Stop the genocide poster

  • Categoria: Monografie

Pensare, agire, sentire ovvero Giocare: la differenza tra gioco e sport nelle attività motorie

 

  • In questo scritto si propongono alcune riflessioni sui concetti di gioco, gioco-sport e sport come possibili percorsi di sviluppo della personalità del bambino. 

In particolare, l'analisi si soffermerà sulle profonde differenze concettuali che esistono tra gioco e sport.

La prospettiva teorica di riferimento è ben riassunta da Bruno Bettelheim. Nel suo libro, "Un genitore quasi perfetto", egli scrisse che "la capacità di godere della competizione si costituisce sull’esperienza di gioco della prima infanzia". 
Ecco dunque enunciata la prima grande distinzione ed il punto di partenza di questo scritto: qual è il gioco che il bambino sperimenta nella prima infanzia? Come si evolve poi nello sport teorizzato in Francia da Le Boulch e sviluppatosi poi in Italia all’interno delle Federazioni sportive e del CONI?Il gioco contribuisce certamente allo sviluppo affettivo ed emotivo del bambino in quanto "è la strada maestra per arrivare al mondo interiore del bambino" (Bettelheim, 1987). Pensiamo in questo senso alla descrizione di Freud della bambina che giocava col rocchetto sotto le coperte dicendo "è andata via" (pensando alla madre) poi lo ritraeva e iniziava a baciarlo.. Si tratta degli oggetti transazionali di cui, poi, hanno parlato Winnicott in chiave analitica e Bowlby in chiave etologica. Sono oggetti che rappresentano un completamento illusorio dell'io, un mezzo di rassicurazione, disponibile e controllabile ancor più della presenza materna. Il bambino si libera così dalle sue ansie e dalle sue paure e consegue un migliore adattamento alla realtà dove reale e fantastico si confondono.

Il gioco non è solo appagamento dell'io ma anche "piacere della funzione" come dice Bulher. Sentire il proprio corpo che è attivo, ascoltarlo, agire sul proprio corpo, sono gli elementi portanti dell'evoluzione del bambino attivati dal gioco corporeo, dal dialogo tonico. In tal senso si sviluppano le prime emozioni, la curiosità lo guida alla scoperta attraverso il gioco e lo stesso gioco gli permette di interpretare le emozioni che ne derivano.

Tali forme di gioco che iniziano fin dai primi mesi si sviluppano poi nel gioco del nascondino, della mosca cieca... Come educatori, potremmo proporre all'età di 5-6 anni (età che ci interessa maggiormente in questa sede per la delicatezza del passaggio da gioco a sport) giochi basati sulla temporanea soppressione dei canali sensopercettivi quali la vista o l'udito e, in un gioco personale, lasciar scoprire a ciascun bambino il piacere di queste funzioni.


Gioco e sviluppo cognitivo

Il gioco contribuisce fortemente anche allo sviluppo cognitivo. A dar vita a questo filone di ricerche sono stati sicuramente Gross da una parte con il suo studio sui giochi motori e Piaget col suo approccio clinico-genetico.
Quest'ultimo ha studiato soprattutto le funzioni simbolica ed imitativa del gioco che influiscono sugli apprendimenti.

In particolare egli suddivide i giochi in quattro gruppi :

  • ripetitivi, sviluppano gli schemi sensomotori e il padroneggiamento dell'oggetto e dello schema corporeo;
  • gioco imitativo (riproduzione di comportamenti ed attività tipiche di altri o dell'ambiente che lo circonda);
  • gioco simbolico (trasposizione di comportamenti, far finta di... );
  • gioco normativo centrato sulle regole (la partita);

Su questi temi ci sarebbe da dilungarsi molto ma lo spazio a disposizione non ce lo permette e, per questa ragione, passiamo oltre.

Lo sviluppo sociale è altrettanto fortemente influenzato dal gioco ed il suo sviluppo possiamo trovarlo espresso in Merleau-Ponty, in Wallon ed in Cousinet. A questo proposito è interessante il concetto di gioco cooperativo di Orlick che precede e segue il gioco competitivo, giustificandolo anche in chiave di sport di squadra.
In particolare Vigotsky parlando di mediazione sociale nello sviluppo delle capacità infantili implicitamente ammette il valore del gioco come potenziale educativo.

Analizzando proprio i lavori di Piaget ma anche quelli di Huizinga e Moltman notiamo che il comportamento ludico ha una base biologica forte, che, essendo radicato sugli aspetti ontogenetici dello sviluppo e su quelli filogenetici, è di tipo etologico.

