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L'educazione come dialettica tra vecchio e nuovo - Totalità e frammenti
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Totalità e frammenti
L’attrito tra queste due polarità è evidentissimo in qualsiasi scuola superiore, dove generalmente i giovani apprendono la storia come noioso susseguirsi di millenni e secoli senza che questo esercizio riesca a fornire un senso al nuovo, che rimane appunto sospeso come inspiegato prurito. “Il passato – scrive Franco Rella – sembra concederci soltanto una visione grigia e continua e senza rilevo, oppure, come sfuggiti dalle sue maglie, alcuni frammenti fugaci, senza rapporto tra loro, che sembrano però, per la forza stessa con cui si presentano, contenere una vita segreta, l’enigma di una possibile felicità” [11].
L’esproprio della dimensione storica, quel privare della memoria quanti sono destinati all’obbedienza è esattamente la linea rossa da varcare. Non a caso il manifesto no global richiamato in precedenza recita quel “noi siamo nuovi, ma siamo quelli di sempre” che è frammento rivendicativo, apertura di crepe lungo la totalità del mondo amministrato, ricerca di fenditure da cui lasciare che si infiltrino promesse in disuso e storie taciute. Trasformare questa memoria magmatica in sapere è operazione squisitamente pedagogica, che necessita di luoghi, relazioni e discorsi in grado di connettere e liberare progressivamente altre visioni e diverse voci. Le generazioni senza nome, le vittime che, a milioni e milioni, hanno consegnato un anelito alle generazioni future sono un testo da indagare con attenzione. Walter Benjamin parlava di predoni e assalto al carro dei vincitori, riferendosi alla necessità di definire un materialismo in grado di recuperare frammenti e stracci della storia in modo da invertire il rapporto ieri-oggi. La rottura epistemologica del dominio del “passato sul presente” è il grimaldello pedagogico che consente il balzo verso una nuova tradizione: quella che insiste sull’adempimento e sul risveglio. Siamo davanti a una via che ambisce a riappropriarsi della memoria, non già per farne culto o rigida appartenenza, ma per far brillare dialetticamente le contraddizioni insite nell’oggi.
L’indicazione importante, in questa disamina di vecchio e nuovo, riguarda proprio il rapporto, pedagogicamente orientato, tra origini e futuro.
Occorre un doppio movimento, che da un lato recuperi dalla polvere le memorie, così da scoprire sotto il nuovo il ritorno di messaggi rimossi, e dall’altro sappia spogliarsi del passato, per non rimanerne prigionieri.
Non a caso le due operazioni con cui il potere mette all’angolo i riottosi sono opposte ma corrispondenti: si rimuove il passato oppure se ne fa un legaccio. In questa forbice apparentemente ampia ricadono le espropriazioni della memoria. Cancellare le tracce del massacro fino a negarne l’esistenza (e si pensi ai campi di sterminio nazista e a quello che avviene anche oggi, nelle cosiddette guerre preventive di cui non si vedono che immagini ripulite) è il compare subdolo dell’altra operazione, con cui si inchiodano gruppi sociali a un passato fattosi stereotipo (e si pensi all’associazione tra zingari e rapimenti di bambini oppure a quella tra accattonaggio e pestilenza).

