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Educare alla salute
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Educare alla salute è un concetto dai molteplici significati, e tra questi vi è anche quello di "aiutare a", o "insegnare a" non essere ammalati, o almeno a non ammalarsi, o ancora a cercare di comportarsi comunque "da sani" quando la causa di disagio è in atto; è un’educare a trovare il modo per non ammalarsi, per non cadere nella malattia; oppure a non essere e comportarsi solo da disperati quando la malattia c’è.
Se questa è una visione positiva del tema, costruttiva e per qualcuno magari anche affascinante, non sembra purtroppo essere la più diffusa; per lo più educare alla salute significa domandarsi cosa fa ammalare l’uomo, così che conoscendo cosa causa la malattia si educa ad agire (all’opposto) in modo tale da evitare che la malattia possa insorgere: è la prevenzione. Educare alla salute è soprattutto sinonimo di prevenzione.
Una prospettiva differente suggerisce invece di non domandarsi tanto (o soltanto) che cosa fa ammalare, piuttosto di studiare e conoscere ciò che tiene l’uomo sano, e favorire così l’attivazione di tali elementi positivi.
Se la prima domanda (Cosa fa ammalare l’uomo?) è tipica o prevalente degli operatori con una prospettiva medica, la seconda domanda (Cosa tiene l’uomo sano?) sembrerebbe più tipica di chi non interviene per professione direttamente sulle parti ammalate dell’uomo per ridurle (perché ad esempio non è medico), ma interviene sull’ampliamento delle parti sane nell’uomo malato.
Una visione positiva di "educazione alla salute" suggerisce che proprio la seconda domanda potrebbe essere fondamentale per chiunque avvicini, per qualunque causa, o scelta, o mandato, un altro che soffre; senza per questo dire che la prima domanda sia sbagliata: anzi! Piuttosto: non è completa.
Dunque varrà domandarsi: che cosa mantiene l’uomo sano? E cosa fa tornare sano, o sentirsi sano, l’uomo ammalato e perciò sofferente?
Se facciamo uno studio comparativo fra persone sane e persone non malate, quelle persone cioè che pur con molti acciacchi si considerano non malate, ci accorgiamo che non sono i traumi avvenuti o in corso a fare la differenza (perché i traumi, le difficoltà della vita, gli incidenti, le cadute possono capitare tanto agli uni quanto agli altri), ma a costituire elemento differenziale è la presenza nella vita (e durante la malattia, o disagio che sia) di fattori protettivi. Se i fattori protettivi sono presenti e forti la persona resta sana o si sente viva e vitale nonostante la malattia, se questi sono deboli la persona diventa malata, o si sente tale pur non avendo alcuna causa di malattia.
Educare alla salute non è allora soltanto un educare ad evitare i mali, ma educare ad avere fattori protettivi per essere pronti a non sentirsi del tutto malati quando i mali vengono, e così potersi comportare da sani, cioè aver voglia di vivere ancora nonostante l’essere ammalati.
Se la guarigione fisica dei mali non è sempre possibile, e spesso la percentuale di successo in senso letterale è bassa, sarà il concetto stesso di guarigione e dover essere trasformato. Guarito potrebbe così essere colui che desidera andare avanti a vivere nonostante la malattia, o la difficoltà intervenuta. Non: contento di averla. Mai! Ma contento di poter vivere ancora, nonostante…; certo, se ne varrà la pena: se avrà, cioè, dei motivi o fattori protettivi che lo aiuteranno a vivere ancora. Sì, con la malattia che c’è, ma soprattutto per poter ancora e comunque fare qualcosa per qualcuno o per qualcosa e per cui valga la pena ancora vivere e spendere la vita; nonostante…, appunto.
Educare alla salute è primariamente cercare il motivo per voler vivere una vita sana, oppure cercare il modo per procedere ed esaurire degnamente una vita malata; è aiutare ad avere motivazioni esistenziali quali fattori protettivi contro la sofferenza di una vita o di un dolore senza senso; è stimolare alla comprensione della dinamica secondo la quale nelle situazioni di sofferenza (vere o vissute come tali) è importante l’assunzione dei giusti atteggiamenti interiori, nonché la presa di posizione circa cosa voler ancora fare della propria vita, da quel momento in poi.
