- Categoria: Monografie
La relazione che aiuta: counseling e PNEI
Article Index
"Tutti gli esseri umani vogliono sicurezza (cibo, vestito e riparo) e desiderano amore e approvazione; essi bramano anche varietà, avventura, progresso compreso l'apprendimento, e, in vario grado, cercano un bene ultimo, la forza etica che l'uomo vede in Dio o nella sua religione.
Molti operatori della salute, in tutte le età, hanno notato la difficoltà o addirittura l'impossibilità di separare le attività che riguardano la salute dal modello totale di vita.
Una attività per la salute che ignori qualcuno dei bisogni fondamentali lotta contro natura, una forza indomabile, una alleata incomparabile.
Perciò il piano di assistenza deve essere fatto riconoscendo che la persona in cura tende costantemente alla sicurezza, approvazione, amore, avventura, istruzione e a un rinnovamento della sua fede in Dio o in un principio etico universale.
Gli operatori sanitari non possono rispondere a tutti questi bisogni del paziente, ma possono aiutarlo a creare condizioni o a impostare un piano che renda possibile la soddisfazione di queste esigenze.
Un malato soffre non tanto per la malattia quanto per la minaccia che ne deriva alla sua sicurezza economica, ai suoi rapporti con gli altri, alle sue attività che danno varietà e piacere alla vita. La malattia può anche minacciare la fede del paziente nella bontà ultima della vita; egli non può credere in un Dio che permetta che accadano cose così terribili. Possono credere di aver perso il favore di Dio e considerare la malattia una punizione.
Perciò il piano di assistenza deve essere fatto riconoscendo che la persona in cura tende costantemente alla sicurezza, approvazione, amore, avventura, istruzione e a un rinnovamento della sua fede in Dio o in un principio etico universale."
(HENDERSON V., NITE G. Principles and Practice of Caring, sixth edition, Macmillan Publishing Co., INC., New York, 1978)
Il Counseling
L'Organizzazione Mondiale della Sanità definisce il Counseling come un processo estremamente focalizzato, limitato nel tempo e specifico. Tramite il dialogo e l'interazione personale, aiuta gli individui a risolvere o gestire problemi e a rispondere, nel modo più ragionevole e possibile per le capacità e possibilità di ciascuno, a forme di disagio ed a bisogni psicosociali.
Il Counseling è uno strumento principe per permettere che vengano attivate le strategie personali di Coping, cioè gli adattamenti che consentono di far fronte alle situazioni di disagio nella vita
Dal punto di vista sanitario ed assistenziale il Counseling, pur non costituendo una pratica psicoterapeutica, rappresenta una valida relazione di aiuto che caratterizza la diade operatore-sofferente, e consiste in un processo di comunicazione (verbale e non-verbale) mediante il quale l'operatore entra in empatia nel mondo di chi vive il disagio, sia questo di natura fisica, psicologica, relazionale o esistenziale. Attraverso l'empatia l'operatore può interferire strategicamente nella mentalità dell'aiutato e nei suoi meccanismi decisionali, allo scopo di aiutarlo a sviluppare motivazioni, risorse personali e comportamenti adattivi che siano funzionali al suo benessere psicofisico.
Gli obiettivi di questo scambio comunicativo sono sintetizzabili dunque nella prevenzione e nel coping di malattie e disturbi psichici o funzionali, nelle situazioni esistenziali di disagio, mediante la decisione e l'attuazione di comportamento idonei. Da soli o aiutati.
Il Counseling è un processo in cui gli individui sono aiutati a definire obiettivi, prendere decisioni, risolvere problemi in rapporto a difficoltà personali, sociali, educative e/o di lavoro. Scopo fondamentale è consentire all'individuo, attraverso tecniche appropriate di relazione e di colloquio (un modo del tutto umano e personale di stare-con), una visione realistica di sé in modo da affrontare meglio la propria situazione esistenziale, e le proprie scelte, sviluppando al massimo le risorse possibili e l'autonomia. Essere liberi vuole dire prima di tutto conoscere se stessi, i propri limiti, i propri pregi e gli stretti legami che ci collegano alla realtà di cui facciamo parte. E' un percorso di crescita personale che le persone possono intraprendere anche con l'ausilio di una nuova figura professionale: il Counselor. Questi è il professionista della relazione, e della relazione che mira alla "ri-animazione" della persona che aiuta: se l'anima è ciò che smuove la persona a vivere, ri-animare è l'operazione propria di far tornare alla vita chi, per una qualsiasi causa, sta perdendo il senso e il desiderio di vivere.
