- Categoria: Genitorialità
Educazione alla genitorialità: “istruzioni per l’uso” leggendo tra le righe di alcuni testi letterari - La famiglia come teatro
Article Index
La famiglia come teatro
Nel romanzo "Pura vita" (2001) il milanese Andrea De Carlo racconta un viaggio di vacanza di un padre e della figlia adolescente. Molto significativi sono i dialoghi tra i due protagonisti.
Nel sesto capitolo De Carlo realizza una sorta di excursus storico sulla famiglia e aggiunge delle connotazioni: "Dentro i muri ogni famiglia diventa un teatrino privato".
Quest'assimilazione della famiglia al teatro invita a riflettere che in famiglia ognuno ha un ruolo imprescindibile. Non a caso nell'art. 31 comma 1 della Costituzione si parla di "adempimento dei compiti relativi". Vi è, però, anche un'accezione negativa di "teatrino" poiché, entro le mura domestiche, si vivono talvolta drammi o vere e proprie tragedie tanto che i delitti familiari costituiscono la percentuale più alta dei crimini commessi. Alla parola "teatrino" si può dare anche un'altra valenza, come luogo in cui si fa qualcosa, si prova e si riprova, ma purtroppo questo accade sempre meno nelle nostre famiglie, perché si tende a delegare per ogni cosa: ludoteca, centri per l'infanzia, animatori per le feste di compleanno. Considerando, inoltre, il significato etimologico di teatro, "la cosa cui si guarda", si può affermare che la famiglia è un soggetto cui guardare con attenzione, soprattutto allorquando vi siano figli in età adolescenziale [5].
L'etimologia di teatro ha anche un'altra portata pedagogica, perché richiama all'importanza dello sguardo, in quanto, come diceva il filosofo Emmanuel Levinàs, lo sguardo dell'altro ci provoca evocando la nostra responsabilità nei suoi confronti [6]. Incontrare lo sguardo dei propri figli implica attenzione (dal latino "tendere verso"), quell'attenzione che li può salvare dalle insidie odierne, tra cui quelle di Internet. Il teatro, tra l'altro, è ritenuto scuola di emozioni e di vita tanto che, in alcuni campi, viene usata la teatroterapia; riportando ciò nell'ambito familiare, significa che tra i compiti della famiglia c'è anche quello di fornire le competenze sociali (educazione sentimentale e sociale).
Proseguendo nel romanzo si legge: "Davanti a qualsiasi scuola o bar o in qualsiasi strada. I padri e le madri sciatti e vili, e le bamboccione e i bamboccioni narcisi e ottusi e aggressivi e regressivi che sanno preoccuparsi di se stessi e non hanno la minima curiosità o interesse per nient'altro al mondo." "E sarebbe colpa delle famiglie, secondo te?" "E' un circolo vizioso, è difficile capire dove cominci. Tu cosa dici?" "Dico che esageri. E semmai è colpa della società o della scuola." "La società è una parola generica che non vuol dire quasi niente. La scuola è come un vecchio autobus sfasciato che va per una strada a fondo chiuso guidato da autisti moribondi."
Questo è il risultato di alcuni fenomeni quali la pressapochista ideologia del '68 "vietato vietare" e la deresponsabilizzante "sindrome di Peter Pan" (SPP) di alcuni adulti [7], per cui i genitori non dicono no ai figli e si comportano da sindacalisti dei loro figli nei confronti degli altri, in primis degli insegnanti (evoluzione della famiglia, da precettiva ad affettiva a sentimentale). I più autorevoli esperti di problematiche minorili [8] sostengono a viva voce che i genitori, quando è necessario, devono saper dire no ai figli e recuperare la disciplina, non nel senso d'imposizione di regole ma di condivisione attiva. Quelle regole che venendo a mancare, in un circolo vizioso, hanno portato anche all'esautoramento della scuola.
Ancora nel romanzo il padre e la figlia si chiedono: "E come dovrebbe essere una famiglia per non essere così?" "Non lo so. Forse un bambino dovrebbe potersi scegliere quella che preferisce, da quando comincia a capire qualcosa. Dovrebbe poter girare per il suo villaggio o paese o città e guardare una grande varietà di famiglie costituite in forme diverse e in base a criteri diversi, e scegliere quella a cui vorrebbe appartenere. Quella che gli corrisponde di più, no?"
Allora, visto che non ci sono risposte precostituite, si potrebbe indicare una via nell'applicazione alla genitorialità di quanto recita l'art. 2028 del codice civile per la gestione degli affari altrui: "Chi, senza esservi obbligato, assume scientemente la gestione di un affare altrui, è tenuto a continuarla e a condurla a termine finché l'interessato non sia in grado di provvedervi da se stesso", con la diligenza del buon padre di famiglia. In altre parole la genitorialità deve essere caratterizzata da gratuità (bisogna fare i figli senza aspettative, né per riconciliare la coppia o per dare un fratello sano all'altro figlio disabile), consapevolezza, responsabilità e medietà. Interessante anche l'art. 2029 cod. civ. in cui si parla di capacità del gestore, che evoca il contenuto dell'art. 6 comma 4 legge 184/1983 sull'adozione come novellato dalla legge 149/2001: "I coniugi devono essere affettivamente idonei e capaci di educare, istruire e mantenere i minori che intendano adottare" (questa previsione legislativa non dovrebbe riguardare solo la genitorialità adottiva, ma ogni forma di genitorialità).

