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Educazione alla genitorialità: “istruzioni per l’uso” leggendo tra le righe di alcuni testi letterari - La genitorialità: scelta d'amore e d'amare

La genitorialità: scelta d'amore e d'amare

 Tornando indietro nel tempo, nell'autobiografico "Lettere di un padre alla figlia che si droga" (1982) il giornalista Luciano Doddoli nella XV lettera indirizzata alla figlia Francesca scrive: "[...] mio padre non mi dava quello che doveva dare, ma siccome io non potevo dirglielo e nemmeno pensarlo tutta la colpa era mia e io provavo vergogna dinanzi a mio padre. E poi: io non ti ho dato tutto quello che dovevo darti, ma poiché tu non potevi dirmi e neppure pensare che io ero il responsabile, tu ti vergogni di me. Oppure, tu non mi dai quello che mi devi dare ma io non posso dirlo e neppure pensarlo, perché forse voglio altre cose; allora la colpa è mia ed io non so neppure farti una carezza e mi vergogno di te. Infine: io non so darti quello che ti debbo dare (io non posso darti quello che ti debbo dare) e neppure tu. Io assumo le tue colpe e tu le mie. E non ci incontreremo mai."

Educare non è dire ma co-municare (verbo che ha la stessa radice di munire, che può essere usato anche in questo contesto) quello che veramente vale nella vita (come ci vien ripetuto sin dall'antichità, si educa non col parlare ma con l'essere e con il fare). Quei valori insormontabili ed intramontabili della vita ben espressi nella nostra Costituzione: educare alla laboriosità (artt. 1 e 4), alla socialità e alla solidarietà (art. 2), alla dignità (art. 3) e così di seguito. Forse la sfida dell'educazione è stata, da molti genitori e adulti in generale, abbandonata perché sino a poco tempo fa è stata intesa in senso univoco e non come una relazione di crescita comune e comunitaria.

Oggi più che mai si richiede l'engagement pedagogico [9] (letteralmente "coinvolgimento", termine usato in marketing e gestione delle risorse umane), pedagogia dell'impegno sull'esempio di grandi educatori come don Giovanni Bosco e Robert Baden-Powell.
Ebbene i genitori devono educare alla "biofilia", all'amore per la vita (e, prima ancora, al senso della vita). La parola amore nelle lingue neolatine, come le parole mamma e papà in molte lingue, possono essere considerate onomatopeiche, perché evocano il suono che si emette nell'atto del mangiare, il primo bisogno fisico della vita. Così l'amore è il primo bisogno e bene della vita interiore (interiorità considerata anche nella nostra Costituzione in cui, tra l'altro, si parla di "persona umana" nell'art. 2 comma 2 e di "progresso spirituale" nell'art. 4 comma 2).
Biofilia, perciò, nel senso che la vita non è dare cose (che sono "morte"), ma donare (in cui conta la disposizione d'animo che presuppone innanzitutto la fiducia nell'altro, quella fiducia che l'aiuta a crescere; da cui il per-donare): così la famiglia, facendosi fonte di vita e vitalità, torna ad essere veramente la cellula fondamentale della più vasta società umana (è questa la vera pro-creazione di cui ci si dovrebbe occupare e preoccupare).
Facendo un gioco linguistico si può sostenere che la genitorialità è genialità (perché occorre inventare e reinventare continuamente [10]), è un mestiere tra il ministero ed il mistero.

 


Note:

[1] Durante la presentazione del suo libro Stop ai bulli. La violenza giovanile e le responsabilità dei padri (Mondadori, 2008), a Matera il 17 gennaio 2009. 

[2] La PAS, in breve, può essere definita come il comportamento di uno o più figli che nella “spola” del conflitto intergenitoriale diventa ipercritico e denigratore nei confronti di uno dei genitori perché l’altro lo ha influenzato in questo verso.

[3] Uno dei tanti che si è ritrovato a fare da padre a suo padre immaturo, come traspare nel romanzo successivo Lui che ti tradiva (Mondadori, 2006).

[4] Così pure la prof.ssa Maria Rita Parsi, altresì promotrice della Fondazione Movimento Bambino.

