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Educare alla salute - L'educatore terapeuta
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L'educatore terapeuta
In merito all’essere educatori-terapeuti, desidero ora riflettere su tre verbi (latini) che ci possono aiutare nel comprendere al senso profondo dell’essere educatori ed "educatori alla alute".
Educare, ben lo sappiamo, deriva da e-ducere, ossia: tirare fuori; cioè tirare fuori dalla persona qualcosa che è in lei; non è dunque solo l’atto dell’educatore quello di chi apporta qualcosa di nuovo, ma è il gesto di colui che fa sì che emerga qualcosa che il malato, o l’educando, ha in sé, e di cui finora forse non aveva avuto conoscenza o bisogno. Ma E-ducere ha anche un altro significato: il secondo è "ducere–da" cioè: uscire fuori. Questo tirare fuori è un piccolo esodo, cioè uscire fuori da una situazione per entrare in un’altra: noi possiamo accompagnare in questo esodo la persona che soffre, o che sta crescendo, e aiutarla nel percorrere la strada che la porta ad una nuova libertà, della e nella verità. Chi educa o aiuta, per primo, dovrebbe avere la convinzione che la persona può ancora avere (o almeno vedere) cambiata la sua situazione, uscendone (E-ducere), forti dell’altra convinzione secondo cui è la persona stessa che ha in sé le forze da tirare fuori (E-ducere) per attuare il cambiamento.
Il secondo termine latino che ha significato collegato all’educare è: AD-DUCERE, ovvero portare verso una meta, "condurre a".
Colui che educa lo fa. Cioè: libera chi soffre dalle convinzioni legate alla paura che nulla possa cambiare, per portarlo verso una nuova meta; accompagnandolo verso il sentire la necessità di avere una nuova meta, perchè avendo una nuova meta avrà anche una maggiore forza d’animo per cambiare e superare il disagio del momento.
Ad-ducere è dunque un liberare-da, al fine di liberare-per. E-ducere è tirare fuori l’educando o il malato dalle sue convinzioni nevrotiche che le cose non possano più cambiare, convincendolo che le cose possono ancora cambiare nonostante tutto, e indicando che è necessario abbia anche la voglia di avere un nuovo o rinnovato obiettivo verso il quale andare.
Dunque: come EDUCATORE ti libero-da, e come ADDUCATORE ti aiuto a vedere la necessità che non basta essere liberi dalla malattia, occorre anche essere desiderosi di vivere. Se non c’è questo passaggio, non c’è autentica e piena possibilità di cambiamento o guarigione. Guarire non è mai dire soltanto: <Non voglio la malattia e le cose brutte>, ma è dire: <Vorrei guarire e/o cambiare perché per me è ancora importante fare qualcosa, è importante ancora la salute per poter fare questo o quello; amare questo o quello>.
Ciò rimanda ad un discorso sulla speranza: la speranza è mettere il domani nell’oggi; se non c’è un domani per cui valga la pena vivere, e nell’oggi c’è solo la sofferenza, allora si può anche non voler vivere!
Guarire, di fatto, non è solo togliere la malattia o il disagio; cioè non è solo liberare dal male in se stesso, ma è proporre l’idea di dover perseguire un bene, a favore di una vita che continua. Di solito chi soffre si ferma alla prima parte della frase (guarire è togliere il male), e forse per questo la guarigione non è mai del tutto tale!
Ad-ducere è dunque aiutare chi è stato liberato-da (edotto), a sentire che è ora libero per poter fare qualcosa di nuovo.
L’educatore-terapeuta che adduce è quello che accompagna il sofferente fino alla soglia della sua responsabilità nei confronti della scelta a favore della vita.
Quando il disagiato, o malato, o educando, ha scelto a favore della vita, il primo compito è praticamente finito, e la tecnicità e la professionalità faranno il resto.
C’è ancora un verbo che riguarda l’educare: esso è CON-DUCERE: l’educatore che conduce è colui che si fa compagno di viaggio. "Io non ti lascio solo ora in questo momento, sto con te…"
Noi, come terapeuti, educatori, accompagnatori, siamo chiamati a liberare dalla paura per condurre ed addurre verso un nuovo destino di vita; un destino che forse chi soffre in quel momento non vede perché ha paura della sua situazione negativa. Ma un diverso destino che io educatore so esistere, e ti propongo di avere fiducia nel fatto che esiste.