Ecco: educare alla salute è stimolare l’attivazione dei processi di decisione e di presa di posizione, grazie ai quali può avvenire che chi in stato di malattia pensa che ciò significhi sempre crisi, blocco, arresto delle possibilità esistenziali, vivrà sempre come in uno stato di crisi imminente, quando non già in atto; chi invece pensa che non necessariamente una malattia o un trauma significano sempre e comunque crisi o blocco totale dello scorrere della vita, si considererà paradossalmente una persona sana pur trovandosi in condizioni di malattia.
Questo è il lavoro di chi educa alla salute: è principalmente uno stare accanto, ed insieme un accompagnamento, a favore di una decisione interiore e di una presa di posizione. A favore della vita che si vuole continui, nonostante tutto e perché c’è ancora qualcosa da realizzare o qualcuno per cui vivere, e l’aiuto dell’operatore e del volontario diviene in quest’ottica un dono prezioso.
Scrisse Vicktor Frankl: "Io ho trovato un perché nella mia vita, nell’aiutare gli altri a trovare un perchè per la loro…". Potrebbe essere anche per noi una valida motivazione esistenziale: un nostro fattore protettivo. (Frankl V., Uno psicologo nei lager, Ares, Milano, 2002)
L'educatore inteprete ed idealista
Il nostro essere operatori psico-educativi dovrebbe partire dalla convinzione che l’essere umano ha sempre la possibilità di uscire dalla situazione in cui si trova, per ri-modellare ancora qualcosa di nuovo; il vero educatore-operatore è colui che, convinto di ciò, cercherà con tutte le strategie possibili di permettere a chi accompagna di andare avanti ancora a vivere. Magari in un modo diverso da prima, visto che forse non può più farlo secondo le modalità che erano possibili prima della sofferenza o del disagio, e proprio a causa del disagio, ma comunque sempre procedendo verso il futuro.
Siamo chiamati a lavorare per il benessere integrale delle persone che incontriamo; persone che sono colte in una stagione decisiva della loro esistenza, e decisiva per il fatto che in essa devono decidere, cioè mettere in atto, la scelta circa cosa voler fare della propria vita ora che non è più com’era prima. Siamo chiamati ad essere educatori con la volontà di riunire, collegare insieme, rivedere i vari pezzi della situazione e, cogliendo tutti gli spunti di libertà ancora possibili, ricucirli insieme e, con la persona aiutata, fare con i vecchi ingredienti un nuovo piatto.
In un certo senso siamo chiamati a ri-creare: creare "di nuovo" qualcosa che la persona pensa non sia più possibile.
Educare alla salute è sempre un liberare, è aiutare le persone ad aprire gli occhi e la mente perché possano ancora comprendere il senso della vita e quale senso (o significato) possono ancora realizzare nella loro vita; spesso il sofferente è un miope, perché vede solo le cose che gli stanno immediatamente vicine, cioè la malattia, e non riesce ad andare più in là e vedere oltre.
Allora l’intervento di educatori alla salute potrebbe essere quello di aiutare a far partorire nella mente della persona che si accompagna la convinzione che può ancora rinnovare la vita, ricreare la vita; partendo da ciò che ha, per andare avanti verso dove vuole andare, purché voglia andare da qualche parte.
L’educatore alla salute può essere come un occhiale per chi è miope a causa della sofferenza; è colui che aiuta quel "miope della vita" a vedere un po’ più in là di quanto non veda in quel momento.
Egli, per aiutare al meglio, dovrebbe saper essere un interprete ed un idealista.
L’interprete è colui che sa leggere un evento per tradurlo nel linguaggio di un'altra persona che non sa comprenderlo nel modo come è stato scritto o detto, o per come viene proposto.
