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Educare alla salute

Educare alla salute è un concetto dai molteplici significati, e tra questi vi è anche quello di "aiutare a", o "insegnare a" non essere ammalati, o almeno a non ammalarsi, o ancora a cercare di comportarsi comunque "da sani" quando la causa di disagio è in atto; è un’educare a trovare il modo per non ammalarsi, per non cadere nella malattia; oppure a non essere e comportarsi solo da disperati quando la malattia c’è.

Se questa è una visione positiva del tema, costruttiva e per qualcuno magari anche affascinante, non sembra purtroppo essere la più diffusa; per lo più educare alla salute significa domandarsi cosa fa ammalare l’uomo, così che conoscendo cosa causa la malattia si educa ad agire (all’opposto) in modo tale da evitare che la malattia possa insorgere: è la prevenzione. Educare alla salute è soprattutto sinonimo di prevenzione.

Una prospettiva differente suggerisce invece di non domandarsi tanto (o soltanto) che cosa fa ammalare, piuttosto di studiare e conoscere ciò che tiene l’uomo sano, e favorire così l’attivazione di tali elementi positivi.
Se la prima domanda (Cosa fa ammalare l’uomo?) è tipica o prevalente degli operatori con una prospettiva medica, la seconda domanda (Cosa tiene l’uomo sano?) sembrerebbe più tipica di chi non interviene per professione direttamente sulle parti ammalate dell’uomo per ridurle (perché ad esempio non è medico), ma interviene sull’ampliamento delle parti sane nell’uomo malato.

Una visione positiva di "educazione alla salute" suggerisce che proprio la seconda domanda potrebbe essere fondamentale per chiunque avvicini, per qualunque causa, o scelta, o mandato, un altro che soffre; senza per questo dire che la prima domanda sia sbagliata: anzi! Piuttosto: non è completa.
Dunque varrà domandarsi: che cosa mantiene l’uomo sano? E cosa fa tornare sano, o sentirsi sano, l’uomo ammalato e perciò sofferente?

Se facciamo uno studio comparativo fra persone sane e persone non malate, quelle persone cioè che pur con molti acciacchi si considerano non malate, ci accorgiamo che non sono i traumi avvenuti o in corso a fare la differenza (perché i traumi, le difficoltà della vita, gli incidenti, le cadute possono capitare tanto agli uni quanto agli altri), ma a costituire elemento differenziale è la presenza nella vita (e durante la malattia, o disagio che sia) di fattori protettivi. Se i fattori protettivi sono presenti e forti la persona resta sana o si sente viva e vitale nonostante la malattia, se questi sono deboli la persona diventa malata, o si sente tale pur non avendo alcuna causa di malattia.

Educare alla salute non è allora soltanto un educare ad evitare i mali, ma educare ad avere fattori protettivi per essere pronti a non sentirsi del tutto malati quando i mali vengono, e così potersi comportare da sani, cioè aver voglia di vivere ancora nonostante l’essere ammalati.
Se la guarigione fisica dei mali non è sempre possibile, e spesso la percentuale di successo in senso letterale è bassa, sarà il concetto stesso di guarigione e dover essere trasformato. Guarito potrebbe così essere colui che desidera andare avanti a vivere nonostante la malattia, o la difficoltà intervenuta. Non: contento di averla. Mai! Ma contento di poter vivere ancora, nonostante…; certo, se ne varrà la pena: se avrà, cioè, dei motivi o fattori protettivi che lo aiuteranno a vivere ancora. Sì, con la malattia che c’è, ma soprattutto per poter ancora e comunque fare qualcosa per qualcuno o per qualcosa e per cui valga la pena ancora vivere e spendere la vita; nonostante…, appunto.

Educare alla salute è primariamente cercare il motivo per voler vivere una vita sana, oppure cercare il modo per procedere ed esaurire degnamente una vita malata; è aiutare ad avere motivazioni esistenziali quali fattori protettivi contro la sofferenza di una vita o di un dolore senza senso; è stimolare alla comprensione della dinamica secondo la quale nelle situazioni di sofferenza (vere o vissute come tali) è importante l’assunzione dei giusti atteggiamenti interiori, nonché la presa di posizione circa cosa voler ancora fare della propria vita, da quel momento in poi.

Ecco: educare alla salute è stimolare l’attivazione dei processi di decisione e di presa di posizione, grazie ai quali può avvenire che chi in stato di malattia pensa che ciò significhi sempre crisi, blocco, arresto delle possibilità esistenziali, vivrà sempre come in uno stato di crisi imminente, quando non già in atto; chi invece pensa che non necessariamente una malattia o un trauma significano sempre e comunque crisi o blocco totale dello scorrere della vita, si considererà paradossalmente una persona sana pur trovandosi in condizioni di malattia.

Questo è il lavoro di chi educa alla salute: è principalmente uno stare accanto, ed insieme un accompagnamento, a favore di una decisione interiore e di una presa di posizione. A favore della vita che si vuole continui, nonostante tutto e perché c’è ancora qualcosa da realizzare o qualcuno per cui vivere, e l’aiuto dell’operatore e del volontario diviene in quest’ottica un dono prezioso.

Scrisse Vicktor Frankl: "Io ho trovato un perché nella mia vita, nell’aiutare gli altri a trovare un perchè per la loro…". Potrebbe essere anche per noi una valida motivazione esistenziale: un nostro fattore protettivo. (Frankl V., Uno psicologo nei lager, Ares, Milano, 2002)