Ecco allora la completezza del verbo EDUCARE scomposto nelle sue tre accezioni: io e-duco, cioè libero da, tiro fuori da te, inizio il cammino; quindi con te faccio l’esodo, non ti lascio solo in questo momento; ti con-duco fuori dalla paura per ad-ducere te, farti vedere che il tuo compito è anche desiderare di vivere ancora per un motivo: per amare qualcuno, per poter avere la necessità di essere guarito. (Che bello se l’educatore stesso è, per primo, il testimone con la sua stessa vita di questo percorso!)… Magari non si toglie il male oggettivamente, ma si permette l’ampliamento della mente per essere in grado di riconsiderare la vita da un’altra posizione. È la guarigione dello spirito, dell’anima. Della fonte della vita.
Immaginiamo che il nostro lavoro di operatori sia simile a quello di guide di montagna, chiamate ad accompagnare persone in salita con un pesante fardello sulle spalle.
Se dobbiamo camminare, e ciò che ci rende pesante la salita è lo zaino, la prima azione da compiere è sistemare lo zaino per renderlo il più leggero possibile. In realtà importante non è che lo zaino sia leggero, ma che contenga tutto il necessario; in questo caso ne sopporto il peso, perché so che contiene cose indispensabili per la salita. Se ho il dubbio invece di avere messo qualcosa di troppo, sento lo zaino ancora più pesante di quello che è, e ciò che lo rende pesante non è solo quanto di inutile ci ho infilato, ma la mia irresponsabilità nell’aver preparato lo zaino. In altre parole quello che pesa è il senso di colpa o di irresponsabilità, il dubbio di non avere fatto tutto quello che si sarebbe potuto fare per rendere lo zaino più leggero; (lo si legga come simbolismo di eticità per l’esistenza…)
In un’intervista fatta a persone malate che si erano trovate all’improvviso in punto di morte (per infarto, ictus, o patologie simili), si è chiesto loro di cosa avessero avuto più paura in quel momento. Invece di rispondere, come ci si aspettava, che la paura più grande era quella di morire, la risposta data era relativa al fatto che, a causa della morte, non avrebbero più avuto il tempo per compiere tutto ciò che avrebbero dovuto o voluto fare, e invece sempre rimandato per…, perché intanto c’è tempo!
La paura non sembra essere soltanto la paura di morire, quanto la paura che venga tolto il tempo di vivere eventi significativi.
Ritornando dunque allo zaino, quando lo zaino sembra pesante proviamo a contare la quantità di amore che c’è in esso. Facciamo la conta di tutte le persone o le cose che per noi hanno un valore; quindi contiamo le preoccupazioni, e che sono ciò che rende pesante lo zaino.
Se il numero delle cose amate e delle preoccupazioni è uguale, lasciamo tutto così com’è, perché è normale essere preoccupati per le cose o le persone che amiamo; ma se le preoccupazioni sono maggiori, vuol dire che le preoccupazioni in più non sono dettate dalla paura che capiti qualcosa a qualcuno, o a qualcosa che amiamo, ma sono legate alla sola paura, che è il timore che capiti qualcosa di razionalmente non presumibile, calcolabile, valutabile…
Le preoccupazioni legate all’amore non sono pesanti, sono "giustificate", significative; sono pesanti quelle legate alla paura, e noi dobbiamo imparare a gestirle perché provocano una sofferenza inutile (paura che ci capiti qualcosa, paura che possa avvenire qualcosa che ci colga impreparati…).
Per quanto sia possibile si potrebbe tentare un primo aggiustamento esistenziale: giustificare, significare, attribuire ad ogni paura il nome di qualcosa o qualcuno che amiamo, e per il quale quella paura possa essere motivata e giustificata (questo è un abbozzo di pedagogia della sofferenza legata alla psicologia del malato). Ciò non significa essere contenti di avere paura o dolore, ma "contenti" di poter vivere ancora per qualcuno o qualcosa; e il dolore viene messo "in conto", accettato come presenza, ma solo se nella vita c’è ancora qualcosa o qualcuno che mi attende, e per arrivare al quale DEVO passare per la porta stretta.
A questo punto lo zaino va bene, è equilibrato nel senso di cui più sopra si è detto.
Questo esercizio, in senso lato, è un esercizio di educazione alla salute, cioè educazione ad una conversione della mente verso il positivo, là dove per automatismo di funzionamento, invece, la paura farebbe vedere solo ciò che è negativo: la mente umana sembra soprattutto calamitata dal negativo, ma ogni tanto occorre decidere di voler cambiare. L’esercizio descritto è un tentativo di psico-igiene che vale la pena provare ad attuare.