Essere interprete vuol dire tradurre la vita nel linguaggio dell’altro, il sofferente nel nostro caso, affinché trovi il modo per riempire al meglio il tempo che ha ancora da vivere; essere interprete significa leggere con chi soffre gli eventi della (sua) vita, per riuscire a scorgere tra le righe ciò che non appare immediatamente; è saper leggere, oltre alle righe scritte, anche gli spazi bianchi e vedere gli spazi bianchi come spazi di libertà nei quali si può ancora scrivere. Per il sofferente lo spazio di libertà è rappresentato da tutte le cose che può ancora fare, nonostante lo spazio occupato dalla malattia ("righe scritte").
L’interprete è colui che contestualizza il momento di malattia o di disagio, e lo inserisce in un contesto di vita che è molto più ampio della malattia stessa; lo fa perché è convinto, come interprete, che la lettura del testo che è il disagio o la malattia vada fatta in un'altra lingua; inserito in un con-testo più ampio.
Il buon interprete è colui che quando guarda un sofferente sa guardare sia a ciò che vi è di malato nell’uomo, sia a ciò che è ancora sano nel suo essere malato. Il buon interprete sa leggere per e con il sofferente il significato che può ancora avere il suo essere in vita; sì, perché e ancora in vita, nonostante la malattia o la causa del disagio, e di questo tante volte i sofferenti sono poco consapevoli…
L’idealista è colui che riesce a sognare ad occhi aperti il futuro più concreto possibile per la persona che ha di fronte. E’ idealista l’operatore – educatore che ha la convinzione che non si dovrebbe mai cedere del tutto nelle situazioni di difficoltà o di crisi; è idealista quando è convinto che, finché c’è un oggi, c’è sempre anche un domani.
Essere idealisti non significa offrire illusioni, non è dire a una persona che sta bene mentre si lamenta perché sta male, ma è dire ad una persona che, nonostante il suo stare male, c’è qualcosa che può ancora essere fatto, e che può essere fatto insieme.
Essere idealisti significa essere dei convinti che c’è ancora uno spazio di vita nonostante tutto.
Il saggio ed equilibrato idealista è un portatore di speranza, convinto che, anche se restano solo tre minuti da vivere, questi sono ancora vita, e comunque ci può essere tutta un’altra Vita oltre. Chi soffre non ha quest’ottica, perché vede solo i tre minuti che gli restano e null’altro; spetta a chi lo aiuta comunicargli la convinzione che si può andare oltre...
L’operatore idealista ha il coraggio di offrire la testimonianza del valore della vita nonostante ciò che si sta soffrendo, e lo dimostra stando accanto alla persona proprio nel momento della sofferenza.
Per questi motivi essere idealisti non è un difetto della concretezza, ma un pregio, perché fonte di energia per l’altro.
Educare alla salute è dunque aiutare chi soffre ad intravedere gli spazi bianchi nelle pagine scritte della vita, nonostante le parti scritte; perchè è compito dell’uomo riempire tutti quanti gli spazi, e nessuna parte di vita dev’essere, per pre-giudizio, già vista come composta solo di spazi tutti pieni. C’è sempre un piccolo spazio bianco, fosse anche solo un angolino: quello è il nostro spazio di libertà, lo spazio dove ancora c’è salute. Lo spazio dove può ancora essere vissuto qualcosa di sano, lo spazio per poter fare qualcosa di attivo. In un’immagine: lo spazio per vivere ancora.
C’è ancora un’altra caratteristica che dovrebbe essere propria dell’educatore alla salute, ed è l’essere una persona gioiosa.
Se vogliamo essere testimoni del valore della vita, sempre, non possiamo essere tristi; neppure quando la vita è, di fatto, mostruosamente brutta. Se non riusciamo noi a dare coraggio, forza, speranza alle persone sofferenti, chi lo farà?
E noi possiamo farlo perché cerchiamo e interpretiamo la presenza anche di un solo puntino bianco in mezzo a tante righe scritte in nero cupo, e siamo idealisti perché quel puntino bianco lo cerchiamo anche quando non è subito evidente, e siamo allora anche degli esteti perché amiamo e vediamo il bello di quel solo puntino bianco in mezzo ad un chilometro quadrato di pagina scritta con storie nere cupe.