Lo scopo del Counseling è pertanto quello di offrire alla persona l'opportunità di esplorare, scoprire e rendere chiari gli schemi di pensiero e di azione, per vivere più congruentemente, vale a dire aumentando il proprio livello di consapevolezza, facendo un migliore uso delle proprie risorse rispetto ai propri bisogni e desideri, e pervenendo ad un grado maggiore di benessere. Vi è il Counselor in senso stretto, inteso come figura professionale; ma vi è anche la possibilità di imparare ad essere counselor nell'ambito della propria professione, allora vi sarà un counseling nell'assistenza dei malati, nella riabilitazione e nell'attività pedagogica ed educativa in senso lato.
A cosa serve tutto questo? A far stare bene chi soffre, certo. È la prima intenzione. Lo diciamo e ripetiamo, se necessario. Ma ora azzardiamo una riflessione più ampia, più comprensiva.
La Relazione di Counseling ha come obiettivo quello di permettere a chi soffre di sentirsi bene-con, e magari grazie a questo rapporto avere pensieri meno solo-pessimisti, e magari poter ancora provare emozioni positive; tutto ciò può attivare meccanismi fisiologicamente naturali volti al recupero della salute secondo la piena accezione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, e per la quale sappiamo che la salute non è solo l'assenza di malattia.
Parliamo di psiconeuroimmunologia o, meglio, di psico-neuro-endocrino-immunologia (PNEI).
Concetti fondamentali di Psicoimmunologia
La psiconeuroimmunologia è scienza riscoperta solo da circa settant' anni, dopo che per secoli e secoli, fin dal tempo di Cartesio, l’uomo fu considerato come essere scisso fra mente e corpo. Nel periodo precartesiano vi era una integrazione soma-mente (epoca classica: mens sana in corpore sano), mentre con Cartesio questa scissione fu netta e per moltissimi anni, e fin anche alla medicina moderna, si ritenne che il soma fosse completamente distinto dalla mente.
Anche Wilhelm Reich nel 1920 avanzava ipotesi sulle connessioni fra mente e corpo, e Freud stesso le ammetteva col proporre stesso della sua teoria delle pulsioni.
Con Hans Selye ai primi del 1900 questo concetto iniziò a modificarsi. Neuro, psico ed immunologia iniziarono ad integrarsi fra loro. Si pensò che la nostra mente avrebbe potuto influire sulla psiche. Selye iniziò a chiedersi che cosa succedeva nel nostro organismo quando c’erano degli avvenimenti esterni che producevano delle modificazioni dell’omeostasi organismica.
Tali eventi, che oggi noi siamo soliti chiamare stress, o eventi (improvvisi) che inducono una brusca variazione dello stato precedente, provocano quanto esposto nel seguente schema:
Lo stress indebolisce la mente (psiche e neuro), si indeboliscono i sistemi endocrino e immunitario, così ecco (forse) la malattia.
Attenzione: se ogni malattia ha, retrospettivamente, disturbi dell’asse neuro-endocrino dello stress, non tutti gli stress portano a malattia. Cioè: la lettura non può essere bidirezionale.
Se vedete un leone, che chiameremo stressor, la reazione può essere: fuga, attacco, immobilità ecc. Queste modalità sono quasi immediate. Vi è la visione del leone, una decodifica cognitiva, da questa un’emozione e dall’emozione nasce una reazione che può essere sia di fuga che di attacco.
Tutto questo è legato all’escrezione di sostanze: ormoni e neurotrasmettitori.
