L’articolo nasce da una riflessione innescata da un corso di formazione rivolto a docenti della scuola dell’Infanzia. Si propone di considerare i campi di esperienza come ambiti informali di competenza da far interagire globalmente nella progettazione didattica, attraverso la programmazione di compiti autentici. La valutazione di tali esperienze didattiche deve valorizzare il processo di apprendimento, non solo il risultato finale, fino a cogliere elementi che consentono di valutare le competenze via via acquisite.
Sembra essere in atto, oggi, un massiccio ripensamento dell’intera esperienza del Sessantotto e del modello di scuola che da quel processo culturale è scaturito. In discussione, tra l’altro, vi è l’idea, condivisa tra gli studiosi, che dalla contestazione la scuola abbia ricevuto la spinta per un profondo processo di riforma delle proprie finalità e del proprio statuto. Una parte dell’opinione pubblica sostiene, al contrario, che il Sessantotto rappresenti il momento genetico dei mali della scuola (e più in generale dell’educazione) di oggi. A partire dall’esperienza di Barbiana, l’articolo si propone di ripercorrere e mettere a fuoco il cambiamento di paradigma che, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, ha trasformato la scuola, il suo statuto, il suo ruolo e le sue finalità.
Tra dimensione cognitiva dell’approccio autobiografico e dimensione etica dell’approccio narrativo
Le Indicazioni Nazionali (2012) e le Indicazioni Nazionali e Nuovi Scenari (2017) attribuiscono alla scuola l’onere “dell’insegnare ad apprendere” e “dell’insegnare ad essere”, favorendo l’autonomia di pensiero in vista del pieno sviluppo della persona. Questo contributo si propone di argomentare in merito alle modalità attraverso le quali l’approccio autobiografico e l’approccio narrativo possono promuovere, negli studenti, l’uno la competenza dell’imparare ad imparare, l’altro le competenze sociali, civiche e di cittadinanza.
Spesso studenti con competenze e capacità analoghe di fronte a uno stesso compito scolastico possono mostrare reazioni diverse: scoraggiarsi o aumentare l’impegno. Carol Dweck ritiene che queste differenti risposte possano essere spiegate dalla "teoria implicita dell’intelligenza", cioè dal sistema di convinzioni che ciascun soggetto ha sviluppato in merito alle proprie capacità intellettuali. Il presente lavoro avanza l’ipotesi che le diverse teorie implicite dell’intelligenza derivino dal senso di maggiore o minore sicurezza che i soggetti, in base alla teoria dell’attaccamento, avranno sviluppato nel corso del rapporto con i genitori. Infatti, laddove il soggetto avrà sentito di disporre da bambino di una figura sentita come “base sicura” più facilmente sarà in grado di mettere in atto comportamenti di esplorazione anche a livello cognitivo. Se invece i genitori sono stati avvertiti come imprevedibili o discontinui è più facile che il piccolo sviluppi un attaccamento di tipo insicuro, tendendo quindi anche ad avere anche da più grande uno stile meno esploratorio a livello cognitivo e quindi a scoraggiarsi di più davanti alle difficoltà.
Often students with similar skills and abilities can show different reactions to the same school task: e.g. to become discouraged or to increase commitment. Carol Dweck believes that these different responses can be explained by the "implicit theory of intelligence", that is, by the belief system that each subject has developed about his/her intellectual abilities. The paper proposes the hypothesis that the different implicit theories of intelligence derive from the sense of greater or lesser security that the subjects, based on the attachment theory, will have developed during the relationship with their parents. In fact, when the subject has had, as a child, a figure felt as a "safe base" he/she will be more easily able to conduct an exploratory behaviour even at the cognitive level. If, on the other hand, parents have been perceived as unpredictable or discontinuous, it is easier for the child to develop an insecure type of attachment, thus also tending to have a less exploratory style, at a cognitive level, and therefore to be more discouraged by difficulties.