(N.d.A.: i verbi all’indicativo vogliono rappresentare uno stimolo anche per noi!).
L'educatore terapeuta
In merito all’essere educatori-terapeuti, desidero ora riflettere su tre verbi (latini) che ci possono aiutare nel comprendere al senso profondo dell’essere educatori ed "educatori alla alute".
Educare, ben lo sappiamo, deriva da e-ducere, ossia: tirare fuori; cioè tirare fuori dalla persona qualcosa che è in lei; non è dunque solo l’atto dell’educatore quello di chi apporta qualcosa di nuovo, ma è il gesto di colui che fa sì che emerga qualcosa che il malato, o l’educando, ha in sé, e di cui finora forse non aveva avuto conoscenza o bisogno. Ma E-ducere ha anche un altro significato: il secondo è "ducere–da" cioè: uscire fuori. Questo tirare fuori è un piccolo esodo, cioè uscire fuori da una situazione per entrare in un’altra: noi possiamo accompagnare in questo esodo la persona che soffre, o che sta crescendo, e aiutarla nel percorrere la strada che la porta ad una nuova libertà, della e nella verità. Chi educa o aiuta, per primo, dovrebbe avere la convinzione che la persona può ancora avere (o almeno vedere) cambiata la sua situazione, uscendone (E-ducere), forti dell’altra convinzione secondo cui è la persona stessa che ha in sé le forze da tirare fuori (E-ducere) per attuare il cambiamento.
Il secondo termine latino che ha significato collegato all’educare è: AD-DUCERE, ovvero portare verso una meta, "condurre a".
Colui che educa lo fa. Cioè: libera chi soffre dalle convinzioni legate alla paura che nulla possa cambiare, per portarlo verso una nuova meta; accompagnandolo verso il sentire la necessità di avere una nuova meta, perchè avendo una nuova meta avrà anche una maggiore forza d’animo per cambiare e superare il disagio del momento.
Ad-ducere è dunque un liberare-da, al fine di liberare-per. E-ducere è tirare fuori l’educando o il malato dalle sue convinzioni nevrotiche che le cose non possano più cambiare, convincendolo che le cose possono ancora cambiare nonostante tutto, e indicando che è necessario abbia anche la voglia di avere un nuovo o rinnovato obiettivo verso il quale andare.
Dunque: come EDUCATORE ti libero-da, e come ADDUCATORE ti aiuto a vedere la necessità che non basta essere liberi dalla malattia, occorre anche essere desiderosi di vivere. Se non c’è questo passaggio, non c’è autentica e piena possibilità di cambiamento o guarigione. Guarire non è mai dire soltanto: <Non voglio la malattia e le cose brutte>, ma è dire: <Vorrei guarire e/o cambiare perché per me è ancora importante fare qualcosa, è importante ancora la salute per poter fare questo o quello; amare questo o quello>.
Ciò rimanda ad un discorso sulla speranza: la speranza è mettere il domani nell’oggi; se non c’è un domani per cui valga la pena vivere, e nell’oggi c’è solo la sofferenza, allora si può anche non voler vivere!
Guarire, di fatto, non è solo togliere la malattia o il disagio; cioè non è solo liberare dal male in se stesso, ma è proporre l’idea di dover perseguire un bene, a favore di una vita che continua. Di solito chi soffre si ferma alla prima parte della frase (guarire è togliere il male), e forse per questo la guarigione non è mai del tutto tale!
Ad-ducere è dunque aiutare chi è stato liberato-da (edotto), a sentire che è ora libero per poter fare qualcosa di nuovo.
L’educatore-terapeuta che adduce è quello che accompagna il sofferente fino alla soglia della sua responsabilità nei confronti della scelta a favore della vita.
Quando il disagiato, o malato, o educando, ha scelto a favore della vita, il primo compito è praticamente finito, e la tecnicità e la professionalità faranno il resto.
