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  • Categoria: Monografie

L'educazione come dialettica tra vecchio e nuovo - I legami tra generazioni segnalano una pedagogia segreta

 

I legami tra generazioni segnalano una pedagogia segreta

Vediamo, allora, un esempio di come questo nuovo che erroneamente si crede privo di legami e di profondità storica sia invece la testimonianza di un tragitto che, attraverso le generazioni e i travagli dei tempi, giunge ancora a porre la sfida al dominio sull’uomo.

“Noi siamo nuovi, ma siamo quelli di sempre.
Siamo antichi per il futuro, esercito di disobbedienza le cui storie sono armi, da secoli in marcia su questo continente.
Siamo i contadini della Jacquerie…
Siamo i ciompi di Firenze, popolo minuto di opifici e arti minori…
Siamo gli ussiti. Siamo i taboriti. Siamo gli artigiani e operai boemi, ribelli al papa, al re e all’imperatore. ..
Siamo i trentaquattromila che risposero all’appello di Hans il pifferaio…
Siamo quelli dello Scarpone, salariati e contadini d’Alsazia…
Siamo l’esercito dei contadini e dei minatori di Thomas Muentzer…
Siamo i servi, i lavoranti, i minatori, gli evasi e i disertori che si unirono ai cosacchi di Pugaciov per rovesciare gli autocrati di Russia e abolire il servaggio. Siamo l’esercito del generale Ludd”.

È il manifesto redatto, in occasione del G8 di Genova, dalla Wu Ming Foundation, firma anonima che rinuncia all’identità del singolo autore per rimandare a un racconto collettivo [5] e intergenerazionale, un legame che ripropone il nuovo avvinghiato a una promessa, sempre perdente ma non per questo fiaccata, di riscatto. È come se una generazione, un attimo prima di soccombere, avesse consegnato al futuro un segreto da risvegliare.
Il manifesto no-global risponde certo all’esigenza, tutta politica, di rivendicare al movimento spessore storico, appartenenze e profondità: chiama in causa la memoria, una memoria occultata dai padroni di ieri e oggi, e sviluppa questa domanda di riconoscimento ponendo l’enfasi su un legame che connette rivolte, sommosse e resistenze. Ma, a ben guardare, l’operazione non ha solo un carattere politico [6]. Si appoggia, pur senza dichiararlo, come spesso succede quando si tratta di processi educativi, su una rivendicazione implicita: esisterebbe, si legge tra le righe del manifesto, una pedagogia segreta che attraverso la custodia e la trasmissione di memorie sussurrate ha serbato intatti i legami tra le generazioni. Il nuovo è, allo stesso tempo, quello di sempre; i forconi dei servi della gleba, l’ultimo respiro dei condannati al patibolo e le carni straziate dal boia sono varianti di un gioco combinatorio che ripropone la stessa trama di violenza e sopraffazione [7].
Gli anonimi estensori del testo precisano anche il dispositivo pedagogico che rende possibile questa conservazione dei legami tra generazioni temporalmente distanti. “Le storie”: le diverse vicende biografiche di umani che hanno, ciascuno nel proprio tempo e contesto, disobbedito e pagato per quella refrattarietà al dominio, le storie di vita e di morte diventano pedagogia facendosi racconto, e quindi memoria, discorso, promessa di riscatto [8].

Il problema che qui si apre, dunque, è definire le modalità e i tratti di questa che chiamiamo pedagogia segreta. Va sottolineato, in questo senso, che la distinzione tra vecchio e nuovo, quella su cui gli approcci à la Parsons e le pedagogie dell’obbedienza fondano la propria legittimità, è un artificio. Un trucco che occulta una scelta politica e ideologica: ripartire e separare vecchio e nuovo assumendo il punto di vista particolare dei vincitori. Quell’essere nuovi sottolinea in definitiva l’appartenenza alla schiera senza nome dei vinti. Si è nuovi perché privi, mancanti, già in condizione di minorità rispetto a chi, padrone invece del tempo, dispensa paternamente premi o castighi, amministra la possibilità di accogliere o rifiutare, dispone le vite lungo il proprio metro e indica posizioni, saperi e valori.

Curiosamente, nello stesso registro dei dominatori la categoria del nuovo lambisce quella opposta del primitivo: sia il ragazzino che l’aborigeno vanno confinati in strutture panoptiche in cui siano attentamente vigilati. Il punk e l’indio attentano entrambi alla conservazione del sistema, e ad entrambi è negato il possesso della storia. Il primo è collocato sull’orlo inferiore della struttura sociale e indicato come esempio di socializzazione mal riuscita, è il pezzo difettato del tornio, lo scarto impossibile da collocare sugli scaffali del mercato; il secondo è parimenti homuncolo [9], tappa arretrata dell’evoluzione tra animale e uomo, e può ambire, a condizione di ripulirsi e rinnegarsi, al ruolo di alcolizzato di periferia.
Guidare la penna con cui si scrive la storia vuol dire amministrare vecchio e nuovo e collocarli lungo un ordine che si vuole naturale e oggettivo [10]. Un ordine a cui è funzionale una pedagogia addomesticata e ammansita, che si traduce nell’ingurgitare il passato come morto possesso, liscia superficie sacrale e monumentalizzata su cui scorrono eroi resi permanenti dall’essere adagiati lungo il continuum storico. Il vecchio come cumulo di rovine, magari ripulite e allineate nelle stanze del museo della storia, mentre dall’altro versante impazza il nuovo come effimero, labile affermarsi del momentaneo.