di cui si deve tener e a cui dar conto con la funzione educativa (responsabilità endofamiliare ed esofamiliare). Tra padre e madre non vi deve essere separazione di ruoli, ma definizione dei ruoli, in altre parole padre e madre devono essere portatori delle proprie caratteristiche, anche del sistema familiare d'origine (S.F.O.), per un'educazione completa. Purtroppo si sta assistendo ad una confusione o sovrapposizione di ruoli per cui si parla di matrizzazione dei padri o patrizzazione delle madri, precisando che non è "mammo" chi aiuta nelle faccende domestiche, ma chi si relaziona al figlio in maniera materna e quindi protettiva (o iper). La genitorialità (proprio perché tale) richiede entrambi i ruoli, al fine di garantire un armonioso rapporto dei bambini con chi ha dato loro la vita [4], anche ai fini di un'adeguata educazione sessuale.
A ragione si parla sempre più insistentemente ed opportunamente di bigenitorialità o meglio ancora di cogenitorialità, che non deve essere rivendicata dai padri solo quando è negata in caso di separazione o divorzio (in cui frequentemente si verifica il cosiddetto mobbing genitoriale).
La famiglia come teatro
Nel romanzo "Pura vita" (2001) il milanese Andrea De Carlo racconta un viaggio di vacanza di un padre e della figlia adolescente. Molto significativi sono i dialoghi tra i due protagonisti.
Nel sesto capitolo De Carlo realizza una sorta di excursus storico sulla famiglia e aggiunge delle connotazioni: "Dentro i muri ogni famiglia diventa un teatrino privato".
Quest'assimilazione della famiglia al teatro invita a riflettere che in famiglia ognuno ha un ruolo imprescindibile. Non a caso nell'art. 31 comma 1 della Costituzione si parla di "adempimento dei compiti relativi". Vi è, però, anche un'accezione negativa di "teatrino" poiché, entro le mura domestiche, si vivono talvolta drammi o vere e proprie tragedie tanto che i delitti familiari costituiscono la percentuale più alta dei crimini commessi. Alla parola "teatrino" si può dare anche un'altra valenza, come luogo in cui si fa qualcosa, si prova e si riprova, ma purtroppo questo accade sempre meno nelle nostre famiglie, perché si tende a delegare per ogni cosa: ludoteca, centri per l'infanzia, animatori per le feste di compleanno. Considerando, inoltre, il significato etimologico di teatro, "la cosa cui si guarda", si può affermare che la famiglia è un soggetto cui guardare con attenzione, soprattutto allorquando vi siano figli in età adolescenziale [5].
L'etimologia di teatro ha anche un'altra portata pedagogica, perché richiama all'importanza dello sguardo, in quanto, come diceva il filosofo Emmanuel Levinàs, lo sguardo dell'altro ci provoca evocando la nostra responsabilità nei suoi confronti [6]. Incontrare lo sguardo dei propri figli implica attenzione (dal latino "tendere verso"), quell'attenzione che li può salvare dalle insidie odierne, tra cui quelle di Internet. Il teatro, tra l'altro, è ritenuto scuola di emozioni e di vita tanto che, in alcuni campi, viene usata la teatroterapia; riportando ciò nell'ambito familiare, significa che tra i compiti della famiglia c'è anche quello di fornire le competenze sociali (educazione sentimentale e sociale).
Proseguendo nel romanzo si legge: "Davanti a qualsiasi scuola o bar o in qualsiasi strada. I padri e le madri sciatti e vili, e le bamboccione e i bamboccioni narcisi e ottusi e aggressivi e regressivi che sanno preoccuparsi di se stessi e non hanno la minima curiosità o interesse per nient'altro al mondo." "E sarebbe colpa delle famiglie, secondo te?" "E' un circolo vizioso, è difficile capire dove cominci. Tu cosa dici?" "Dico che esageri. E semmai è colpa della società o della scuola." "La società è una parola generica che non vuol dire quasi niente. La scuola è come un vecchio autobus sfasciato che va per una strada a fondo chiuso guidato da autisti moribondi."
Questo è il risultato di alcuni fenomeni quali la pressapochista ideologia del '68 "vietato vietare" e la deresponsabilizzante "sindrome di Peter Pan" (SPP) di alcuni adulti [7], per cui i genitori non dicono no ai figli e si comportano da sindacalisti dei loro figli nei confronti degli altri, in primis degli insegnanti (evoluzione della famiglia, da precettiva ad affettiva a sentimentale). I più autorevoli esperti di problematiche minorili [8] sostengono a viva voce che i genitori, quando è necessario, devono saper dire no ai figli e recuperare la disciplina, non nel senso d'imposizione di regole ma di condivisione attiva. Quelle regole che venendo a mancare, in un circolo vizioso, hanno portato anche all'esautoramento della scuola.