C’è ancora un verbo che riguarda l’educare: esso è CON-DUCERE: l’educatore che conduce è colui che si fa compagno di viaggio. "Io non ti lascio solo ora in questo momento, sto con te…"
Noi, come terapeuti, educatori, accompagnatori, siamo chiamati a liberare dalla paura per condurre ed addurre verso un nuovo destino di vita; un destino che forse chi soffre in quel momento non vede perché ha paura della sua situazione negativa. Ma un diverso destino che io educatore so esistere, e ti propongo di avere fiducia nel fatto che esiste.
Ecco allora la completezza del verbo EDUCARE scomposto nelle sue tre accezioni: io e-duco, cioè libero da, tiro fuori da te, inizio il cammino; quindi con te faccio l’esodo, non ti lascio solo in questo momento; ti con-duco fuori dalla paura per ad-ducere te, farti vedere che il tuo compito è anche desiderare di vivere ancora per un motivo: per amare qualcuno, per poter avere la necessità di essere guarito. (Che bello se l’educatore stesso è, per primo, il testimone con la sua stessa vita di questo percorso!)… Magari non si toglie il male oggettivamente, ma si permette l’ampliamento della mente per essere in grado di riconsiderare la vita da un’altra posizione. È la guarigione dello spirito, dell’anima. Della fonte della vita.
Immaginiamo che il nostro lavoro di operatori sia simile a quello di guide di montagna, chiamate ad accompagnare persone in salita con un pesante fardello sulle spalle.
Se dobbiamo camminare, e ciò che ci rende pesante la salita è lo zaino, la prima azione da compiere è sistemare lo zaino per renderlo il più leggero possibile. In realtà importante non è che lo zaino sia leggero, ma che contenga tutto il necessario; in questo caso ne sopporto il peso, perché so che contiene cose indispensabili per la salita. Se ho il dubbio invece di avere messo qualcosa di troppo, sento lo zaino ancora più pesante di quello che è, e ciò che lo rende pesante non è solo quanto di inutile ci ho infilato, ma la mia irresponsabilità nell’aver preparato lo zaino. In altre parole quello che pesa è il senso di colpa o di irresponsabilità, il dubbio di non avere fatto tutto quello che si sarebbe potuto fare per rendere lo zaino più leggero; (lo si legga come simbolismo di eticità per l’esistenza…)
In un’intervista fatta a persone malate che si erano trovate all’improvviso in punto di morte (per infarto, ictus, o patologie simili), si è chiesto loro di cosa avessero avuto più paura in quel momento. Invece di rispondere, come ci si aspettava, che la paura più grande era quella di morire, la risposta data era relativa al fatto che, a causa della morte, non avrebbero più avuto il tempo per compiere tutto ciò che avrebbero dovuto o voluto fare, e invece sempre rimandato per…, perché intanto c’è tempo!
La paura non sembra essere soltanto la paura di morire, quanto la paura che venga tolto il tempo di vivere eventi significativi.
Ritornando dunque allo zaino, quando lo zaino sembra pesante proviamo a contare la quantità di amore che c’è in esso. Facciamo la conta di tutte le persone o le cose che per noi hanno un valore; quindi contiamo le preoccupazioni, e che sono ciò che rende pesante lo zaino.
Se il numero delle cose amate e delle preoccupazioni è uguale, lasciamo tutto così com’è, perché è normale essere preoccupati per le cose o le persone che amiamo; ma se le preoccupazioni sono maggiori, vuol dire che le preoccupazioni in più non sono dettate dalla paura che capiti qualcosa a qualcuno, o a qualcosa che amiamo, ma sono legate alla sola paura, che è il timore che capiti qualcosa di razionalmente non presumibile, calcolabile, valutabile…
Le preoccupazioni legate all’amore non sono pesanti, sono "giustificate", significative; sono pesanti quelle legate alla paura, e noi dobbiamo imparare a gestirle perché provocano una sofferenza inutile (paura che ci capiti qualcosa, paura che possa avvenire qualcosa che ci colga impreparati…).
