Quando la notte viene, arriva l’ora di uscire le forme non sono più marcate e tutto si colora di uguale. Quando la notte viene, anche le dimensioni appaiono espanse non sai dove iniziano e non sai dove finiscono.
A volte penso di essere nato per scontare la vita di chi mi ha preceduto. Non mi interessa cosa sia di mio padre. E allora? Quando alla sera lui tornava a casa ubriaco veniva sempre a prendermi a letto - non te l’avevo mai detto? – non ho mai saputo di cosa mi doveva punire, ormai mi ero convinto di portare dentro un peccato originale che ogni sera dovevo scontare.
Non doveva succedere, questo solo continuo a ripetermi. Non la dovevo vedere. Non doveva arrivare quel maledetto mattino. Ieri… ieri e sembra non so quanto tempo, perché, se poco o tanto, non la si comprende più la cognizione del tempo quando si impatta in certi avvenimenti! Ieri, nella stanza di mio figlio, ho aperto il cassetto - stavo riordinando, pulendo, spolverando… come fanno tutte le mamme – ho aperto il cassetto e “lei” era lì.
Correva l’anno scolastico 1982/83, classe II D, Istituto Superiore, ultimo compito in classe di italiano del II quadrimestre. La professoressa di Lettere assegnò i titoli dei temi; il terzo consisteva nel commentare la seguente poesia di C. Kavafis:
"E se non puoi la vita che desideri cerca almeno questo per quanto sta in te: non sciuparla nel troppo commercio con la gente con troppe parole e in un viavai frenetico. Non sciuparla portandola in giro in balia del quotidiano gioco balordo degli incontri e degli inviti fino a farne una stucchevole estranea"