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Le tecnologie dell'informazione e della comunicazione: una sfida pedagogica - La riflessione pedagogica


 

La riflessione pedagogica

 La polemica tra esaltatori e detrattori della tecnologia si perde nella notte dei tempi poiché da sempre, alla comparsa di una nuova tecnologia, si verifica un fenomeno che spaventa: una perdita della capacità mnemonica, in quanto la memoria viene spostata all’esterno, su supporti in grado di conservarla, ma, grazie a questo spostamento, per la mente, alleggerita dal carico cognitivo mnemonico, si liberano spazi per l’esercizio di nuove e più complesse funzioni cognitive.

Come a suo tempo ha correttamente suggerito Neil Postman, l’avvento di nuova tecnologia ha implicazioni di tipo ecologico, nel senso che muta radicalmente il mondo, l’approccio al mondo, i modi di acquisire la conoscenza, di funzionare del pensiero, e di conseguenza porta con sé una nuova domanda educativa con la conseguente necessità di ripensare le modalità didattiche.Oggi siamo in questa fase cruciale. La fase di implementazione della tecnologia nelle realtà scolastiche è stata percorsa anche se, per molti aspetti non andrebbe considerata ancora conclusa. Una recente indagine condotta dall’OCSE in 14 paesi del mondo relativamente alla diffusione e all’impatto delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nei sistemi scolastici restituisce un quadro non roseo per il nostro paese, che, se si assesta ad una media di 12 PC per ogni studente, in ogni caso in coda alla statistica insieme a Spagna Ungheria, Portogallo e Messico, manifesta tuttavia una grande eterogeneità di situazioni distribuite geograficamente (in realtà solo il 50% degli studenti italiani ha effettivamente a disposizione un computer da condividere con altri 11 compagni, mentre il restante 50%convive con realtà molto più povere di dotazioni).

Negativo è anche il risultato del rapporto OCSE relativo all’uso didattico delle tecnologie informatiche, un uso che non si sbaglierebbe a definire povero, con prevalenza di utilizzo di tecnologie word processor e uno scarsissimo uso della rete e delle sue opportunità di forme di apprendimento collaborativo. 
Con il Programma di Sviluppo delle Tecnologie Didattiche conclusosi nel 2000, le nostre scuole hanno ricevuto una dotazione strumentale di partenza , ma non si può certo affermare, in base al quadro tracciato anche dagli ultimi rapporti ministeriali di monitoraggio, che l’introduzione delle macchine e gli investimenti siano serviti di per sé a produrre ripensamenti pedagogici o modifiche nelle pratiche didattiche consolidate. La scuola è rimasta quella che era e le tecnologie sono attualmente sottoimpiegate o impiegate in modo scarsamente produttivo.Se a qualcuno le promesse della tecnologia sono apparse delle false promesse, per citare il titolo di un’opera di Todd Oppenheimer che ha suscitato grande scalpore negli Stati Uniti, è stato a causa della mancanza di una riflessione pedagogica sul tema; in altre parole la scuola non si è chiesta che cosa avrebbe potuto ottenere dalle nuove tecnologie, non si è rimessa in gioco nel pensare ad usi creativi e didatticamente innovativi, nonostante non siano mancati progetti pilota, già dall’epoca del Programma di Sviluppo, nonostante a livello europeo siano stati diffusi esempi di buone pratiche.

La maggior parte dei docenti si è trovata a disposizione nuove apparecchiature di cui non possedeva capacità d’uso e per giunta non intuiva neppure le potenzialità pedagogiche, condizioni migliori per vivere questa introduzione in modo assolutamente passivo, se non addirittura imposto.
Sempre il rapporto OCSE in questione sottolinea una falla non trascurabile nei piani di formazione dei docenti sull’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

La falla consiste, a nostro avviso, non tanto in una carenza di alfabetizzazione informatica o di formazione tecnica, quanto nella quasi assoluta mancanza di un altro tipo di formazione, quella pedagogica. Vale a dire che non è sufficiente avere a disposizione dei computer e saperli a grandi linee utilizzare per poterne promuovere un uso significativo nei contesti educativi, occorre invece essere consapevoli del valore aggiunto che determinati usi delle tecnologie informatiche possono apportare al processo educativo e formativo, conoscere quali sono questi usi anche attraverso la diffusione di pratiche significative e consolidate, riconosciute dalla ricerca nella loro efficacia. Dunque essere consapevoli di che cosa posso fare a scuola, con che cosa, in che modo e quali risultati posso ragionevolmente aspettarmi di raggiungere, secondo quanto indicato dalle evidenze di ricerca.

Il punto cruciale di questo tipo di formazione consiste poi soprattutto nell’indicare con chiarezza ai docenti in quale direzione sia necessario ripensare la didattica, alla luce di quali teorie della conoscenza, in che modo ristrutturare il ruolo che sono abituati a svolgere, dal momento che, anche in questa direzione, l’introduzione delle nuove tecnologie comporta una rivoluzione ecologica, una trasformazione di grande respiro delle pratiche educative.

Utilizzare le nuove tecnologie come carta e penna, cartelloni e colori, calcolatrici, solo un po’ più potenti, piegarle cioè ad usi vecchi, aderenti ad una pratica educativa basata su una concezione della scuola come luogo di trasmissione del sapere, la “scuola-auditorium”, come viene definita dal Direttore Generale Musumeci, equivale non solo a svilirne le potenzialità, ma a renderle addirittura improduttive se non controproducenti, visto che il tempo impiegato per imparare ad usarle e i costi sostenuti per supportare la formazione tecnica dei docenti non sarebbero assolutamente ammortizzati o ripagati da reali guadagni in termini di una maggiore efficacia dei processi di insegnamento apprendimento.

D’altra parte la riflessione pedagogica avrà il compito di incidere su altri cruciali fattori per il cambiamento: la percezione dei docenti riguardo la tecnologia e la loro motivazione a servirsene nella didattica convinti che la fatica impiegata per rivedere molti processi e per ristrutturare il loro modo di pensare l’apprendimento sarà effettivamente ripagata da risultati degni di nota.
Ecco perché a molti docenti e a molti apocalittici le tecnologie sembrano spesso portatrici di una falsa promessa o appaiono addirittura come una moda che i più all’avanguardia sembrano cavalcare senza ottenere alcun cambiamento significativo.