Per quanto sia possibile si potrebbe tentare un primo aggiustamento esistenziale: giustificare, significare, attribuire ad ogni paura il nome di qualcosa o qualcuno che amiamo, e per il quale quella paura possa essere motivata e giustificata (questo è un abbozzo di pedagogia della sofferenza legata alla psicologia del malato). Ciò non significa essere contenti di avere paura o dolore, ma "contenti" di poter vivere ancora per qualcuno o qualcosa; e il dolore viene messo "in conto", accettato come presenza, ma solo se nella vita c’è ancora qualcosa o qualcuno che mi attende, e per arrivare al quale DEVO passare per la porta stretta.
A questo punto lo zaino va bene, è equilibrato nel senso di cui più sopra si è detto.
Questo esercizio, in senso lato, è un esercizio di educazione alla salute, cioè educazione ad una conversione della mente verso il positivo, là dove per automatismo di funzionamento, invece, la paura farebbe vedere solo ciò che è negativo: la mente umana sembra soprattutto calamitata dal negativo, ma ogni tanto occorre decidere di voler cambiare. L’esercizio descritto è un tentativo di psico-igiene che vale la pena provare ad attuare.
Asimmetrie
Soffermiamo la nostra attenzione su di un presupposto che ritengo importante in ogni attività formativa, educativa, sanitaria, assistenziale o terapeutica: nel rispetto dei principi dell’empatia, ai fini di attuare un adeguato intervento relazionale di aiuto, professionale o volontario, sarebbe buona cosa se chi aiuta e chi è aiutato non fossero nella stessa situazione psicologica o fisica, nella stessa "posizione esistenziale", almeno per quanto è relativo al motivo che causa l’atto di aiuto; in parole più semplici: chi aiuta dovrebbe "stare meglio" di chi è aiutato. Perché se siamo nella stessa condizione fisica, psicologica, di conoscenze, o nello stesso atteggiamento interiore di fronte alla vita (e all’eventuale malattia), non ci può essere una "sana" relazione di aiuto. Quella che, per essere tale, presuppone una non-uguaglianza tra i due. Una dinamica è l’empatia, cioè l’intuizione e comprensione di come sta l’altro nella SUA condizione (mentre io sono nella mia), altra dinamica è invece la simpatia, cioè il "sentire la stessa cosa, essere simili in condizione".
Tale presupposto non sottintende che vi sia una differenza umana nei termini di essere migliore o peggiore dell’altro, piuttosto significa che una differenza è necessaria tra i due attori (chi aiuta e chi è aiutato) per poter attuare un’azione di sollevamento, di aiuto al cambiamento, di aiuto alla fuoriuscita dell’altro dalla sua situazione, ai fini di cambiare, di crescere.
Questo non significa neppure che chi aiuta non dovrebbe avere nulla (altrimenti nessuno aiuterebbe alcuno!) piuttosto sottolinea la necessità per cui chi aiuta non dovrebbe essere nella stessa condizione di chi è aiutato, o almeno dovrebbe avere già assunto una posizione interiore di chiarificazione con se stesso, in merito a quel problema.
Se, ad esempio, io fossi un’assistente sociale e la settimana scorsa mi avessero sfrattato da casa e in questo momento non sapessi dove andare a dormire, se venisse da me qualcuno allo sportello e mi raccontasse che è stato sfrattato e ha bisogno di una casa, quando dovessi venire a conoscenza di un unico alloggio disponibile posso affermare che lo proporrei a quella persona invece di tenerlo per me, essendo nella sua stessa condizione? Forse sì, ma occorrerebbe una buona levatura etica e umana…o almeno la pre-decisione assunta e per la quale, nonostante la mia situazione, ho deciso che DI ME mi occuperò fuori dalla sede di lavoro, e sul lavoro utilizzerò le conoscenze per aiutare coloro che a me si rivolgono.
Questa è un esempio per rappresentare cosa significa il discorso per cui chi aiuta non dovrebbe essere nella stessa condizione di chi è aiutato…
Nella terza parte abbiamo trattato i sinonimi del termine EDUCARE. Ora approfondiamo: il gesto-sinonimo di con-ducere, che è lo STARE CON chi sta soffrendo (mentre siamo convinti che la sua situazione può ancora cambiare, che lui ha le possibilità per cambiare, e-ducere, e che noi lo aiuteremo per ritrovare un motivo per il quale ancora spendere la vita nonostante la sofferenza, ad-ducere e con-ducere), credo sia il motore principe dell’azione.
