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Educare alla salute - A proposito dell'amore nella cura

 

A proposito dell'amore nella cura

Spesso la prima domanda che la persona si pone è: "Perché, perché a me? Dove ho sbagliato? Qual è la mia colpa? Per quale motivo mi è venuto questo? E adesso che mi è venuto questo mi vorranno ancora bene? Sarò ancora amabile? Mi staranno ancora vicini? Sarà ancora come prima oppure resterò solo, non ci sarà nessuno accanto a me?"
Di fatto, la grande paura è la paura fondamentale della solitudine, la paura dell’abbandono e dell’isolamento.
C’è un’unica modalità, credo, per affrontare e rispondere alle paure di chi soffre; e la modalità consiste nell’essere presenti con la forza dell’amore per dire all’altro: "Non ti preoccupare, io sto con te!". E poi lo si cura o aiuta con gli strumenti che ci appartengono per professione.
Qual è dunque l’obiettivo primo dell’azione di chi educa, cura e assiste e con-sola? Impedire alla persona di sentirsi non amata, sola, non amabile e non più degna di avere ancora qualcuno da amare nella propria esistenza.
In fondo la vita non è vera vita soltanto quando si riceve qualcosa dagli altri; la vita di fatto è vita vera quando è possibilità di mettere in atto in prima persona ancora qualcosa.
Qui si realizza la vita: nel fatto di poter ancora in prima persona amare qualcun altro o qualcos’altro.
Certo, è importante essere ricambiati, ma è fondamentale il poter amare, non soltanto l’essere amati. Anzi, è importante il poter amare e l’essere amati avendo la garanzia che sarò sempre amato e sarò sempre con qualcuno che mi aiuterà, e continuerà ad essere presente con me, anche quando ci saranno cause esistenziali che potrebbero rendermi non più amabile, e farmi rimanere solo.
Se è importante nella vita non soltanto l’essere amati, ma avere la possibilità di amare, ancora individuiamo un altro obiettivo dell’azione d’aiuto: amare, per permettere all’altro di amare.
Il nostro è un attuare azioni per permettere all’altro di amare ancora a sua volta, nella vita, qualcuno o qualcosa, rassicurato dalla nostra presenza e sostegno.

Il nostro è un lavorare-amare che libera dalle paure che opprimono la vita, per permettere alla persona che sta vivendo una situazione di disagio di avere la voglia e il coraggio di vivere ancora qualcosa nella propria esistenza.
Sì, perché c’è ancora dell’altro da vivere…
Questa sia l’azione dell’operatore: appianare la strada con una presenza, con una garanzia di presenza… "Stai tranquillo, io non ti abbandono, io ci sarò e ti aiuto ad andare avanti per quel motivo per il quale tu vorrai andare avanti; io che ho la certezza, la sicurezza e la fiducia che tu potrai ancora modificare la tua esistenza, perché la tua esistenza è ancora modificabile e cambiabile nonostante tutto".
Già,…ma se noi non abbiamo la capacità di amare per permettere all’altro di avere il desiderio di amare la vita, l’altro da chi apprende che è bello, nonostante tutto, andare avanti, nonostante le difficoltà, e quindi sentirsi vivo? Chi è che può dargli questa testimonianza?

Credo che l’operatore sia colui che mette in atto una "dinamica di amore" per dare anche testimonianza di come si sta bene a vivere, per quante disgrazie ci possano essere; e con questo contagio dell’amore fa venire voglia all’altro di mettere in atto nella vita atti d’amore, nonostante tutto.
Per continuare a vivere, nonostante i disagi o la sofferenza.

Come operatori non siamo chiamati soltanto a dare testimonianza dell’importanza della solidarietà, siamo piuttosto chiamati a usare la solidarietà per dare testimonianza di qualcosa.
Allora di che cosa si vuole dare testimonianza?
Pongo a me la domanda: "Paolo, tu di cosa vuoi dare testimonianza? Di cosa ti senti forte e capace e fiducioso e coraggioso per dare testimonianza e coraggio all’altro per andare avanti a vivere nonostante tutto, e soprattutto in questo momento in cui lui vede un oggi che non va?"
Io sono così capace, voglioso, desideroso, amante della vita nonostante tutto, al punto da dare a lui la forza, il coraggio, l’entusiasmo, il contagio di voler desiderare di andare avanti a vivere, nonostante tutto?
E rivolgo a tale fine a me ancora una domanda: "Io, Paolo, come mi atteggio quando mi capita qualcosa nella vita che non vorrei?"
Dalla risposta a questa domanda dipende tutto il nostro stile d’intervento come operatori o volontari, visto che non possiamo che mettere in atto quello che siamo!
Dunque: "Quando mi capita qualcosa che non vorrei io, Paolo, sono uno che si abbatte soltanto, che maledice, che si chiede solo e continuamente: "Perché a me?"; oppure sono uno che, dopo essersi abbattuto, dice: "Ok, non lo vorrei, ma cosa posso fare per andare avanti a vivere visto che sono ancora in vita?""

Se io Paolo sono uno che cerca di mettere in atto ancora tutte le possibili risposte per continuare con dignità la propria esistenza, allora posso tentare di essere un capace testimone per l’altro; se invece sono uno che soltanto si abbatte quando succede qualcosa di negativo, come faccio ad essere testimone che anche nelle difficoltà si può andare avanti a vivere? Come faccio, se non ci credo? Vi sono situazioni in cui la sola conoscenza di tecniche non basta, perché è l’umanità che passa e lo stato d’animo ci diverrebbe ambivalente ed ambiguo; con il rischio di mandare all’altro doppi messaggi.

E’ bella l’azione dell'operatore quando, autentico e capace di amare, diventa anche testimone capace di permettere all’altro di avere voglia di amare, di avere ancora la voglia di provare la gioia di dare amore nella vita, sino al prossimo istante…


 

copyright © Educare.it - Anno IV, Numero 6, Maggio 2004