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Pensare, agire, sentire ovvero Giocare: la differenza tra gioco e sport nelle attività motorie - Le dimensioni del gioco

Le dimensioni del gioco

In una prospettiva evolutiva quindi il gioco è considerato un fenomeno fondamentale dell'educazione e dell'evoluzione psicofisica della persona un potente strumento di maturazione e di adattamento un'espressione del passaggio dall'isolamento dell'inconscio alla relazione sociale dell'io.

Potremmo riassumere le varie dimensioni del gioco come segue:

  • esplorativa (il bambino amplia le sue conoscenze e viene spinto dalla curiosità come motivazione primaria al gioco);
  • catartica (il bambino si sottrae momentaneamente alla situazione in cui è posto dalla realtà);
  • simulativa (esperienza in situazioni non sotto il diretto controllo dell'adulto e sviluppo delle capacità sociali);
  • normativa (il bambino prende parte alla costruzione attiva delle regole ed è attore del processo normativo).

Come abbiamo visto queste esperienze di gioco della prima infanzia possono essere lette attraverso varie lenti e filtrate sulla base di diversi paradigmi. Ho accennato brevemente a quello dinamico e a quello genetico che sono stati tracciati soprattutto da Freud e da Piaget, ma anche a quello etologico il cui iniziatore è Lorenz.

Non dobbiamo però dimenticare le evoluzioni attuali in chiave principalmente psicosociale tracciate da Bandura che ha aperto di fatto la strada ad una psicologia dello sport innovativa sulla base del concetto di self-efficacy che già a partire dai 5-6 anni influenza le attribuzioni che il bambino da al significato di vittoria e sconfitta.

Durante il gioco si acquisiscono la perseveranza, l'attenzione, la costanza proprio provando e riprovando, è attraverso il gioco che il bambino inizia a comprendere come funzionano le cose. Se gli adulti non attribuiscono significato al piacere del gioco limitano di fatto le possibilità di sviluppo del bambino stesso.



Quando un bambino arriva a sei anni nell'organizzazione sportiva, come del resto a scuola, l'educatore, l'istruttore, il maestro devono valutare se sono state poste le basi del gioco, così come le abbiamo velocemente tracciate, prima di procedere in senso competitivo. Il gioco e la competizione sono entrambi necessari per crescere ma la seconda senza la prima creerebbe un castello di sabbia che si dissolve alla prima mareggiata.

Talvolta è necessario recuperare alcune basi, soprattutto del gioco libero. Afferma giustamente Le Boulch che non si può passare ai cosiddetti giochi di regole, di cui il calcio è una delle massime espressioni, prima degli 8-9 anni.

"Il gioco insegna a muoversi, a immaginare, a pensare" dice il pedagogista Laeng; in quanto apprendimento il gioco impegna i tre piani che Piaget e Bruner descrivono come successivi:

  • della prassi
  • dell'immagine
  • del simbolo

Il bambino perciò gioca per costruire, per sentire, agisce per fare suo il mondo che lo circonda, in altre parole attraverso il gioco pensa ed elabora i suoi concetti.