Ora un leone libero ed affamato è certamente un elemento stressante, ma da cosa dipende la capacità di un oggetto di essere stressante o meno? Lo stressor può essere oggettivamente o comunque statisticamente riconosciuto come stressante, oppure può non essere statisticamente riconosciuto come tale. Se ad esempio vi mostro un micetto, questo può essere considerato stressor o no… dipende dal valore che si dà al gatto. Se penso ad esempio che il gatto mi porta delle malattie, come la linfogranulomatosi da graffio di gatto, io ne avrò terrore e quindi o lotto o fuggo…
Statisticamente si troverà il numero maggiore di persone che trovano il gatto tranquillo, meno quelle che lo considerano stressor.
Sono state eseguite delle ricerche circa gli elementi statisticamente riconosciuti come stressanti. Così ad esempio un lutto, la perdita di una persona cara, è uno degli stressor più alti in assoluto. Anche essere lasciati soli da una persona cara è uno stressor molto intenso. La perdita di un lavoro, il matrimonio, il cambiamento della propria vita, sono tutti elementi stressanti. Così pure la malattia e la sofferenza. Sempre vissute come stressor o meno dall’immediata relazione con cui l’individuo lega la vita precedente all’evento con la vita dopo l’evento: lo stressor sarà tanto più pericoloso quanto più la vita futura sarà diversa da come la immaginavo, a causa dello stressor. Non esiste solo attacco o fuga, ma anche altre reazioni (è il coping, cioè il modo di far fronte a qualche evento esterno). Così se vediamo un leone possiamo decidere di farne bistecche oppure che nulla ci importa di lui, oppure ancora che è piuttosto comico… Il modo di rispondere alle cose è soggettivo. L’evento è sempre lo stesso, diversa e soggettiva è la reazione. Questo perché diversa è l’esperienza precedente mia, l’emozione, il lavoro (il domatore non ha paura del leone)… vi saranno quindi ad incidere sia fattori genetici che fattori appresi ambientali.
La memoria immunologica
Vi sono dei meccanismi come la secrezione di ormoni, quali Noradrenalina e Adrenalina, che sono del tutto automatici ed immediati.
Il comportamento appreso è in qualche modo qualcosa di simile a quello che gli immunologi chiamano memoria immumunologica… La nostra esperienza ci porta ad interpretare dei comportamenti sulla base di nostri costrutti (cioè quel qualcosa che fa sì che ci si comporti in un dato modo). Il costrutto è conseguenza di un comportamento appreso.
Il sistema immunologico agisce in modo simile. Se arriva uno stressor, un microrganismo pericoloso, o una malattia, l'organismo e la mente lo riconoscono come non-self, e cioè non <se stesso>.
Vi siete mai chiesti perché l'organismo aggredisce il non-self e non aggredisce (almeno in linea generale, perché nelle malattie autoimmuni lo fa) noi stessi?
Le nostre cellule immunitarie (e il nostro pensiero) riconoscono il non-self, lo mangiano rompendolo e mostrando agli altri come sono fatti i pezzetti componenti, e quindi memorizzano il tutto. Se non ce la fanno ad eliminarlo del tutto, allora si creano le malattie croniche, come ad esempio l'epatite B cronica, frutto comunque di un equilibrio con le cellule immunitarie.
Il coping (il modo di adattarsi e/o fare fronte all'evento) dipende da come si valutano i fatti: se nel traffico leggete il giornale, l'elemento traffico non è più stressante. Se invece vi arrabbiate moltissimo in macchina, quello è stress per voi. Tasse quotidiane, certi suoceri, il ragazzino che non va a dormire la sera, il preparare ogni giorno i pasti… tutti questi sono stressor quotidiani.
Ora il livello di resistenza allo stress (l'omeostasi) oltre che essere individuale, dipende anche dal momento stesso: se siete stanchi la soglia di stress è bassa, se siete riposati ed al ritorno dalle ferie, è molto alta.