Ancora nel romanzo il padre e la figlia si chiedono: "E come dovrebbe essere una famiglia per non essere così?" "Non lo so. Forse un bambino dovrebbe potersi scegliere quella che preferisce, da quando comincia a capire qualcosa. Dovrebbe poter girare per il suo villaggio o paese o città e guardare una grande varietà di famiglie costituite in forme diverse e in base a criteri diversi, e scegliere quella a cui vorrebbe appartenere. Quella che gli corrisponde di più, no?"
Allora, visto che non ci sono risposte precostituite, si potrebbe indicare una via nell'applicazione alla genitorialità di quanto recita l'art. 2028 del codice civile per la gestione degli affari altrui: "Chi, senza esservi obbligato, assume scientemente la gestione di un affare altrui, è tenuto a continuarla e a condurla a termine finché l'interessato non sia in grado di provvedervi da se stesso", con la diligenza del buon padre di famiglia. In altre parole la genitorialità deve essere caratterizzata da gratuità (bisogna fare i figli senza aspettative, né per riconciliare la coppia o per dare un fratello sano all'altro figlio disabile), consapevolezza, responsabilità e medietà. Interessante anche l'art. 2029 cod. civ. in cui si parla di capacità del gestore, che evoca il contenuto dell'art. 6 comma 4 legge 184/1983 sull'adozione come novellato dalla legge 149/2001: "I coniugi devono essere affettivamente idonei e capaci di educare, istruire e mantenere i minori che intendano adottare" (questa previsione legislativa non dovrebbe riguardare solo la genitorialità adottiva, ma ogni forma di genitorialità).
La genitorialità: scelta d'amore e d'amare
Tornando indietro nel tempo, nell'autobiografico "Lettere di un padre alla figlia che si droga" (1982) il giornalista Luciano Doddoli nella XV lettera indirizzata alla figlia Francesca scrive: "[...] mio padre non mi dava quello che doveva dare, ma siccome io non potevo dirglielo e nemmeno pensarlo tutta la colpa era mia e io provavo vergogna dinanzi a mio padre. E poi: io non ti ho dato tutto quello che dovevo darti, ma poiché tu non potevi dirmi e neppure pensare che io ero il responsabile, tu ti vergogni di me. Oppure, tu non mi dai quello che mi devi dare ma io non posso dirlo e neppure pensarlo, perché forse voglio altre cose; allora la colpa è mia ed io non so neppure farti una carezza e mi vergogno di te. Infine: io non so darti quello che ti debbo dare (io non posso darti quello che ti debbo dare) e neppure tu. Io assumo le tue colpe e tu le mie. E non ci incontreremo mai."
Educare non è dire ma co-municare (verbo che ha la stessa radice di munire, che può essere usato anche in questo contesto) quello che veramente vale nella vita (come ci vien ripetuto sin dall'antichità, si educa non col parlare ma con l'essere e con il fare). Quei valori insormontabili ed intramontabili della vita ben espressi nella nostra Costituzione: educare alla laboriosità (artt. 1 e 4), alla socialità e alla solidarietà (art. 2), alla dignità (art. 3) e così di seguito. Forse la sfida dell'educazione è stata, da molti genitori e adulti in generale, abbandonata perché sino a poco tempo fa è stata intesa in senso univoco e non come una relazione di crescita comune e comunitaria.
Oggi più che mai si richiede l'engagement pedagogico [9] (letteralmente "coinvolgimento", termine usato in marketing e gestione delle risorse umane), pedagogia dell'impegno sull'esempio di grandi educatori come don Giovanni Bosco e Robert Baden-Powell.
Ebbene i genitori devono educare alla "biofilia", all'amore per la vita (e, prima ancora, al senso della vita). La parola amore nelle lingue neolatine, come le parole mamma e papà in molte lingue, possono essere considerate onomatopeiche, perché evocano il suono che si emette nell'atto del mangiare, il primo bisogno fisico della vita. Così l'amore è il primo bisogno e bene della vita interiore (interiorità considerata anche nella nostra Costituzione in cui, tra l'altro, si parla di "persona umana" nell'art. 2 comma 2 e di "progresso spirituale" nell'art. 4 comma 2).
Biofilia, perciò, nel senso che la vita non è dare cose (che sono "morte"), ma donare (in cui conta la disposizione d'animo che presuppone innanzitutto la fiducia nell'altro, quella fiducia che l'aiuta a crescere; da cui il per-donare): così la famiglia, facendosi fonte di vita e vitalità, torna ad essere veramente la cellula fondamentale della più vasta società umana (è questa la vera pro-creazione di cui ci si dovrebbe occupare e preoccupare).
Facendo un gioco linguistico si può sostenere che la genitorialità è genialità (perché occorre inventare e reinventare continuamente [10]), è un mestiere tra il ministero ed il mistero.
Note:
[1] Durante la presentazione del suo libro Stop ai bulli. La violenza giovanile e le responsabilità dei padri (Mondadori, 2008), a Matera il 17 gennaio 2009.
