Stop the genocide poster

  • Categoria: Monografie

Educare alla salute - L'educatore inteprete ed idealista

 

L'educatore inteprete ed idealista

Il nostro essere operatori psico-educativi dovrebbe partire dalla convinzione che l’essere umano ha sempre la possibilità di uscire dalla situazione in cui si trova, per ri-modellare ancora qualcosa di nuovo; il vero educatore-operatore è colui che, convinto di ciò, cercherà con tutte le strategie possibili di permettere a chi accompagna di andare avanti ancora a vivere. Magari in un modo diverso da prima, visto che forse non può più farlo secondo le modalità che erano possibili prima della sofferenza o del disagio, e proprio a causa del disagio, ma comunque sempre procedendo verso il futuro.

Siamo chiamati a lavorare per il benessere integrale delle persone che incontriamo; persone che sono colte in una stagione decisiva della loro esistenza, e decisiva per il fatto che in essa devono decidere, cioè mettere in atto, la scelta circa cosa voler fare della propria vita ora che non è più com’era prima. Siamo chiamati ad essere educatori con la volontà di riunire, collegare insieme, rivedere i vari pezzi della situazione e, cogliendo tutti gli spunti di libertà ancora possibili, ricucirli insieme e, con la persona aiutata, fare con i vecchi ingredienti un nuovo piatto.
In un certo senso siamo chiamati a ri-creare: creare "di nuovo" qualcosa che la persona pensa non sia più possibile.

Educare alla salute è sempre un liberare, è aiutare le persone ad aprire gli occhi e la mente perché possano ancora comprendere il senso della vita e quale senso (o significato) possono ancora realizzare nella loro vita; spesso il sofferente è un miope, perché vede solo le cose che gli stanno immediatamente vicine, cioè la malattia, e non riesce ad andare più in là e vedere oltre.

Allora l’intervento di educatori alla salute potrebbe essere quello di aiutare a far partorire nella mente della persona che si accompagna la convinzione che può ancora rinnovare la vita, ricreare la vita; partendo da ciò che ha, per andare avanti verso dove vuole andare, purché voglia andare da qualche parte.
L’educatore alla salute può essere come un occhiale per chi è miope a causa della sofferenza; è colui che aiuta quel "miope della vita" a vedere un po’ più in là di quanto non veda in quel momento.

Egli, per aiutare al meglio, dovrebbe saper essere un interprete ed un idealista.

L’interprete è colui che sa leggere un evento per tradurlo nel linguaggio di un'altra persona che non sa comprenderlo nel modo come è stato scritto o detto, o per come viene proposto.
Essere interprete vuol dire tradurre la vita nel linguaggio dell’altro, il sofferente nel nostro caso, affinché trovi il modo per riempire al meglio il tempo che ha ancora da vivere; essere interprete significa leggere con chi soffre gli eventi della (sua) vita, per riuscire a scorgere tra le righe ciò che non appare immediatamente; è saper leggere, oltre alle righe scritte, anche gli spazi bianchi e vedere gli spazi bianchi come spazi di libertà nei quali si può ancora scrivere. Per il sofferente lo spazio di libertà è rappresentato da tutte le cose che può ancora fare, nonostante lo spazio occupato dalla malattia ("righe scritte").
L’interprete è colui che contestualizza il momento di malattia o di disagio, e lo inserisce in un contesto di vita che è molto più ampio della malattia stessa; lo fa perché è convinto, come interprete, che la lettura del testo che è il disagio o la malattia vada fatta in un'altra lingua; inserito in un con-testo più ampio.
Il buon interprete è colui che quando guarda un sofferente sa guardare sia a ciò che vi è di malato nell’uomo, sia a ciò che è ancora sano nel suo essere malato. Il buon interprete sa leggere per e con il sofferente il significato che può ancora avere il suo essere in vita; sì, perché e ancora in vita, nonostante la malattia o la causa del disagio, e di questo tante volte i sofferenti sono poco consapevoli…

L’idealista è colui che riesce a sognare ad occhi aperti il futuro più concreto possibile per la persona che ha di fronte. E’ idealista l’operatore – educatore che ha la convinzione che non si dovrebbe mai cedere del tutto nelle situazioni di difficoltà o di crisi; è idealista quando è convinto che, finché c’è un oggi, c’è sempre anche un domani.
Essere idealisti non significa offrire illusioni, non è dire a una persona che sta bene mentre si lamenta perché sta male, ma è dire ad una persona che, nonostante il suo stare male, c’è qualcosa che può ancora essere fatto, e che può essere fatto insieme.
Essere idealisti significa essere dei convinti che c’è ancora uno spazio di vita nonostante tutto.
Il saggio ed equilibrato idealista è un portatore di speranza, convinto che, anche se restano solo tre minuti da vivere, questi sono ancora vita, e comunque ci può essere tutta un’altra Vita oltre. Chi soffre non ha quest’ottica, perché vede solo i tre minuti che gli restano e null’altro; spetta a chi lo aiuta comunicargli la convinzione che si può andare oltre... 
L’operatore idealista ha il coraggio di offrire la testimonianza del valore della vita nonostante ciò che si sta soffrendo, e lo dimostra stando accanto alla persona proprio nel momento della sofferenza.
Per questi motivi essere idealisti non è un difetto della concretezza, ma un pregio, perché fonte di energia per l’altro.

Educare alla salute è dunque aiutare chi soffre ad intravedere gli spazi bianchi nelle pagine scritte della vita, nonostante le parti scritte; perchè è compito dell’uomo riempire tutti quanti gli spazi, e nessuna parte di vita dev’essere, per pre-giudizio, già vista come composta solo di spazi tutti pieni. C’è sempre un piccolo spazio bianco, fosse anche solo un angolino: quello è il nostro spazio di libertà, lo spazio dove ancora c’è salute. Lo spazio dove può ancora essere vissuto qualcosa di sano, lo spazio per poter fare qualcosa di attivo. In un’immagine: lo spazio per vivere ancora.

C’è ancora un’altra caratteristica che dovrebbe essere propria dell’educatore alla salute, ed è l’essere una persona gioiosa.
Se vogliamo essere testimoni del valore della vita, sempre, non possiamo essere tristi; neppure quando la vita è, di fatto, mostruosamente brutta. Se non riusciamo noi a dare coraggio, forza, speranza alle persone sofferenti, chi lo farà?
E noi possiamo farlo perché cerchiamo e interpretiamo la presenza anche di un solo puntino bianco in mezzo a tante righe scritte in nero cupo, e siamo idealisti perché quel puntino bianco lo cerchiamo anche quando non è subito evidente, e siamo allora anche degli esteti perché amiamo e vediamo il bello di quel solo puntino bianco in mezzo ad un chilometro quadrato di pagina scritta con storie nere cupe. 
(N.d.A.: i verbi all’indicativo vogliono rappresentare uno stimolo anche per noi!).