In sostanza quello che importa è come si decodifica la realtà. Se io grazie al mio modo di decodificare, riduco lo stress, una variazione della decodifica della realtà che riduca lo stress riduce ad esempio il cortisolo in eccesso, e quindi non ho una diminuzione di risposta immunologica. Questo comporta una maggiore salute per me. Ecco quindi come si modula tale modificazione. Ecco l'importanza del lavoro di Relazione d'Aiuto, e di aiuto a stare bene insieme; uno star bene che fa anche stare calmi, almeno nell'ambito e durante la relazione! E la calma aumenta le difese immunitarie.
Da tempo si conoscono i collegamenti tra la mente ed il sistema immunitario, ed é evidente sia il modo con cui la mente può fungere da modulatore, esaltatore e depressore della risposta immunitaria, sia il processo attraverso cui lo stato mentale dominante nel paziente crea il microambiente su cui il male (generico) attecchisce e si sviluppa.
La psicoimmunologia studia la relazione mente-sistema immunitario.
Attraverso questa via la mente regola lo stato di salute della persona. E' fin troppo noto che lo stress provoca l'insorgere o l'aggravamento di patologie. Fin dagli anni '60 si è dimostrato che immagini ed emozioni possono far aumentare o diminuire il numero di globuli bianchi, la qualità e la quantità di ormoni adrenergici, enzimi, elettroliti e neurotrasmettitori, tanto che si è coniato il termine di immunizzazione suggestiva.
Tutte le cellule impegnate nella difesa immunitaria (cellule killer, macrofagi, linfociti T e B) sono in comunicazione tra loro e col sistema nervoso centrale attraverso un complesso sistema circolare retroattivo (feedback).
Per esempio le cellule killer attaccano e distruggono qualsiasi cellula infettata o degenerata, senza preventiva sensibilizzazione, senza la necessità di un riconoscimento antigenico e la formazione di anticorpi. Durante il rilassamento, invece, le risposte attivate possono mobilizzare proprio lo stesso gruppo cellulare di pronto intervento, per sradicare persino infezioni o degenerazioni patologiche. Ma attenzione: non confondiamo il possono con il lo fanno sempre e di certo!
Il sistema endocrino è uno strumento importante di comunicazione tra la mente ed il corpo.
Tutto il pool ormonale rappresenta il risultato dell'azione di trasformazione effettuata dall'ipotalamo: questo riceve lo stimolo (rappresentato dalla carica emotiva insita nell'esperienza, mobilitata dalla parola che la rappresenta metaforicamente), e sintetizza neuropeptidi che danno inizio ad una cascata di eventi. Alcuni elementi della RdC ben attuata possono influire per mezzo della parola e della calma sui vari siti della cascata ormonale, per modulare la risposta con una plasticità talvolta impossibile ad ottenersi con qualsiasi combinazione di farmaci.
Partendo da queste constatazioni, considerando esportabile questo modello per vari tipi di malattie o di sofferenze, non resta che calibrare l'intervento RdC in modo da rendere il soggetto massimamente responsivo, e l'operatore massimamente responsabile in tal senso.
Dove mente e corpo si incontrano
La psiconeuroimmunologia cerca di dimostrare il legame tra i pensieri e il funzionamento delle cellule immunitarie: i nostri pensieri possono influire ad esempio sull'attività dei linfociti.
C'è un vecchio principio metafisico che afferma: <I pensieri sono cose>. Un concetto che può andare bene per i metafisici, ma di fronte al quale gli uomini di scienza continuano a storcere il naso, nonostante sia ampiamente dimostrato condizioni di stress abbiano un grave impatto sul sistema immunitario.
Stress temporanei come prepararsi a un esame possono abbassare in maniera impressionante i livelli corporei di interferone, riducendoli letteralmente a zero. L'interferone è indispensabile perché certe cellule del sistema immunitario possano lavorare. Tra le cellule immunitarie, ad esempio, c'è un linfocita noto come cellula killer naturale, con due compiti: primo, pattugliare il corpo e scovare cellule infettate dal virus per eliminarle; secondo, scovare e distruggere cellule cancerogene. Purtroppo la scienza medica attuale non ha ancora trovato una cura contro i virus, e la terapia per il cancro è ancora a uno stadio molto rudimentale. Non è incredibile, comunque, che il nostro corpo possieda linfociti in grado di effettuare funzioni così importanti?