[5] Cfr. il IX Rapporto nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza, presentato a Roma il 18 novembre 2008 dal professor Ernesto Caffo, Presidente di Telefono Azzurro.

[6] Si legga Ascoltando lo sguardo di Alessandro Meluzzi su Messaggero di sant’Antonio, febbraio 2008, p. 51.

[7] “[…] i bambini attuali, insieme a quelli non nati per paura dell’avvenire, sono la testimonianza del dramma che stiamo vivendo noi adulti in questi ultimi decenni.” Così Mario Lodi in La scuola e i diritti dei bambini (Einaudi, 1983)

[8]  Fra i tanti, lo psichiatra francese Marcel Rufo anche in Le bugie vere. Per imparare a dialogare con i propri figli (Feltrinelli, 2003).

[9] E. Corbi, F. Sirignano, S. Oliviero, L’engagement pedagogico. Riflessioni tra teoria e storia (Liguori, Napoli 2008).

[10]  L. Doddoli nel già menzionato Lettere di un padre alla figlia che si droga, alla fine della IX lettera alla figlia scrive: “Ma io non voglio morire ai tuoi occhi. E me ne sto qua tutto solo tentando di reinventare il padre e la figlia che non fummo mai”.


copyright © Educare.it - Anno IX, Numero 9, Agosto 2009

Sulla paternità
Dopo oltre mezzo secolo dal capolavoro di Gibran, nel romanzo dedicato alla madre “Tu che mi ascolti” (2004) di Alberto Bevilacqua
[3]  è adombrata la paternità, da quella indesiderata a quella evitata (oggi, anche a causa della precarietà lavorativa): “In me si era fatto ossessivo il pensiero che non ero padre, traumi e contagi materni mi avevano impedito di esserlo. Ne era nata una poesia. Fra le mie che considero più belle. L’avevo dedicata al figlio che non avevo avuto… La tenevo in vista sul mio tavolo di lavoro. Andavo a rileggerla per provarne una pietà tutta mia, per farmi del male. Un giorno, il foglio con la poesia scomparve. Quei versi a cui avevo dato il titolo Figlio evitato”. Quella paternità tanto contesa, soprattutto se naturale, a cui è dedicato l’art. 30 comma 4 della Costituzione dove si parla di “ricerca della paternità” non solo nel senso civilistico di riconoscimento, ma soprattutto nel senso psicologico e sociale.
Una delle prime leggi che ha valorizzato in tal senso il ruolo del padre accanto a quello della madre è stata la legge 29 luglio 1975 n.405 “Istituzione dei consultori familiari”, il cui art. 1 alla lettera a) così recita: “L’assistenza psicologica e sociale per la preparazione alla maternità ed alla paternità responsabile e per i problemi della coppia e della famiglia, anche in ordine alla problematica minorile”. Una maternità ed una paternità responsabile (da notare che la legge usa l’aggettivo al singolare, proprio per sottolineare che la responsabilità è comune) non considera solo il “tu”, il figlio che avrà o ha dinanzi, ma comporta il riconoscimento del “terzo”, cioè di ogni altro membro della società, familiare prima ed extrafamiliare poi, di cui si deve tener e a cui dar conto con la funzione educativa (responsabilità endofamiliare ed esofamiliare). Tra padre e madre non vi deve essere separazione di ruoli, ma definizione dei ruoli, in altre parole padre e madre devono essere portatori delle proprie caratteristiche, anche del sistema familiare d’origine (S.F.O.), per un’educazione completa. Purtroppo si sta assistendo ad una confusione o sovrapposizione di ruoli per cui si parla di matrizzazione dei padri o patrizzazione delle madri, precisando che non è “mammo” chi aiuta nelle faccende domestiche, ma chi si relaziona al figlio in maniera materna e quindi protettiva (o iper). La genitorialità (proprio perché tale) richiede entrambi i ruoli, al fine di garantire un armonioso rapporto dei bambini con chi ha dato loro la vita
[4], anche ai fini di un’adeguata educazione sessuale.
A ragione si parla sempre più insistentemente ed opportunamente di bigenitorialità o meglio ancora di cogenitorialità, che non deve essere rivendicata dai padri solo quando è negata in caso di separazione o divorzio (in cui frequentemente si verifica il cosiddetto mobbing genitoriale).