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L'educazione come dialettica tra vecchio e nuovo - Livelli eterei e sotterranei della storia


Livelli eterei e sotterranei della storia

La portata della questione può essere colta a partire da una sottile sensazione, una di quelle che capitano di rado e, sia per la breve durata che per la sua apparente illogicità, finisce di solito per essere accantonata come una bizzarria. Che la sensazione sia, appunto, sottile, indica che essa riesce talvolta a incunearsi come un elemento di disturbo, seppure appena percettibile, nella costruzione granitica delle comuni certezze. In particolare il balenare alla mente di un altro regno, in cui il mondo dato per scontato appare alla rovescia e le attribuzioni di significato mostrano un dorso imprevisto, porta al rapido rigetto di piccole verità che, accolte, aprirebbero crepacci nell’ordine delle cose. Generalmente è l’occhio ingenuo e disattento, ancora non sottomesso alle prospettive canoniche, a cogliere bagliori invisibili ai più. Il sottile varco può essere dischiuso quando, di fronte al nuovo, balena il calco del dejà vu e, viceversa, si scopre l’inedito esattamente in ciò che è sempre stato davanti ai nostri occhi.

Capita che si possa intuire, nelle movenze e nel volto dei bambini, ossia di ciò che rappresenta, al massimo grado, il nuovo, la persistenza e le fattezze degli anziani; al contrario la nonna osservata nell’attimo in cui inforca la dentiera può rivelare il lampo infantile e la freschezza dei primi vagiti.
Come è possibile pensare che ciò che si considera comunemente nuovo sia anche la riedizione del già visto, mentre il vetusto arrancare del già conosciuto mostra, allo sguardo sbilenco [3], originalità impensate?
E, soprattutto, quali conseguenze ha, per la pedagogia, questo sparigliare le categorie di vecchio e nuovo, questo equivoco sovrapporsi di ciò che va rigidamente separato?
Prima conseguenza: la preoccupazione di Parsons, quell’accorto disporre di strutture in grado di fronteggiare le invasioni barbariche, va ridefinita: si perde la nettezza del confine tra vecchio e nuovo, e quindi si fa sfocata la ripartizione tra chi deve integrare e chi va integrato, tra insegnante e allievo. Diventa labile e mostra la corda la comune precisione dei ruoli: accettare che esista, accanto e oltre il mondo dato per scontato, un Andersdenken, un regno dell’altrimenti, richiede lo sforzo titanico dell’erranza tra le nebbie. Riconsiderare gli a priori, percorrere il dorso delle cose così come ci è consegnato dall’illuminazione profana: è uno scossone alla Bildung, una tempesta magnetica che scompagina le certezze e rivela, seppure per un attimo, spaesamento e precarietà [4].

Solitamente sono i poeti e gli artisti, e con essi i folli, i soli a potersi permettere di coltivare questo sguardo sbilenco: solo chi smarrisce la guida della ragione e ne abbandona il dominio riesce a provare il brivido dello smarrimento e a farne un sapere.
In fondo Talcott Parsons, nel paragonare i nuovi nati alla calata dei barbari, ha dichiaratamente scelto di mettersi nella prospettiva dell’Impero: chiama nuovo ciò che è, semplicemente, sconosciuto. E non tanto perché esula dal campo delle conoscenze pregresse, ma esattamente perché ne ripropone il calco mostrandone origini ripudiate. Il guerriero proveniente dalle steppe asiatiche non è solo il nuovo che avanza devastando, ma è anche, e soprattutto, l’altra fodera del reale, che in qualche caso anticipa e presagisce un futuro sorprendentemente ritorto all’indietro. Ossia un nuovo talmente vecchio da contenere nel suo grembo molto più di quanto sia dato cogliere all’occhio normalizzato dal presente.
Così si svelano le fondamenta del gioco pedagogico: nell’accezione qui simboleggiata dagli approcci funzionalisti si tratta di accogliere, addestrare e consegnare un sapere ai nuovi nati, e si suppone che questi ultimi siano qualcosa di simile al foglio bianco di Locke. Una tabula rasa su cui l’educazione imprimerà marchi e procedure, traccerà confini e attribuirà funzioni, in modo da addomesticare quel fondo animalesco e farne qualcosa di compatibile con l’ordine sociale.
Assumendo invece il punto di vista dell’Andersdenken, i nuovi nati sono già portatori di qualcosa: in qualche modo sono assai più antichi di quanto sia il comune adulto e, non avendo ancora subito i rituali iniziatici e i ferri roventi dell’educazione, riverberano verità e appartenenze ripudiate.
Il discorso vale per i nuovi nati e, similmente, per chi reca l’impronta dell’indomito. Straccioni, scapigliati e bohémienne, impudenti e refrattari di ogni risma, adolescenti brufolosi e contadinotti avvinazzati, graffitari ossessi e poeti ammutoliti: una folla di nuovi non completamente piegati all’oggi, un parterre osceno che, per quanto si ricopra con la stoffa della buona società, ne sfida continuamente le regole.