Negli studenti lo stress da esami provoca spesso raffreddori, mal di gola o altre malattie di minore gravità: forse un risultato della mediocre attività delle cellule killer, a sua volta causata da bassi livelli di interferone. Vi è mai capitato di vivere un periodo particolarmente stressante e poi, subito dopo, contrarre un raffreddore o l'influenza? Probabilmente sì, ma per fortuna il corpo si riprende molto in fretta dagli stress acuti e dalle disfunzioni immunitarie che li accompagnano. Lo stress cronico è molto più dannoso per la salute che lo stress a breve scadenza.
Se subite uno spavento mentre guidate nel traffico, ad esempio, l'organismo reagirà all'istante. Un minuto dopo prevarrà di nuovo la calma, a meno che non decidiate di crogiolarvi nella rabbia e nella frustrazione. E spesso si fa proprio questo. Ecco un esempio: certe volte lo stress del matrimonio è talmente penoso che si decide di ricorrere al divorzio, ma, tenendosi dentro per anni gli antichi rancori, finiamo per trasformare la vecchia situazione in un fattore tuttora stressante. Ed è allora che lo stress diventa cronico.
Nel 1936 il medico e fisiologo dottor Hans Selye descrisse la fisiologia dello stress cronico, che egli chiamò sindrome da adattamento generale. Selye notò che, se i topi cavia erano sottoposti a stress cronico, le loro ghiandole surrenali si ingrandivano parecchio, mentre il timo - la fonte dei linfociti - diventava molto piccolo. Benché negli anni trenta si sapesse molto poco sul sistema immunitario, era ovvio che lo stress cronico peggiorasse le malattie. Le sue osservazioni avevano a che fare con un ormone chiamato corticosterone, che negli umani è detto cortisolo. Quando siamo stressati cronici, l'ipotalamo nel nostro cervello secerne un ormone chiamato ACTH, o adrenocorticotropina, che si lega alle cellule nella corteccia esterna delle ghiandole surrenali e le induce a produrre e secernere cortisolo. Col passare del tempo, la ghiandola diventa sempre più grande, se costantemente sollecitata a produrre una maggior quantità di cortisolo; a breve termine, si tratta di un ormone di riparazione, mentre a lungo termine si trasforma in un inibitore del sistema immunitario. Oltre a prevenire la formazione di nuove cellule immunitarie, inibisce anche le attività di quelle già esistenti nell'organismo.
Lo stesso Hans Seyle sperimentò una remissione spontanea da un tipo di tumore che spesso conduce a morte rapida: il mesotelioma. Quando il medico lo informò che probabilmente gli rimanevano solo pochi mesi di vita, lui decise di scrivere le sue memorie. Mentre scorreva alcuni vecchi diari si imbatté in parecchi episodi dolorosi che gli erano capitati in passato, tra cui il furto delle sue scoperte scientifiche da parte di un presunto amico mentre era ancora alla scuola medica. Pensò allora che poteva decidere tra liberarsi di quei ricordi dolorosi oppure rimuginarci su, e alla fine scelse di sbarazzarsene e non includerli nelle sue memorie. Continuò a raccontare il suo passato in questo modo, cioè liberandosi dei vecchi crucci. Quando si presentò alla visita di controllo, un anno dopo, il medico scoprì che il cancro era scomparso! Che la sua remissione fosse collegata alla pratica del perdono e all'essersi liberato dello stress cronico? Non abbiamo una risposta definitiva a questa domanda, ma certo potrebbe trattarsi di un'ipotesi ragionevole.
Sfida, impegno e controllo
Lo stress cronico non è costituito solo dai rancori covati a lungo, ma anche dalla sensazione di impotenza che ci assale quando non abbiamo né le capacità né la forza necessarie per affrontare le sfide della vita. La miglior definizione dello stress trovata è: "percezione di minacce fisiche o emotive accompagnata dalla sensazione di non poter reagire in maniera adeguata". Le parole chiave, qui, sono percezione e reazione.