Non solo; se l’operare dovrebbe basarsi sui meccanismi attivati dalla fiducia, dalla speranza e dall’amore, domandiamoci: cos’è quell’e-ducere se non qualcosa che avviene perché c’è FIDUCIA che la persona possa ancora cambiare?
Che cos’è quell’ad-ducere, darsi uno scopo e una motivazione per andare avanti a vivere, se non la conseguenza dell’avere SPERANZA di poter vivere ancora un domani?
E che cos’è quel con-ducere se non l’AMORE con il quale viene messa in atto una relazione tale da permettere all’altro di non sentirsi solo?
Gli operatori sovente si accorgono che chi è in una situazione di disagio ha paura di essere abbandonato, isolato e di rimanere solo; allora un obiettivo dell’intervento (trasversale a quelli professionalmente propri) potrebbe essere quello di accogliere tra le proprie mani le paure dell’altro per permettergli, non più solo impegnato a consumare tutte le forze per gestirle, di utilizzare al meglio le energie a disposizione per andare avanti a vivere; nella certezza che la sua paura è in buone mani, e che non resterà mai solo, né abbandonato, né non amato (almeno da noi) a causa della situazione di malattia o disagio che sia, a causa di quello che ha contratto, e così via.
E’ importante che l’operatore sappia accogliere la paura di chi soffre, perché quando c’è una qualsiasi causa di sofferenza, l’essere umano entra in un circolo vizioso psico-affettivo che gli impedisce la realizzazione del potenziale di crescita o di cambiamento in suo possesso.
Approfondendo il tema delle paure nell’uomo, dal momento che dovremmo imparare ad accoglierle, possiamo identificarne a livello psicodinamico quattro fondamentali:
- 1. la paura di essere abbandonato, di essere o rimanere solo, di non essere amato;
- 2. la paura di non essere considerato, stimato, di non valere;
- 3. la paura di non essere all’altezza, di non farcela, di non avere le capacità per andare avanti, di non meritarsi la vita;
- 4. la paura che le cose non possano cambiare più, e che non sia più possibile vivere la vita che si sognava o progettava, la paura che tutto sia finito e si resterà sempre così.
A proposito dell'amore nella cura
Spesso la prima domanda che la persona si pone è: "Perché, perché a me? Dove ho sbagliato? Qual è la mia colpa? Per quale motivo mi è venuto questo? E adesso che mi è venuto questo mi vorranno ancora bene? Sarò ancora amabile? Mi staranno ancora vicini? Sarà ancora come prima oppure resterò solo, non ci sarà nessuno accanto a me?"
Di fatto, la grande paura è la paura fondamentale della solitudine, la paura dell’abbandono e dell’isolamento.
C’è un’unica modalità, credo, per affrontare e rispondere alle paure di chi soffre; e la modalità consiste nell’essere presenti con la forza dell’amore per dire all’altro: "Non ti preoccupare, io sto con te!". E poi lo si cura o aiuta con gli strumenti che ci appartengono per professione.
Qual è dunque l’obiettivo primo dell’azione di chi educa, cura e assiste e con-sola? Impedire alla persona di sentirsi non amata, sola, non amabile e non più degna di avere ancora qualcuno da amare nella propria esistenza.
In fondo la vita non è vera vita soltanto quando si riceve qualcosa dagli altri; la vita di fatto è vita vera quando è possibilità di mettere in atto in prima persona ancora qualcosa.
Qui si realizza la vita: nel fatto di poter ancora in prima persona amare qualcun altro o qualcos’altro.
Certo, è importante essere ricambiati, ma è fondamentale il poter amare, non soltanto l’essere amati. Anzi, è importante il poter amare e l’essere amati avendo la garanzia che sarò sempre amato e sarò sempre con qualcuno che mi aiuterà, e continuerà ad essere presente con me, anche quando ci saranno cause esistenziali che potrebbero rendermi non più amabile, e farmi rimanere solo.