Potrebbe per questo diventare pericoloso tentare di utilizzare il gioco a fini apertamente didattici; Schiller infatti ha verificato con gli scimpanzé che il tentativo di dirigere il gioco, tramite il rinforzo del comportamento ludico finì con l'inibire il comportamento stesso.
Questo in altre parole significa che il gioco libero deve essere diretto e guidato solo dopo che sono state acquisite le tappe di sviluppo necessarie a introdurre giochi strutturati e questo assolutamente non prima dei 3 anni e in misura equilibrata fino agli 8 anni (Le Boulch, 1991).


Le dimensioni del gioco

In una prospettiva evolutiva quindi il gioco è considerato un fenomeno fondamentale dell'educazione e dell'evoluzione psicofisica della persona un potente strumento di maturazione e di adattamento un'espressione del passaggio dall'isolamento dell'inconscio alla relazione sociale dell'io.

Potremmo riassumere le varie dimensioni del gioco come segue:

  • esplorativa (il bambino amplia le sue conoscenze e viene spinto dalla curiosità come motivazione primaria al gioco);
  • catartica (il bambino si sottrae momentaneamente alla situazione in cui è posto dalla realtà);
  • simulativa (esperienza in situazioni non sotto il diretto controllo dell'adulto e sviluppo delle capacità sociali);
  • normativa (il bambino prende parte alla costruzione attiva delle regole ed è attore del processo normativo).

Come abbiamo visto queste esperienze di gioco della prima infanzia possono essere lette attraverso varie lenti e filtrate sulla base di diversi paradigmi. Ho accennato brevemente a quello dinamico e a quello genetico che sono stati tracciati soprattutto da Freud e da Piaget, ma anche a quello etologico il cui iniziatore è Lorenz.

Non dobbiamo però dimenticare le evoluzioni attuali in chiave principalmente psicosociale tracciate da Bandura che ha aperto di fatto la strada ad una psicologia dello sport innovativa sulla base del concetto di self-efficacy che già a partire dai 5-6 anni influenza le attribuzioni che il bambino da al significato di vittoria e sconfitta.

Durante il gioco si acquisiscono la perseveranza, l'attenzione, la costanza proprio provando e riprovando, è attraverso il gioco che il bambino inizia a comprendere come funzionano le cose. Se gli adulti non attribuiscono significato al piacere del gioco limitano di fatto le possibilità di sviluppo del bambino stesso.



Quando un bambino arriva a sei anni nell'organizzazione sportiva, come del resto a scuola, l'educatore, l'istruttore, il maestro devono valutare se sono state poste le basi del gioco, così come le abbiamo velocemente tracciate, prima di procedere in senso competitivo. Il gioco e la competizione sono entrambi necessari per crescere ma la seconda senza la prima creerebbe un castello di sabbia che si dissolve alla prima mareggiata.

Talvolta è necessario recuperare alcune basi, soprattutto del gioco libero. Afferma giustamente Le Boulch che non si può passare ai cosiddetti giochi di regole, di cui il calcio è una delle massime espressioni, prima degli 8-9 anni.

"Il gioco insegna a muoversi, a immaginare, a pensare" dice il pedagogista Laeng; in quanto apprendimento il gioco impegna i tre piani che Piaget e Bruner descrivono come successivi:

  • della prassi
  • dell'immagine
  • del simbolo

Il bambino perciò gioca per costruire, per sentire, agisce per fare suo il mondo che lo circonda, in altre parole attraverso il gioco pensa ed elabora i suoi concetti.


Attività motoria e sportiva

Soffermandoci sul gioco motorio, che, in questa sede, ci interessa di più, benché non sia l’unica specie di gioco, vediamo che esso impegna completamente i movimenti, la prontezza senso percettiva, le coordinazioni, l’apprezzamento dello spazio e del tempo, della massa e dell’energia. Esso è fine a se stesso e, come lo definisce la Ripamonti, è autotelico.

Proprio qui troviamo la maggiore differenza con lo sport che, proprio in quanto tale, invece, ha un fine esplicito che, a volte si trasforma in vittoria, a volte in record, ma che può ritrovare il piacere del gioco se si situa sul piano della performance.

 

Il concetto di performance è stato sviluppato proprio dagli psicologi dello sport americani che si rifanno alle teorie psicosociali: in particolare Martens e Singer. In Italia ha trovato un notevole sviluppo nei concetti di apprendimento motorio da parte di due teorici del movimento a noi vicini Bortoli e Robazza. Ragionare in termini di performance significa porre l’attenzione su di sé attraverso la ripetizione, l’imitazione e la trasposizione simbolica dei movimenti fino a costruire le regole delle discipline sportive per dominarle ed interiorizzarle. Significa saper utilizzare i feedback dell’ambiente anziché crogiolarsi sui risultati.

Il discorso del gioco competitivo si riallaccia da una parte alla concezione costruttiva della persona e dall’altra nuovamente agli aspetti psicosociali a cui abbiamo fatto cenno prima, in quanto l’attribuzione delle cause di successo ed insuccesso trovano qui le loro prime basi. Allo stesso modo se male interpretati possono portare a situazioni di Nikefobia o di demotivazione (Luciani et al., 1998).