Chi ha buone capacità di affrontare le situazioni difficili viene definito resistente allo stress. Vi sono tre atteggiamenti utili nei momenti più impegnativi: sfida, impegno e controllo. Una persona resistente allo stress vede i cambiamenti e le crisi come sfide piuttosto che come minacce. E anche quando non può controllare la situazione esterna, sa di poter sempre controllare la propria reazione alle cose che stanno succedendo. C'è un detto molto saggio attinente a questo fenomeno: la sofferenza è inevitabile, ma l'infelicità è un optional.
I meccanismi molecolari che possono influire sul sistema immunitario hanno a che fare sia con il sistema nervoso autonomo sia con proteine piccolissime chiamate neuropeptidi. Il nostro cervello è come una farmacia fornita di una vasta gamma di medicine che possono influenzare il nostro umore e tutti i nostri sistemi biologici, compreso il sistema immunitario. Se qualcosa minacciasse la vostra vita - come ad esempio una tigre inferocita che vi tenesse tra le fauci - proprio mentre state per diventare cibo per felini provereste, grazie a neuropeptidi chiamati endorfine ed encefaline, una specie di pace, di torpore.
Il nostro cervello secerne anche valium e altri tranquillanti naturali, nonché dozzine di peptidi relativi al controllo e all'espressione delle emozioni.
Quando reagite all'idea del vostro capo come se si trattasse di una tigre inferocita, il vostro corpo secerne sostanze chimiche che vi preparano a morire, anziché a vivere. La cosa sorprendente è che questi farmaci vengono pompati dal cervello nel sangue e alla fine aderiscono alla superficie di tutte le cellule corporee proprio come una chiave aderisce alla sua serratura, per poi influenzare la funzione di tutte le cellule. L'area del corpo nella quale il pensiero viene trasformato in risposta emotiva è chiamato sistema limbico, e le sue cellule sono particolarmente attive nella produzione e secrezione dei neuropeptidi, una linea di comunicazione diretta tra emozioni e corpo.
Nel giro di pochi secondi queste piccole, intelligenti sostanze chimiche aderiscono ai recettori di tutto il corpo. Nel momento in cui la chiave si infila nella serratura, vari geni delle cellule vengono accesi o spenti, avviando o interrompendo così la sintesi proteica. A seconda delle proteine attivate o disattivate, il funzionamento di tutti i vostri sistemi è potenzialmente alterato. Questo è uno dei molti modi attraverso i quali i pensieri diventano cose.
Se provate gioia, dunque, ogni cellula del corpo reagisce in modo conseguente, mentre se siete depressi l'immagine della tristezza verrà trasmessa in tutto il corpo/mente tramite il sistema dei neuropeptidi, che vengono prodotti anche dalle cellule intestinali e da certi linfociti. Perciò quello che succede nell'apparato digerente o nel sistema immunitario influisce a sua volta sul funzionamento cerebrale e l'umore.
Alcuni di noi sono perfettamente consapevoli del modo in cui l'umore influisce sull'organismo: come l'ansia irrigidisca i muscoli, la depressione porti alla spossatezza, la gioia produca energia e la gratitudine e l'amore aprano il cuore. Mente e corpo non possono essere separati, e ogni cellula è impregnata di pensieri. Tutte le nostre cellule sono esseri coscienti, che comunicano a vicenda, influenzando emozioni e scelte. Quando si parla di connessione mente/corpo, spesso ci si riferisce a un'unica parte dell'equazione: l'effetto della mente sul corpo. Ma anche il corpo influisce sulla mente. Quello che mangiamo, se veniamo toccati, se e come facciamo ginnastica, il modo in cui respiriamo sono tutti atti che, benché apparentemente solo fisici, sortiscono un profondo effetto sull'umore e sulla nostra capacità di essere creativi, affettuosi e con la mente limpida.
La relazione che aiuta e cura
Così anche le attenzioni e le coccole di chi cura possono stimolare la mente di chi le riceve a… far star meglio ancora il corpo. E tutto ciò vale, lo sappiamo, anche in amore. Pensiamo all'innamoramento. Sarebbe bello, dunque, se con la Relazione Operatore/Malato si arrivasse a far re-innamorare della vita chi soffre, non è vero? E con tutte le conseguenze psiconeuroendocrinoimmunitarie appena considerate?
