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Pensare, agire, sentire ovvero Giocare: la differenza tra gioco e sport nelle attività motorie - Attività motoria e sportiva
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Attività motoria e sportiva
Soffermandoci sul gioco motorio, che, in questa sede, ci interessa di più, benché non sia l’unica specie di gioco, vediamo che esso impegna completamente i movimenti, la prontezza senso percettiva, le coordinazioni, l’apprezzamento dello spazio e del tempo, della massa e dell’energia. Esso è fine a se stesso e, come lo definisce la Ripamonti, è autotelico.
Proprio qui troviamo la maggiore differenza con lo sport che, proprio in quanto tale, invece, ha un fine esplicito che, a volte si trasforma in vittoria, a volte in record, ma che può ritrovare il piacere del gioco se si situa sul piano della performance.
Il concetto di performance è stato sviluppato proprio dagli psicologi dello sport americani che si rifanno alle teorie psicosociali: in particolare Martens e Singer. In Italia ha trovato un notevole sviluppo nei concetti di apprendimento motorio da parte di due teorici del movimento a noi vicini Bortoli e Robazza. Ragionare in termini di performance significa porre l’attenzione su di sé attraverso la ripetizione, l’imitazione e la trasposizione simbolica dei movimenti fino a costruire le regole delle discipline sportive per dominarle ed interiorizzarle. Significa saper utilizzare i feedback dell’ambiente anziché crogiolarsi sui risultati.
Il discorso del gioco competitivo si riallaccia da una parte alla concezione costruttiva della persona e dall’altra nuovamente agli aspetti psicosociali a cui abbiamo fatto cenno prima, in quanto l’attribuzione delle cause di successo ed insuccesso trovano qui le loro prime basi. Allo stesso modo se male interpretati possono portare a situazioni di Nikefobia o di demotivazione (Luciani et al., 1998).
Più il bambino diventa grande, più il rafforzamento dell’autostima dipende dalla riuscita in situazioni di competizione, dove la competizione socializzata diventa il prevalere sull’altro ma preceduto dal miglioramento della propria performance. In questo caso il miglioramento del numero dei palleggi a calcio agisce su questo piano. Non c’è da stupirsi che anche negli sport dove l’obiettivo dell’adulto è prevalere sull’altro (come avviene nel calcio), per il bambino c’è il prevalere su di sé per sviluppare il proprio io. Significa leggere la partita di calcio non con gli occhi dell’adulto bensì con quelli del bambino. Del resto, "competizione" deriva dal latino competere così come il termine competenza (cioè lo sviluppo delle abilità fino a saperle utilizzare anche in ambienti nuovi) che significa tra le altre cose "cercare di ottenere insieme con qualcuno".
Con una letture di questo tipo vediamo che cooperazione e competizione non sono più degli opposti. Il calcio se vissuto ed agito secondo gli schemi del bambino è un gioco altamente educativo: purtroppo troppi lo sentono come proprio e ai bambini resta un gioco mediato dall’adulto.
Abbiamo detto che lo sport nasce come un gioco caratterizzato dalla presenza di finalità agonistiche. In tal senso, allora, il gioco diventa una motivazione primaria allo sport. Vale la pena a questo punto citare l’italiano che ha fondato nel mondo la psicologia dello sport il prof. Antonelli. Parlando di gioco e sport egli fa un simpatico paragone col sesso e la sessualità. Ogni esser umano nasce con un determinato sesso: maschile o femminile. La sessualità viene dopo il sesso e si sviluppa in varie fasi. Da comportamenti che distinguono il bambino dalla bambina, c’è poi la differenziazione fisiologica, in seguito c’è l’oggetto d’amore nella fase di innamoramento, infine c’è il partner.