[2] La PAS, in breve, può essere definita come il comportamento di uno o più figli che nella “spola” del conflitto intergenitoriale diventa ipercritico e denigratore nei confronti di uno dei genitori perché l’altro lo ha influenzato in questo verso.
[3] Uno dei tanti che si è ritrovato a fare da padre a suo padre immaturo, come traspare nel romanzo successivo Lui che ti tradiva (Mondadori, 2006).
[4] Così pure la prof.ssa Maria Rita Parsi, altresì promotrice della Fondazione Movimento Bambino.
[5] Cfr. il IX Rapporto nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza, presentato a Roma il 18 novembre 2008 dal professor Ernesto Caffo, Presidente di Telefono Azzurro.
[6] Si legga Ascoltando lo sguardo di Alessandro Meluzzi su Messaggero di sant’Antonio, febbraio 2008, p. 51.
[7] “[…] i bambini attuali, insieme a quelli non nati per paura dell’avvenire, sono la testimonianza del dramma che stiamo vivendo noi adulti in questi ultimi decenni.” Così Mario Lodi in La scuola e i diritti dei bambini (Einaudi, 1983)
[8] Fra i tanti, lo psichiatra francese Marcel Rufo anche in Le bugie vere. Per imparare a dialogare con i propri figli (Feltrinelli, 2003).
[9] E. Corbi, F. Sirignano, S. Oliviero, L’engagement pedagogico. Riflessioni tra teoria e storia (Liguori, Napoli 2008).
[10] L. Doddoli nel già menzionato Lettere di un padre alla figlia che si droga, alla fine della IX lettera alla figlia scrive: “Ma io non voglio morire ai tuoi occhi. E me ne sto qua tutto solo tentando di reinventare il padre e la figlia che non fummo mai”.
copyright © Educare.it - Anno IX, Numero 9, Agosto 2009
Sulla paternità
Dopo oltre mezzo secolo dal capolavoro di Gibran, nel romanzo dedicato alla madre “Tu che mi ascolti” (2004) di Alberto Bevilacqua [3] è adombrata la paternità, da quella indesiderata a quella evitata (oggi, anche a causa della precarietà lavorativa): “In me si era fatto ossessivo il pensiero che non ero padre, traumi e contagi materni mi avevano impedito di esserlo. Ne era nata una poesia. Fra le mie che considero più belle. L’avevo dedicata al figlio che non avevo avuto… La tenevo in vista sul mio tavolo di lavoro. Andavo a rileggerla per provarne una pietà tutta mia, per farmi del male. Un giorno, il foglio con la poesia scomparve. Quei versi a cui avevo dato il titolo Figlio evitato”. Quella paternità tanto contesa, soprattutto se naturale, a cui è dedicato l’art. 30 comma 4 della Costituzione dove si parla di “ricerca della paternità” non solo nel senso civilistico di riconoscimento, ma soprattutto nel senso psicologico e sociale.
Una delle prime leggi che ha valorizzato in tal senso il ruolo del padre accanto a quello della madre è stata la legge 29 luglio 1975 n.405 “Istituzione dei consultori familiari”, il cui art. 1 alla lettera a) così recita: “L’assistenza psicologica e sociale per la preparazione alla maternità ed alla paternità responsabile e per i problemi della coppia e della famiglia, anche in ordine alla problematica minorile”. Una maternità ed una paternità responsabile (da notare che la legge usa l’aggettivo al singolare, proprio per sottolineare che la responsabilità è comune) non considera solo il “tu”, il figlio che avrà o ha dinanzi, ma comporta il riconoscimento del “terzo”, cioè di ogni altro membro della società, familiare prima ed extrafamiliare poi, di cui si deve tener e a cui dar conto con la funzione educativa (responsabilità endofamiliare ed esofamiliare). Tra padre e madre non vi deve essere separazione di ruoli, ma definizione dei ruoli, in altre parole padre e madre devono essere portatori delle proprie caratteristiche, anche del sistema familiare d’origine (S.F.O.), per un’educazione completa. Purtroppo si sta assistendo ad una confusione o sovrapposizione di ruoli per cui si parla di matrizzazione dei padri o patrizzazione delle madri, precisando che non è “mammo” chi aiuta nelle faccende domestiche, ma chi si relaziona al figlio in maniera materna e quindi protettiva (o iper). La genitorialità (proprio perché tale) richiede entrambi i ruoli, al fine di garantire un armonioso rapporto dei bambini con chi ha dato loro la vita [4], anche ai fini di un’adeguata educazione sessuale.
A ragione si parla sempre più insistentemente ed opportunamente di bigenitorialità o meglio ancora di cogenitorialità, che non deve essere rivendicata dai padri solo quando è negata in caso di separazione o divorzio (in cui frequentemente si verifica il cosiddetto mobbing genitoriale).