Più il bambino diventa grande, più il rafforzamento dell’autostima dipende dalla riuscita in situazioni di competizione, dove la competizione socializzata diventa il prevalere sull’altro ma preceduto dal miglioramento della propria performance. In questo caso il miglioramento del numero dei palleggi a calcio agisce su questo piano. Non c’è da stupirsi che anche negli sport dove l’obiettivo dell’adulto è prevalere sull’altro (come avviene nel calcio), per il bambino c’è il prevalere su di sé per sviluppare il proprio io. Significa leggere la partita di calcio non con gli occhi dell’adulto bensì con quelli del bambino. Del resto, "competizione" deriva dal latino competere così come il termine competenza (cioè lo sviluppo delle abilità fino a saperle utilizzare anche in ambienti nuovi) che significa tra le altre cose "cercare di ottenere insieme con qualcuno".

 

Con una letture di questo tipo vediamo che cooperazione e competizione non sono più degli opposti. Il calcio se vissuto ed agito secondo gli schemi del bambino è un gioco altamente educativo: purtroppo troppi lo sentono come proprio e ai bambini resta un gioco mediato dall’adulto.

Abbiamo detto che lo sport nasce come un gioco caratterizzato dalla presenza di finalità agonistiche. In tal senso, allora, il gioco diventa una motivazione primaria allo sport. Vale la pena a questo punto citare l’italiano che ha fondato nel mondo la psicologia dello sport il prof. Antonelli. Parlando di gioco e sport egli fa un simpatico paragone col sesso e la sessualità. Ogni esser umano nasce con un determinato sesso: maschile o femminile. La sessualità viene dopo il sesso e si sviluppa in varie fasi. Da comportamenti che distinguono il bambino dalla bambina, c’è poi la differenziazione fisiologica, in seguito c’è l’oggetto d’amore nella fase di innamoramento, infine c’è il partner.


Sull'agonismo

Tra gioco e sport c’è una cosa simile: all’inizio c’è il gioco, poi viene lo sport (gioco + agonismo) sia di tipo cooperativo che competitivo. "Io faccio meglio di te"; "Insieme possiamo fare di più"; "Insieme possiamo batterli". Poi c’è la prova di tutti gli sport l’innamoramento per il calcio per lo sci ecc., quindi la scelta sportiva fino alla fase della specializzazione di alto livello.  Proprio per questo motivo lo sport vero, competitivo, impegnato, "agonistico" non è da tutti, proprio perché non è più gioco, ed allora ci deve essere una scelta ben precisa, una scelta di campo, che deve essere esplicitata da un punto di vista educativo. Bisogna sapere quali sono gli scopi, esplicitarli, in modo da poter fare un contratto formativo chiaro tra agenzia educativa e cliente.

La lingua inglese ci corre in soccorso proprio per chiarire meglio la differenza tra gioco e sport: in modo improprio sentiamo talvolta dire "I play football" e questo continua a creare una profonda confusione. Il contratto educativo si lega su un falsità in quanto in inglese c’è una profonda differenza tra TO PLAY e GAME. Oggi i giochi olimpici sono game e non play; il game è il gioco strutturato, play è il giocherellare fine a se stesso. Il game è la partita, di solito competitiva, caratterizzata da regole consensualmente accettate e spesso imposte dall’esterno.

A questo proposito è significativa la risposta di un bambino di 8 anni che, qualche anno fa alla mia proposta di intraprendere una attività di Pentathlon Moderno, disciplina sportiva per lui sconosciuta, mi ha risposto con una domanda: "E’ un gioco per giocare o un gioco per vincere?" interpretando così a modo suo la differenza tra gioco e sport in modo abbastanza evidente.

A questo proposito Caillois suddivideva le tipologie del gioco sportivo-motorio in quattro categorie:

  1. Agone: categoria in cui rientra anche il gioco del calcio insieme alla lotta ed altri giochi basati sulla sfida;
  2. Alea: giochi basati in parte sulle leggi del caso (pesca caccia vela);
  3. Mimesi: cambiamento di ruolo e imitazione (palio storico, giochi carnevaleschi);
  4. Ilix: giochi di vertigine ed equilibrio (pattinaggio, arrampicata sportiva).

Sono molte comunque le classificazioni dei giochi basate sulle più disparate categorie a partire da Gross Fino a Lowenfeld. In questa sede vorrei ricordare la classificazione proposta da Sotgiu e Pellegrini, perché ci può essere utile per capire cosa si intende per gioco-sport nell’ambito del CONI.