Se è importante nella vita non soltanto l’essere amati, ma avere la possibilità di amare, ancora individuiamo un altro obiettivo dell’azione d’aiuto: amare, per permettere all’altro di amare.
Il nostro è un attuare azioni per permettere all’altro di amare ancora a sua volta, nella vita, qualcuno o qualcosa, rassicurato dalla nostra presenza e sostegno.
Il nostro è un lavorare-amare che libera dalle paure che opprimono la vita, per permettere alla persona che sta vivendo una situazione di disagio di avere la voglia e il coraggio di vivere ancora qualcosa nella propria esistenza.
Sì, perché c’è ancora dell’altro da vivere…
Questa sia l’azione dell’operatore: appianare la strada con una presenza, con una garanzia di presenza… "Stai tranquillo, io non ti abbandono, io ci sarò e ti aiuto ad andare avanti per quel motivo per il quale tu vorrai andare avanti; io che ho la certezza, la sicurezza e la fiducia che tu potrai ancora modificare la tua esistenza, perché la tua esistenza è ancora modificabile e cambiabile nonostante tutto".
Già,…ma se noi non abbiamo la capacità di amare per permettere all’altro di avere il desiderio di amare la vita, l’altro da chi apprende che è bello, nonostante tutto, andare avanti, nonostante le difficoltà, e quindi sentirsi vivo? Chi è che può dargli questa testimonianza?
Credo che l’operatore sia colui che mette in atto una "dinamica di amore" per dare anche testimonianza di come si sta bene a vivere, per quante disgrazie ci possano essere; e con questo contagio dell’amore fa venire voglia all’altro di mettere in atto nella vita atti d’amore, nonostante tutto.
Per continuare a vivere, nonostante i disagi o la sofferenza.
Come operatori non siamo chiamati soltanto a dare testimonianza dell’importanza della solidarietà, siamo piuttosto chiamati a usare la solidarietà per dare testimonianza di qualcosa.
Allora di che cosa si vuole dare testimonianza?
Pongo a me la domanda: "Paolo, tu di cosa vuoi dare testimonianza? Di cosa ti senti forte e capace e fiducioso e coraggioso per dare testimonianza e coraggio all’altro per andare avanti a vivere nonostante tutto, e soprattutto in questo momento in cui lui vede un oggi che non va?"
Io sono così capace, voglioso, desideroso, amante della vita nonostante tutto, al punto da dare a lui la forza, il coraggio, l’entusiasmo, il contagio di voler desiderare di andare avanti a vivere, nonostante tutto?
E rivolgo a tale fine a me ancora una domanda: "Io, Paolo, come mi atteggio quando mi capita qualcosa nella vita che non vorrei?"
Dalla risposta a questa domanda dipende tutto il nostro stile d’intervento come operatori o volontari, visto che non possiamo che mettere in atto quello che siamo!
Dunque: "Quando mi capita qualcosa che non vorrei io, Paolo, sono uno che si abbatte soltanto, che maledice, che si chiede solo e continuamente: "Perché a me?"; oppure sono uno che, dopo essersi abbattuto, dice: "Ok, non lo vorrei, ma cosa posso fare per andare avanti a vivere visto che sono ancora in vita?""
Se io Paolo sono uno che cerca di mettere in atto ancora tutte le possibili risposte per continuare con dignità la propria esistenza, allora posso tentare di essere un capace testimone per l’altro; se invece sono uno che soltanto si abbatte quando succede qualcosa di negativo, come faccio ad essere testimone che anche nelle difficoltà si può andare avanti a vivere? Come faccio, se non ci credo? Vi sono situazioni in cui la sola conoscenza di tecniche non basta, perché è l’umanità che passa e lo stato d’animo ci diverrebbe ambivalente ed ambiguo; con il rischio di mandare all’altro doppi messaggi.
E’ bella l’azione dell'operatore quando, autentico e capace di amare, diventa anche testimone capace di permettere all’altro di avere voglia di amare, di avere ancora la voglia di provare la gioia di dare amore nella vita, sino al prossimo istante…
copyright © Educare.it - Anno IV, Numero 6, Maggio 2004