Chi è resistente allo stress e sopporta le inevitabili sofferenze della vita senza tormentarsi nell'infelicità è spesso in grado di prosperare nei momenti difficili perché fa riferimento a una serie di valori che inseriscono crisi e difficoltà in una prospettiva positiva. Coloro che devono lavorare duramente ma si impegnano nel loro lavoro perché convinti che stanno aiutando la gente, ad esempio, sono meno stressati di coloro che non sentono alcun tipo di impegno. Il significato che attribuiamo a qualsiasi situazione stressante -che si tratti di un lavoro, di una malattia o della morte di una persona cara- ha una grandissima importanza nella nostra capacità di affrontarla, e addirittura può essere una decisione di vita o di morte.
Victor Frankl, psichiatra, sopravvisse all'olocausto nazista di Auschwitz, il lager liberato alla fine della seconda guerra mondiale. Egli osservò che, tra i suoi compagni di sventura, chi riuscì a trovare un significato alla propria sofferenza fu in grado di sopravvivere, se non era stato ucciso prima dai nazisti, fino alla liberazione. Queste sì che erano persone capaci di cavarsela nelle avversità! L'autore racconta inoltre come alcuni di loro, avendo perso la volontà di vivere, morivano nel giro di poche ore di un attacco cardiaco oppure soccombevano semplicemente alle infezioni. Frankl fu uno dei primi a scrivere di psiconeuroimmunologia: "Chi sa quanto sia stretta la connessione tra la mente di un uomo -e il suo coraggio e speranza o la loro assenza- e lo stato immunitario del suo corpo, comprenderà che l'improvvisa perdita di speranza e coraggio possono avere un effetto mortale".
Questa è l'idea di fondo: chi tratta con il disagio e sta con chi soffre può fare in modo che in lui o lei prendano vita o forma speranza e coraggio.
Speranza e coraggio nel cuore e nella mente, neuropeptidi che si attaccano ai recettori delle cellule in tutto il corpo e così avviano o interrompono la sintesi proteica che è vita.
Ecco: speranza e coraggio all'inizio di una catena che si conclude con la vita. Di quale vita si tratta? Qui a rispondere è il personale mondo della persona verso cui l'azione è protesa; purché si concordi sul fatto che non sarà mai la quantità di una vita a farne la significatività, ma sempre la qualità delle cose sensate che ciascuna vita contiene.
E c'è ancora un'immagine su cui si sofferma l'incessante pensare: chi non ha mai provato la particolare sensazione che si ha in presenza, o contatto, di certe persone?
È come se esistessero persone che sanno trasmettere, indipendentemente dal lavoro svolto, una sensazione di calma di fondo, di sicurezza, benessere, serenità, speranza e coraggio.
E chi tra gli operatori sanitari o sociali si avvicina a possedere alcune di queste caratteristiche, è anche tra i più amati e attesi da chi soffre. Quasi indipendentemente dalle competenze professionali, se sono solo perfetti tecnicismi!
Ecco, ancora: perché non tentare un'adeguata coniugazione tra i concetti espressi in quest'ultimo paragrafo? E proprio per svolgere la nostra professione?
Altrimenti è come dire: "Vorrei, vorrei…" e poi tutto resta come prima. Una fatica inutile. Senza senso, né utilità per alcuno. Tempo perso.
E non c'è nulla di peggio per alcun uomo, ancor più se sofferente, che sapere o temere il non-senso.
Che la vita non abbia senso, che il dolore non abbia senso. Che non si abbiano radici, come direbbe Simone Weil.
Grande invece l'operatore, se diviene uno che sa sussurrare sull'anima di chi soffre, e che apre la mano per accogliere, nel palmo amorevolmente spalancato e disponibile, chi ha bisogno di abbandonarsi ad una relazione. Quella relazione che, per ciò che è giusto sia, lo curerà. Lo farà sentire bene.
copyright © Educare.it - Anno IV, Numero 5, Aprile 2004