Rispetto alle funzioni cognitive:

  • giochi percettivo motori;
  • giochi di scoperta e di esplorazione;
  • giochi di risoluzione dei problemi;
  • giochi di comprensione di regole;
  • giochi di strategia, di territorio…; ecc.

Rispetto alle funzioni motorie:

  • giochi di attivazione degli schemi motori e posturali;
  • giochi di combinazione di schemi;
  • giochi di coordinazione grezza;
  • giochi di coordinazione fine;
  • giochi di coordinazione dinamica;
  • giochi di dominio del corpo
  • giochi di dominio degli oggetti; ecc.

Rispetto alle funzioni emotivo affettive:

  • Giochi di coraggio;
  • giochi di decisione;
  • giochi di eliminazione;
  • giochi di finte;
  • giochi di opposizione; ecc.

Rispetto alle funzioni sociali:

  • giochi individuali e collettivi;
  • giochi senza ruoli;
  • giochi con ruoli;
  • giochi di gruppo,
  • giochi di squadra;
  • giochi di collaborazione;
  • giochi di cooperazione;
  • giochi con arbitraggio; ecc.

Da un punto di vista pedagogico ci si può rifare, invece, alla suddivisione presente in Educazione motoria di base edito dalla IEI:

  • Giochi in libertà
  • Giochi simbolici
  • Giochi imitativi
  • Giochi con regole
  • Giochi di avviamento allo sport

Come emerge dall’ultima classificazione, gli stessi teorici del CONI affermano che l’avviamento ai giochi sportivi deve contenere, considerare e valorizzare, in un continuum coerente, il gioco libero, quello simbolico, quello imitativo, quello con regole e quello di movimento (Sotgiu 89).

La zona di sviluppo potenziale, sulla quale dobbiamo operare soprattutto fra gli 8 e gli 11 anni, è lo scarto fra gli apprendimenti spontanei e gli apprendimenti guidati.

Considerando il tipo di attività ludica ed il tipo di apprendimento principalmente attivato possiamo ragionare secondo la seguente tabella di correlazione:

Forma di attività ludica

Tipo di apprendimento

Giochi liberi

Prove ed errori

Giochi simbolici

Intuizione

Giochi di imitazione

Imitazione

Giochi di regole

Comprensione

Giochi di movimento

Condizionamento

 

In questa suddivisione concettuale tra sport e gioco, che cosa è allora il gioco-sport se non una modalità di gioco competitivo, in cui il fine non è il risultato bensì la performance e la sperimentazione del mio io verso l'ambiente?

Attenzione quindi a non snaturare questa attività delle sue peculiarità evolutive, in particolare nella delicata fase di mini-sport che va dai 5 agli 8 anni.

Sarebbe meglio parlare più semplicemente di gioco libero fino agli 8 anni, di gioco di regole fino agli 11-12 anni, e di sport inteso in senso lato dopo i 12; in questo modo eviteremmo confusioni educative pericolose tra gioco e sport.

 


Bibliografi

  • Antonelli F. (1987) Letture di psicologia sportiva, Pozzi, Roma
  • Berne E. (1967) A che gioco giochiamo, Bompiani, Milano
  • Bettelheim B. (1987) Un genitore quasi perfetto, Feltrinelli, Milano
  • Bruner, Jolly, Sylva (1981) Il gioco , Armando, Roma
  • Corletto G. (1992) L’uomo e lo sport, Pagus, Treviso
  • Feresin, Zanuttini Variabili psicologiche del successo nello sport agonistico, Movimento, 3/98
  • Giugni G. (1973) Presupposti teorici dell’educazione Fisica, SEI, Torino
  • Giugni G. Il corpo ed il movimento nel processo educativo della persona , SEI, Torino
  • Kaiser (1997) Antropologia pedagogica della ludicità, Armando, Roma
  • Laeng M. (1990) Movimento gioco fantasia ,Giunti Lisciani, Teramo
  • Le Boulch J. (1979) Educare con il Movimento,Armando, Roma
  • Le Boulch J. (1975) Verso una scienza del movimento umano Armando Roma
  • Le Boulch J. (1991) Sport educativo, Armando, Roma
  • Lowenfwld P. Il gioco nell’infanzia, La nuova italia, Firenze
  • Lucani, Capoporicci Atteggiamenti psicologici dei bambini in situazioni agonistiche, Movimento n 12 /96
  • Muzio M. (1988) Psicopedagogia dello sport , Edi ermes, Milano
  • Ripamonti (1998) In gioco….., Mursia, Milano
  • Sotgiu, Pellegrini (1989) Attività motorie e processo educativo, SSS, Roma
  • Terreni, Occhini (1997) Psicologia dello sport, Guerini scientifica, Milano
  • Winnicott (1974) Gioco e realtà, Armando, Roma

 


copyright © Educare.it - Anno II, Numero 3, Febbraio 2002