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Educare alla salute - Asimmetrie
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Asimmetrie
Soffermiamo la nostra attenzione su di un presupposto che ritengo importante in ogni attività formativa, educativa, sanitaria, assistenziale o terapeutica: nel rispetto dei principi dell’empatia, ai fini di attuare un adeguato intervento relazionale di aiuto, professionale o volontario, sarebbe buona cosa se chi aiuta e chi è aiutato non fossero nella stessa situazione psicologica o fisica, nella stessa "posizione esistenziale", almeno per quanto è relativo al motivo che causa l’atto di aiuto; in parole più semplici: chi aiuta dovrebbe "stare meglio" di chi è aiutato. Perché se siamo nella stessa condizione fisica, psicologica, di conoscenze, o nello stesso atteggiamento interiore di fronte alla vita (e all’eventuale malattia), non ci può essere una "sana" relazione di aiuto. Quella che, per essere tale, presuppone una non-uguaglianza tra i due. Una dinamica è l’empatia, cioè l’intuizione e comprensione di come sta l’altro nella SUA condizione (mentre io sono nella mia), altra dinamica è invece la simpatia, cioè il "sentire la stessa cosa, essere simili in condizione".
Tale presupposto non sottintende che vi sia una differenza umana nei termini di essere migliore o peggiore dell’altro, piuttosto significa che una differenza è necessaria tra i due attori (chi aiuta e chi è aiutato) per poter attuare un’azione di sollevamento, di aiuto al cambiamento, di aiuto alla fuoriuscita dell’altro dalla sua situazione, ai fini di cambiare, di crescere.
Questo non significa neppure che chi aiuta non dovrebbe avere nulla (altrimenti nessuno aiuterebbe alcuno!) piuttosto sottolinea la necessità per cui chi aiuta non dovrebbe essere nella stessa condizione di chi è aiutato, o almeno dovrebbe avere già assunto una posizione interiore di chiarificazione con se stesso, in merito a quel problema.
Se, ad esempio, io fossi un’assistente sociale e la settimana scorsa mi avessero sfrattato da casa e in questo momento non sapessi dove andare a dormire, se venisse da me qualcuno allo sportello e mi raccontasse che è stato sfrattato e ha bisogno di una casa, quando dovessi venire a conoscenza di un unico alloggio disponibile posso affermare che lo proporrei a quella persona invece di tenerlo per me, essendo nella sua stessa condizione? Forse sì, ma occorrerebbe una buona levatura etica e umana…o almeno la pre-decisione assunta e per la quale, nonostante la mia situazione, ho deciso che DI ME mi occuperò fuori dalla sede di lavoro, e sul lavoro utilizzerò le conoscenze per aiutare coloro che a me si rivolgono.
Questa è un esempio per rappresentare cosa significa il discorso per cui chi aiuta non dovrebbe essere nella stessa condizione di chi è aiutato…
Nella terza parte abbiamo trattato i sinonimi del termine EDUCARE. Ora approfondiamo: il gesto-sinonimo di con-ducere, che è lo STARE CON chi sta soffrendo (mentre siamo convinti che la sua situazione può ancora cambiare, che lui ha le possibilità per cambiare, e-ducere, e che noi lo aiuteremo per ritrovare un motivo per il quale ancora spendere la vita nonostante la sofferenza, ad-ducere e con-ducere), credo sia il motore principe dell’azione.
Non solo; se l’operare dovrebbe basarsi sui meccanismi attivati dalla fiducia, dalla speranza e dall’amore, domandiamoci: cos’è quell’e-ducere se non qualcosa che avviene perché c’è FIDUCIA che la persona possa ancora cambiare?
Che cos’è quell’ad-ducere, darsi uno scopo e una motivazione per andare avanti a vivere, se non la conseguenza dell’avere SPERANZA di poter vivere ancora un domani?
E che cos’è quel con-ducere se non l’AMORE con il quale viene messa in atto una relazione tale da permettere all’altro di non sentirsi solo?
Gli operatori sovente si accorgono che chi è in una situazione di disagio ha paura di essere abbandonato, isolato e di rimanere solo; allora un obiettivo dell’intervento (trasversale a quelli professionalmente propri) potrebbe essere quello di accogliere tra le proprie mani le paure dell’altro per permettergli, non più solo impegnato a consumare tutte le forze per gestirle, di utilizzare al meglio le energie a disposizione per andare avanti a vivere; nella certezza che la sua paura è in buone mani, e che non resterà mai solo, né abbandonato, né non amato (almeno da noi) a causa della situazione di malattia o disagio che sia, a causa di quello che ha contratto, e così via.
E’ importante che l’operatore sappia accogliere la paura di chi soffre, perché quando c’è una qualsiasi causa di sofferenza, l’essere umano entra in un circolo vizioso psico-affettivo che gli impedisce la realizzazione del potenziale di crescita o di cambiamento in suo possesso.
Approfondendo il tema delle paure nell’uomo, dal momento che dovremmo imparare ad accoglierle, possiamo identificarne a livello psicodinamico quattro fondamentali:
- 1. la paura di essere abbandonato, di essere o rimanere solo, di non essere amato;
- 2. la paura di non essere considerato, stimato, di non valere;
- 3. la paura di non essere all’altezza, di non farcela, di non avere le capacità per andare avanti, di non meritarsi la vita;
- 4. la paura che le cose non possano cambiare più, e che non sia più possibile vivere la vita che si sognava o progettava, la paura che tutto sia finito e si resterà sempre così.

